
5 produttori per conoscere la Sicilia del vino
di Francesco Raguni
La Sicilia è da sempre stata un territorio dedito all’agricoltura, tanti, infatti, sono i miti imperniati sul binomio uomo – terra: dalla nascita del ciclo della fertilità della terra, con il mito di Proserpina, passando per il culto del vino col Bacco, senza dimenticare che Ulisse – nell’Odissea – fece bere a Polifermo un vino forte e scuro, probabilmente antenato dell’attuale vino siciliano. E ancora, la storia ci racconta il vino dell’isola era famoso e richiesto in tutto il Mediterraneo, a partire dal dolce Mamertino, prodotto nel Messinese e amato da Giulio Cesare.
Insomma, il rapporto tra la Sicilia e il vino poggia da sempre su solide radici, seppur naturalmente non sempre è stato idilliaco: l’apice del Marsala e la sua successiva crisi, il Nero D’avola vinificato come un Super Tuscan, infine – da ultimo – l’ascesa dell’Etna DOC, in tutte le sue declinazioni. Tuttavia, prima ancora di parlare di denominazioni e affinamenti, non si può non pensare all’origine di tutto: da un lato, l’uva, che senza l’uomo resterebbe sui grappoli, dall’altro, l’uomo, che senza uva non avrebbe mai concepito uno dei suoi più potenti mezzi di comunicazione, il vino.
Così abbiamo scelto di provare a raccontare (augurandoci che questa sia la prima di una lunga serie n.d.r.) la Sicilia del vino tramite le parole di chi, in quella bottiglia, prova a mettere tutto il suo mondo.
Etna – Versante Nord
Partiamo quindi dal Versante Nord dell’Etna, l’areale più vocato per i rossi, più freddo e meno esposto, le cui strade vitate, a tratti, ricordano quasi le vie delle Langhe. Qui il Nerello Mascalese è il principe incontrastato della zona, raggiungendo livelli di qualità elevatissima. Così, incontriamo Giuseppe Grasso di Stanza Terrena, azienda che nasce nel 2020, da un progetto condiviso con il fratello Pierpaolo.

STANZA TERRENA – Villa Santo Spirito
“L’azienda – esordisce Giuseppe – affonda le proprie radici in una storia familiare lunga oltre sei generazioni. Per decenni la mia famiglia ha prodotto vino sfuso, che partiva dallo storico magazzino di Piazza Laviefuille, a Riposto, per raggiungere il Nord Italia e la Francia. Ancora oggi, in quello stesso luogo, si trova la nostra enoteca storica. Dopo gli studi in Enologia e diverse esperienze all’estero, ho scelto di tornare sull’Etna. Il nome Stanza Terrena racchiude il senso più profondo del progetto. È il luogo simbolico in cui lo spirito si fa materia, dove un’emozione o un’idea prendono forma attraverso il lavoro dell’uomo e della natura. Per questo mi affascina il linguaggio dell’alchimia come metafora per raccontare il vino. Da un grappolo d’uva nasce qualcosa di completamente nuovo”.

STANZA TERRENA – Giuseppe Grasso
Con queste parole ci addentriamo nell’affascinante idea enoica di Stanza Terrena, che parte da una citazione del grande Mario Soldati, per cui “Il vino è la poesia della terra.” E infatti, per Giuseppe “questa non è soltanto una citazione, ma un principio guida. L’uva rappresenta la materia originaria, e tutto ciò che viene aggiunto o imposto rischia di allontanare il vino da quella poesia. Per questo considero il mio lavoro meno quello di un tecnico che costruisce un vino e più quello di un messaggero della natura, chiamato a interpretarne il linguaggio e a tradurlo nel modo più fedele possibile. Ogni bottiglia racconta una storia e ogni vino cerca di rivelare qualcosa attraverso il gusto. Il mio compito non è costruire un’identità, ma interpretare quella che già esiste. Questa visione si riflette anche nelle scelte di cantina. Prediligo fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, interventi ridotti al minimo indispensabile e affinamenti lunghi, capaci di accompagnare il Nerello Mascalese dell’Etna verso una maggiore armonia, lasciando che sia il tempo a smussarne gli spigoli”.

