Non è solo un’impressione: sono sempre di più i nostri connazionali che si cimentano con l’attività fisica. Nel 2024 – dice l’Istituto nazionale di statistica (Istat) – erano 21,5 milioni, cioè il 37,5% della popolazione con almeno tre anni. Circa trent’anni prima, nel 1995, la percentuale si fermava al 26,6%. Altrettanto popolare è l’outdoor: secondo l’Osservatorio del turismo open air di Human Company e Istituto Piepoli, sui 34 milioni di italiani che si sono concessi una vacanza la scorsa estate, quasi uno su quattro ha optato per un viaggio all’aria aperta.
Perché ne parlo all’interno di una rubrica sulla moda sostenibile? Perché frequentare una palestra o fare trekking la domenica significa doversi vestire in un determinato modo, con capi e accessori che siano resistenti ma leggeri, traspiranti, impermeabili e capaci di isolare il calore quando serve. Negli scorsi decenni queste caratteristiche hanno giustificato anche l’uso massiccio di trattamenti chimici poco sicuri. Oggi però non ci si può solo chiedere se un capo tecnico funzioni, ma a che costo ambientale e sociale lo fa.
Partiamo da un presupposto: i capi tecnici sono, per la stragrande maggioranza, in fibre sintetiche. I puristi del “naturale” rabbrividiranno, ma è così: il cotone assorbe acqua e si asciuga troppo lentamente, la lana è poco resistente all’abrasione e allo sfregamento e tende a deformarsi nel tempo (anche se oggi ci sono tessuti tecnici in lana merino che racconterò tra poco), canapa e lino non sono elastici e subiscono l’abrasione fine. Questo mi dà l’occasione per chiarire un punto a cui tengo molto: non esiste una fibra che sia sostenibile per definizione. Un materiale è sostenibile, prima di tutto, se svolge in modo efficace la funzione per cui è stato progettato, senza sprechi di risorse e senza dover essere sostituito prematuramente.
Ed è per questo che gusci antipioggia, piumini tecnici, softshell, leggings da palestra, felpe e giacche da montagna sono quasi sempre di poliestere e nylon, con una quota di elastan – ed è giusto così. Ma, come ho già avuto modo di spiegare in questa rubrica, c’è poliestere e poliestere, e c’è nylon e nylon. Un rapido sguardo all’etichetta permette di capire se il capo è monomateriale (e dunque più facile da riciclare) e se è prodotto in fibra riciclata (le sigle da cercare sono Global Recycled Standard – GRS, Recycled Claim Standard – RCS e SCS – Recycled Content Standard).
Meritano un capitolo a parte i trattamenti necessari per conferire a queste fibre le proprietà desiderate. Nel mondo dello sport si è parlato tanto dei famigerati PFC, composti perfluorurati usati nei trattamenti idrorepellenti. Oggi sappiamo che rientrano nella famiglia dei Pfas, i cosiddetti “inquinanti eterni” che si accumulano nei suoli, nelle acque e negli organismi viventi per decenni e che sono stati ricollegati a una lunga serie di problemi per la salute. Patagonia è stato uno dei primi marchi a impegnarsi pubblicamente a eliminare del tutto i Pfas aggiunti intenzionalmente dalle membrane e finiture idrorepellenti.
Oggi sono numerosi i marchi dell’outdoor e dello sportswear che investono in tessuti e capi a minore impatto. Restando in Italia, Aquafil ha sviluppato Dryarn, una microfibra sintetica ormai molto diffusa nell’abbigliamento sportivo. I suoi punti di forza sono la leggerezza, la durabilità e la riciclabilità, insieme al contenimento degli impatti nella produzione e dei consumi durante l’uso.
Anche le fibre naturali possono raggiungere elevate prestazioni tecniche. Rewoolution, per esempio, realizza capi durevoli in lana merino certificata, monomateriale e proveniente da una filiera controllata. Dryarn e Rewoolution partono quindi da materiali molto diversi, sintetico il primo e naturale il secondo, ma mostrano entrambi come sia possibile migliorare le prestazioni ambientali attraverso caratteristiche verificabili.
Un altro esempio sono i Sensitive Fabrics, tessuti indemagliabili utilizzati per leggings, abbigliamento da ciclismo e capi outdoor. In questo caso l’attenzione si concentra sulla riduzione degli impatti produttivi, sulla gestione delle sostanze chimiche e sulla durabilità. Per questi tessuti è stata inoltre calcolata l’impronta ambientale di prodotto secondo il metodo PEF.
A queste soluzioni si aggiungono fibre ormai piuttosto diffuse, come il Tencel, utilizzato anche per i capi da yoga. Quando acquistiamo abbigliamento tecnico, dunque, possiamo verificare la composizione, la presenza di materiali riciclati, le certificazioni e l’eventuale uso di trattamenti chimici. La durabilità ha un peso particolare: questi capi rispondono meno alle tendenze e possono essere utilizzati a lungo, trasformando una spesa iniziale più alta in un investimento nel tempo.