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A Calcinato i “sequestrati” del cantiere della Tav: “Viviamo come prigionieri assediati nelle nostre case, dimenticati da tutti”

July 28, 2026

Calcinato (Brescia), 28 luglio 2026 – I picchetti in giardino sono stati già piazzati. Alcuni sono quelli di un’occupazione temporanea la cui autorizzazione è ormai scaduta. Gli altri sono i segni del cantiere del ‘viadottino’, una delle opere che Cepav Due dovrebbe realizzare per il Comune di Calcinato, in compensazione della Tav. Realizzarlo significa ‘chiudere’ l’abitazione della famiglia Zaglio Amadei, che lì ci abita dagli anni ’60. “Quando i miei suoceri costruirono qui, era piena campagna, c’era il silenzio totale”, racconta Laura Zaglio Amadei. Difficile immaginarlo ora: in 40 anni, la famiglia ha avuto due espropri, e si aspettano il terzo quando ci sarà l’ampliamento dell’A4. Ora l’abitazione è circondata da infrastrutture. A meno di 5 metri dal confine c’è l’A4, alle spalle la strada provinciale. Sullo sfondo la linea dell’alta velocità Brescia–Verona e a breve, dove c’è l’unica via possibile di accesso e uscita, dovrebbero sorgere i piloni del futuro ‘viadottino’.

L’abitazione della famiglia Zaglio Amadei è sorta in piena campagna negli anni ’60, ora è assediata dalle grandi opere

L’abitazione della famiglia Zaglio Amadei è sorta in piena campagna negli anni ’60, ora è assediata dalle grandi opere

L’esproprio e la dimenticanza  

“Quando è arrivato l’esproprio, chi ha fatto il progetto si è dimenticato di fare l’entrata e l’uscita per noi. L’ho dovuto far presente io”, racconta. Per rimediare, i progettisti hanno proposto di realizzare una rampa temporanea di 2,75 metri sulla scarpata, fino a quando non ci sarà il sottopasso a servizio anche del cantiere. “Non esiste che ci chiedano di usare un sottopasso che non potrà essere collaudato fino a che non sarà finita tutta l’opera, con uso promiscuo tra noi e il cantiere. Né che ci prospettino questa rampa, di cui non sappiamo nulla, solo parole. Ci hanno chiesto di firmare noi, per la rampa. Perché ci chiedono di prenderci la responsabilità dell’opera?”. 

"Chiediamo trasparenza” 

Non c’è nessuna opposizione ideologica alle opere pubbliche, solo una richiesta di trasparenza, visto che ciò che viene tolto loro rappresenta sacrifici, speranze, vita. In questi anni, sulla loro pelle hanno già pagato la fiducia data alla parola e alle strette di mano. “Non ci fidiamo più, vogliamo avere i documenti scritti, altrimenti non firmiamo nulla. E se entrano per il cantiere, parte la querela e andiamo in Tribunale”, conferma Laura. Qualche chilometro più in là, anche Laura Corsini vive in un’abitazione vista Tav, su cui incombe un’opera di compensazione di cui poco si sa. Sul tavolo, faldoni con progetti che cambiano di incontro in incontro, Pec con richieste di documenti senza risposte, fotografie di ciò che c’era e che non ci sarà più. “Accomodatevi, questa è la parte che non vi hanno mai raccontato – spiega -. Gli espropri non sono semplici pratiche amministrative: sono tra le esperienze più dure e umilianti che un cittadino possa vivere. Ti portano via un terreno, ti svalutano una casa, ti umiliano nei tuoi anni di sacrifici e, troppo spesso, cercano di convincerti che non hai alcuna possibilità di far valere i tuoi diritti davanti allo Stato”.   

"Non siamo numeri” 

Laura Corsini lo dice ancora più chiaramente: “Dietro ogni esproprio non c’è un numero di protocollo. C’è una famiglia. C’è una storia. Ci sono sacrifici. In questi anni gli accordi di compensazione sono stati presentati dalle amministrazioni come un successo. Nel frattempo, però, molti cittadini hanno avuto la sensazione di essere stati lasciati soli ad affrontare espropri, servitù e conseguenze destinate a durare per decenni. Chi amministrava ieri e chi amministra oggi non può limitarsi a dire che tutto era già deciso. Il silenzio pesa, anche quello dei documenti richiesti e mai consegnati, forse ancora di più, perché quello non consente di mettere in atto tutto quanto necessario per potersi tutelare”. 

La pista di cantiere  

A ridosso del suo boschetto, ad esempio, c’è una pista di cantiere (esproprio che da temporaneo è diventato definitivo, un’altra parte è espropriata invece non si sa a che titolo), dove il Comune vorrebbe realizzare una strada. “Non so nulla, può essere una ciclopedonale come una strada con passaggio dei camion. Io mi sono rifiutata di firmare un accordo in cui si proponevano tante servitù che resteranno per sempre”. La sensazione è di una solitaria lotta contro i mulini a vento. “I cittadini si aspettano che chi li rappresenta conosca i progetti, li discuta con gli interessati e difenda il territorio, anche se ciò significa tutelare uno, due o dieci cittadini. Bene le opere pubbliche, ma non è giusto che siano fatte sulle spalle di pochi”. L’auspicio? Che ci sia, prima o poi, un giudice a Berlino.