STANZA TERENA – Vigna
Ed effettivamente questa visione coincide perfettamente con i prodotti dell’azienda, le cui etichette richiamano i simboli dell’alchimia. “Credo che un territorio così complesso non possa essere raccontato da un solo vino. La storia vitivinicola etnea è il risultato di un’evoluzione continua: dalle produzioni destinate prevalentemente al vino sfuso, con affinamenti in castagno e uno stile più rustico, fino alla rinascita qualitativa degli ultimi decenni, che ha visto l’arrivo di nuove idee” spiega Giuseppe.
Infatti, la sua triade di rossi vede un territorio raccontato proprio nel tempo con differenti simboli alchemici: il corvo nero (le origini), il cigno bianco (la trasformazione) e la fenice (la rinascita). “Se dovessi scegliere le etichette a cui sono più legato, direi La Vie Fuille e Nasca, perché raccontano due parti complementari della mia storia. La Vie Fuille rappresenta le mie radici. Provengo da una famiglia che coltiva la vite da sei generazioni e, forse proprio per questo, da ragazzo ho cercato di allontanarmi da quello che percepivo come un destino già scritto. Ho inseguito altre strade, finché una serie di coincidenze – o, come preferisco chiamarle, di sincronicità – mi ha riportato al vino. Ma questa volta per scelta, non per eredità. È stato in quel momento che ho capito che la viticoltura era la mia vocazione. Nasca, invece, rappresenta la mia personalità. È nato nel 2015 come il primo esperimento che ho voluto realizzare sulle vigne più vecchie dell’azienda. È dedicato a mio nonno (Pippo “Nasca”), ma è anche un simbolo di rinascita. Il nome richiama volutamente il verbo “che nasca”: l’idea che dal vecchio possa nascere qualcosa di nuovo”.
Sui progetti futuri, conclude così: “In 6 anni di azienda abbiamo dato vita a 7 vini diversi. In questo momento sto consolidando questo risultato, ogni giorno mi vengono nuove idee, ma in questo momento sento più di dover metabolizzare quello che è stato fatto in così poco tempo. Di sicuro in futuro sentirò il bisogno di cambiare pelle e sfornare qualcosa di nuovo, ma non è il momento adesso”.
Etna – Versante Est (Milo)
Senza lasciare a’ Muntagna, spostandoci soltanto di versante, giungiamo a Milo: lì dove le vigne guardano il mare, sorge l’azienda I Vigneri, del professor Salvo Foti, oggi gestita insieme ai figli Simone e Andrea. Proprio Simone ci racconta da dove nasce tutto: il nome dei Vigneri, infatti, fa riferimento alla maestranza omonima del 1435. “Noi vogliamo rispettare una storia e una civiltà vitivinicola che ha sempre cercato di lavorare in una zona inizialmente impervia, in particolare grazie ai muretti”.

Salvo Foti con i figli Simone (dx) e Andrea (sx)
Infatti, l’azienda nasce nel 2010, più di 500 anni dopo, per mano dell’enologo Salvo Foti, tra i pionieri del vino etneo moderno, ponendosi determinati valori come criteri guida: recupero della viticultura locale, valorizzazione dell’alberello e dei muretti, sostenibilità del territorio. “Oggi, nel solco di questa filosofia, si deve tener conto di tanti altri fattori, anche nuovi rispetto a quando ebbe inizio tutto, come il cambiamento climatico: noi possiamo e dobbiamo diversificare e rispondervi. In questa stessa idea nasce – spiega Simone, portando un esempio concreto – il Primavera, da vitigni autoctoni, che rappresenta un’idea di sperimentazione e diversificazione. È un modo per provare a creare una corretta simbiosi tra vitigni, territori e produzione. Siamo felici di questa scelta, perché a noi interessa comunicare il territorio al consumatore per fargli capire la specialità dell’Etna. Rientriamo nell’idea del vino artigianale, papà ha sempre parlato di vini umani, fatti dall’uomo e per l’uomo, nel rispetto del territorio e delle tradizioni. Questa è la cosa più importante”.

VIGNERI – La Bottaia
Al momento di scegliere due etichette altamente rappresentative, Simone si ferma e riflette, poi risponde: “Ogni vino ha una storia diversa dalle altre ed è complicato scegliere. In primis, direi il Vigna di Milo, che è legato al Carricante, all’Etna bianco superiore e alla ricerca svolta su questo vitigno. L’Etna è un territorio molto ampio che non può descriversi genericamente, per questo abbiamo lavorato molto sulle differenze tra i suoli: Milo ha una parte di sabbia vulcanica grazie all’attività eruttiva dell’Etna e questo dà grande ricchezza dal punto di vista dei minerali. Avendo una simile stratificazione, riusciamo a mostrare il profilo più autentico del vino: la nota dritta, acida e minerale, soprattutto dovuta alla posizione geografica di Milo, tra mare e montagna. Abbiamo una connessione microclimatica unica per i bianchi, sia per la freschezza che per la gradazione alcolica sia per la loro longevità”. Come secondo, invece, Simone ha scelto il Vinudilice “che è basato sull’idea di tipicità dell’Etna”, questa etichetta infatti proviene da un vigneto “con varietà di vitigni tali per cui si può parlare di parcella. L’Etna ha una specialità: in un singolo vigneto puoi trovare sia piante giovani che centenarie. Poi se lavori sulla vinificazione della singola vigna, riesci ad avere qualcosa di ancora più speciale. Già per questo Vinudilice è altamente rappresentativo, al contempo è anche atipico: è vinificato in bianco, ma che ha una connotazione caratteriale da rosato”.

VIGNERI – Alcune delle etichette, tra cui Vigna di Milo e Vinudilice
Su idee e progetti futuri, Simone ci racconta che in azienda stanno lavorando sul Carricante spumante: “Crediamo che sia un’uva naturalmente predisposta per diventare spumante. Noi stiamo lavorando ad un classico metodo classico e sull’idea di riserva. Vogliamo arrivare a una complessità che nasce da una idea di assemblage per poi arrivare alla vera cuvee. Oggi non c’è più una riconoscibilità di annata, essendo molto diverse tra loro, le stagioni si confondono e il clima è difficile da prevedere. Sarò ripetitivo, ma è così. Quindi aprirsi a più possibilità è un modo di andare avanti al meglio in questo contesto. Per noi la cosa più importante come nuovo generazioni è quello di dare continuità alla storia. Papà dice che la cosa più difficile non è coltivare il vigneto, ma le persone, quindi crediamo nel rapporto umano, che è quello che dà valore e fare la differenza”.
Val di Noto
Proseguendo verso l’estremo Sud della Sicilia, lì dove l’Etna non si scorge più e le campagne sono piene di ulivi e muretti dalle pietre chiare, troviamo l’azienda agricola di Salvatore Marino e il suo sogno enoico diventato realtà. “Sono nato e cresciuto in una famiglia di viticoltori, commercianti di vino e bottai e, nonostante ciò, nessuno voleva che seguissi le loro orme” esordisce Salvatore. “Ma il mio amore per il vino mi ha spinto a studiare comunque Viticoltura ed Enologia a Marsala e a Udine”. Così dopo aver lavorato in varie aziende, tra l’Italia, la California e il Nuovo Mondo, nel 2008 è tornato nella sua terra, a Pachino, lavorando in una cantina dedita alla produzione di vini naturali, mentre, con la moglie, ha iniziato a gestire il suo piccolo progetto in Contrada Buonivini, “da sempre legati alla coltivazione della vigna esclusivamente ad alberello, usando solo zappa, forbice e lo zolfo”. Nel 2018 poi è arrivata la prima produzione di Turi Rosso con 1000 bottiglie, vino “al quale essendo legatissimo e sul quale credo tantissimo”, ha deciso di dargli il suo nome cioè Turi (abbreviativo di Salvatore in dialetto siciliano) e anche il suo volto (nel logo).

Salvatore Marino – Contrada Buonivini
Da qui, la svolta che cambia il suo percorso: “La mia vita era cambiata radicalmente, così ho deciso di dedicarmi totalmente alla coltivazione delle mie vigne, dopo aver trovato importatori che hanno creduto nel il mio progetto”. Ad oggi, l’azienda conta di circa 15 ettari di terreno, la metà sono vigneti e il resto mandorle, carrube, olive (che Salvatore trasforma in olio) ed un’antica varietà di grano duro, il Russello (che da 8 anni trasforma in pane e farina). “La mia filosofia? Io produco dei vini Artigianali, senza aggiunta di altro se non quello che le uve danno. Le mie vigne sono solo ad alberello, non sono irrigate e sono interamente lavorate ancora a mano”.

Salvatore Marino – Il produttore in vigna
Insomma, i vini di Salvatore Marino sono il frutto del lavoro della terra nella sua massima purezza, manifestazione desiderio del produttore di rimanere quanto più autentico. Le due etichette a cui è più legato sono il “TURI bianco, da uve Catarratto (che fa breve macerazione di 5 giorni e svolge fermentazione malolattica spontanea n.d.r.), una varietà che coltivava mio nonno, il “mantellato” e – ovviamente “il TURI rosso, Eloro DOC, sottozona Pachino, da uve 95% Nero d’avola e 5% Pignatello, antica varietà coltivata a Pachino presente nelle vigne di mia moglie”. Comunque, l’azienda lavora anche su altre referenze, producendo un rosato da sole uve Syrah, un Moscato di Noto liquoroso non passito (dal nome 1993 n.d.r.) e un Vermouth.

Salvatore Marino – I vini dell’azienda
Sui progetti futuri, afferma: “Sto ristrutturando in campagna una cantina e un caseggiato straordinario del 1875, che diventerà presto la nostra casa. Nuovi vini da vigneti con antiche varietà coltivate a Pachino come il grecanico, il moscato, il trebbiano, in terre calcaree bianche come il latte ci sorprenderanno”.
Marsala
Dalla Val di Noto, attraversiamo l’entroterra, fino a giungere nella Val di Mazara, spingendoci quasi in riva al mare, in Contrada Bausa, dove incontriamo Nino Barraco, che ci racconta della sua storia, partendo da quella della zona: “L’azienda nasce nel 2004: in quell’anno il mondo del vino siciliano era completamente diverso, in Sicilia vi erano solo grandi aziende e si lavoravano soltanto internazionali, nessun autoctono. Ciò perché erano quelli i vitigni più coltivati mondo, con gli internazionali si poteva parlare la stessa lingua degli altri. Secondo noi, che apparteniamo alla generazione successiva, era arrivato il momento di iniziare a parlare un linguaggio locale, del territorio e del vino siciliano. Da questa esigenza di far conoscere la vera Sicilia, è partita la mia motivazione di fare vino. E così è nata anche la mia azienda”.

Barraco – Le Vigne in Contrada Bausa
Poi prosegue: “Nel corso degli anni abbiamo sempre voluto raccontare l’esperienza di una realtà che riesce a mantenere una certa continuità anno dopo anno: fare auto-esperienza, lavorare gli autoctoni in maniera differente, studiando i vari Cru per capire le zonazioni e cosa si fa bene e dove lo si fa. Così, ad esempio, nelle contrade storiche del Catarratto, come Abbadessa, abbiamo iniziato fin da subito, continuando ogni anno, seppur in maniera molto didattica, facendo poche cose, ma fatte come si deve. Il fine non è mai stato quello di fare fare il grande vino, ma un vino di territorio, tale per cui chi lo assaggia capisce subito che è fatto a Marsala in quella determinata contrada.

Barraco – Sala ossidativi
A volte si usa l’espressione “Il vino migliore del mondo”, ma in realtà non esiste, il vino migliore del mondo per me è dato dall’esperienza e dall’emozione che hai quando lo assaggi, è soggettivo. Noi siamo arrivati al vino con un approccio più filosofico invece che tecnico. Anche per questo abbiamo lavorato senza la chimica, capendo che la natura ha molta più complessità rispetto all’uomo. Se io mi affido alla natura, avrò un vino molto più complesso”.

BARRACO – Nino Barraco
Così sono nate le prime etichette, seguite dal Biancammare e dal Rosammare e dal Pignatello. Nate da periodi diversi hanno così raccontato periodi diversi. Sul punto, Nino usa un’affascinante metafora quasi Pirandelliana: “io dico che i miei vini sono dei personaggi, chi è nato nel 2004 parla una lingua diversa rispetto a chi è nato nel 2012, raccontano cose diverse e crescono negli anni, evolvendosi come una persona. Ogni anno proviamo a cambiare qualcosa e se il risultato ci soddisfa proviamo ad integrarlo con ciò che già c’è”. Barraco, inoltre, già dall’etichetta dei suoi vini, si definisce “contadino”. “E’ ciò che sono, non è un caso che sia scritto dietro le bottiglie: tutto ciò che sto facendo non è per il vino, ma per poter dare un esempio sul territorio, darvi bellezza perché ciò che mi dà il vino è ciò che serve per curare il mio territorio. Senza il vino, non me lo potrei permettere” afferma.

Barraco – Biancammare – metodo classico
“Difficile dirti due etichette… sicuramente l’Altogrado, il vero e unico vino storico del nostro territorio, il Marsala prima che arrivassero gli inglesi (detto “Vecchio Marsala”, è un vino ossidativo, storicamente chiamato dai contadini con i nomi Altogrado o Stravecchio n.d.r.). Per migliaia di anni i nostri vitigni sono stati selezionati per vare questo: la storia è nel nostro DNA. Anchi gli altri bianchi, quando col tempo cambiano di colore, manifestano questo patrimonio storico e genetico, acquistando in complessità. Le nostre sono uve fatte per fare vini ossidativi”. Per dare un riferimento temporale al lettore, il primo Altogrado firmato Barraco risale al 2009, quando Nino presenta il suo vino, prodotto senza assemblare differenti annate, ma lasciando affinare un ossidativo millesimato da singola annata e da un singolo vitigno per 7 anni in piccole botti. “È difficile anche sceglierne una seconda (dice ridendo n.d.r.), ad istinto ti dico Biancammare (chiamato così perché la vigna è a 30 metri dal mare n.d.r.), che nasce nel 2012. Prima si chiamava Vigna a Mare. È nato da un cambiamento dalla mia visuale nel mondo del vino: nel 2011 è nata mia figlia, lavoravo ad una base spumante per la sua nascita… Questo vino molto potente dal punto di vista emozionale: o si ama o odia”. Sui progetti futuri, alla fine, una piccola parentesi: “Stiamo lavorando metodo classico, base Grillo e un’altra nero d’Avola, ma già da un po’. Vedremo…”
Messina e la Faro DOC
Cambiando per un’ultima volta estremità dell’isola, giungiamo nella zona del Messinese, dove si produce la Faro DOC, piccola denominazione tra le più antiche della Sicilia. Per conoscerla meglio, abbiamo parlato con Giovanni Scarfone dell’azienda Agricola Bonavita. “L’azienda nasce nel 2004 per tornare in Sicilia e valorizzare una delle prime doc della regione, la Faro DOC (istituita nel 1976 n.d.r.). Infatti, dopo aver studiato agraria a Bologna, sono tornato a Messina per prendere in mano il vigneto di mia mamma. Si trattava di piccole porzioni di terreno coltivate dai mezzadri fino agli anni ’60, poi dagli anni ’80 mio padre Carmelo (scomparso nel 2018 n.d.r.). Lui era calabrese, lavorava in banca, ma, per passione, ha iniziato a gestire questi ettari. Si può dire che ho ereditato la passione del vigneto”.

BONAVITA – La vigna
Poi prosegue: “C’è stata un’opera di ristrutturazione del vigneto, abbiamo anche acquistato nuovi ettari (l’azienda ha anche ettari di bosco n.d.r.). Il nome dell’azienda, comunque, nasce dal nome della porzione di vigneto che gestiva mio padre: Bonavita è il nome della contrada, è un nome in qualche modo ben augurante, sono stato felice di utilizzarlo”.

BONAVITA – Giovanni Scarfone
Da questa storia, deriva una determinata filosofia aziendale, anche se a Giovanni non piacciono le etichette: “Non mi piace darmi una definizione, forse il modo migliore di definirmi è artigiano del vino, se proprio devo. Penso di poter dire che seguo il 100% delle operazioni della mia azienda, dal lavoro in campagna al lavoro in cantina e anche oltre”. Bonavita, attualmente, produce due tipologie di vino, il rosato e la Faro DOC, ma non è stato sempre così: “Nel 2004 iniziai producendo soltanto Faro, nel 2009 ho avviato la produzione del rosato dal medesimo blend del rosso (non usano salasso e raccolte di diradamenti n.d.r.). Poi abbiamo fatto un esperimento, producendo Nocera in purezza” Il Nocera è uno dei tre vitigni richiesti dalla denominazione in questione, insieme a Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, tardivo nella maturazione, con gradazione alcolica molto basse, ha una buona acidità ed è molto versatile. “Mi è servito vinificare in purezza per conoscere meglio il vitigno e capire cosa dà. Non sono riuscito a farlo tutti gli anni, per le quantità, per toglierne agli altri. Alla fine, ho deciso di chiudere il progetto”.

BONAVITA – Rosato e Faro DOC
I due vini attualmente presenti comunque descrivono al meglio le potenzialità del Nerello Mascalese, anche al di fuori dell’Etna. Il rosato ha complessità e freschezza, sembra un quasi rosso, ma risulta perfettamente godibile e fresco. Il rosso – che non fa legno, ma affina solo in cemento – ha struttura e nerbo, oltre a essere un vino la cui acidità gli consente di resistere al tempo. Infine, una chiosa sul futuro: “Dopo 22 anni, ho deciso di fare una piccola produzione di bianco, anche perché la zona dedita a questa tipologia di vini, tuttavia dopo tutto questo tempo, spinto dalla curiosità, ho piantato 5 anni fa Catarratto e Mantonico bianco, vitigno tipico calabrese. È una scelta fatta in onore di mio padre e delle sue origini. Il blend sarà 60-40, ho imbottigliato le prime 600 bottiglie della 2025, in piena produzione comunque non supererò le 2000 bottiglie”.
Affacciandoci sullo Stretto, concludiamo una prima panoramica del vino siciliano, con la promessa di proseguire questo viaggio tra i racconti di chi vive la terra ogni giorno e che, con il suo vino, riesce a raccontare l’identità dell’isola.
Grazie a Giuseppe Grasso, Simone Foti, Salvatore Marino, Nino Barracco e Giovanni Scarfone per la disponibilità. Grazie anche ad Antonio Lombardo per il prezioso aiuto nella redazione di questo articolo.
“Una botte di vino può realizzare più miracoli che una chiesa piena di santi”
• Antico proverbio