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Adelmo Biscuola, dal Polesine alla Cina facendo conoscere al mondo l'eccellenza delle scarpe italiane

October 13, 2026

ROVIGO - Non ha mai lasciato definitivamente il Polesine, ma il mondo lo ha girato quasi tutto. Dalla Cina al Vietnam, dall'Arabia Saudita al Marocco, passando per i Balcani e la Turchia. Una ventina di Paesi in quarant'anni, con una valigia sempre pronta e un mestiere imparato nella terra degli “scarpari”. Adelmo Biscuola, 72 anni, originario di Villanova del Ghebbo e oggi residente a Magnolina, vicino a Gavello, è uno di quei tecnici italiani che le aziende calzaturiere chiamano quando c'è un problema da risolvere. 

Un esperto della produzione, soprattutto dell'incollaggio delle suole, che ha portato le competenze del distretto polesano negli stabilimenti di mezzo mondo. E continua a farlo: proprio oggi è in partenza per la Romania, dove lavora anche il figlio Roberto. La sua storia comincia nel cuore del «Triangolo della calzatura», tra Villanova, Lendinara e Fratta, quando i laboratori artigianali erano il motore dell'economia locale. Nel 1984 Villanova contava 158 aziende in un paese di duemila abitanti, con circa 1.600 lavoratori provenienti da fuori. Poi arrivò la crisi, che travolse anche l'azienda del padre, Pietro. Era il 1991 e Adelmo non aveva nemmeno i soldi per fare benzina. A cambiargli la vita fu un assegno da un milione di lire.
 

Come cominciò la sua avventura internazionale?
«Era il 1991, un periodo molto difficile. Dopo il fallimento dell'azienda di mio padre Pietro, nessuno ci faceva più credito, nemmeno per comprare un chilo di pane. Una sera Giuseppe Farronato, della Gasparotto di Montebelluna, mi chiese di raggiungerlo perché in uno dei suoi stabilimenti c'era un problema tecnico con l'incollaggio delle suole. Gli risposi che sarei andato volentieri, ma non avevo nemmeno i soldi per la benzina».
 

E cosa accadde?
«Il giorno dopo, nel cortile della fabbrica ormai chiusa e in liquidazione, arrivò un'auto. Un uomo si presentò e mi consegnò un assegno da un milione di lire».
Un episodio che ancora oggi lo commuove. Da quel momento cominciarono gli spostamenti, inizialmente nei quattro stabilimenti italiani della Gasparotto, poi all'estero.
 

Quanti Paesi ha visitato per lavoro?
«In quarant'anni penso una ventina. Ho cominciato dall'Albania, poi sono stato in Croazia, Slovenia, Turchia, Bosnia, Serbia, Bulgaria. Successivamente sono arrivati la Cina, il Vietnam, l'Arabia Saudita, il Marocco e altri Paesi nei quali mi sono fermato anche soltanto per pochi giorni».
 

Dove è rimasto più a lungo?
«In Cina. Stavo via anche sei mesi e ogni tanto cambiavo provincia».
Assenze lunghe, che hanno inevitabilmente inciso sulla vita familiare. La moglie Rossana, quando Adelmo lavorava in Cina, riusciva a vederlo una volta ogni sei mesi, mentre durante gli incarichi nei Balcani e nel Nord Africa i rientri erano più frequenti, ogni tre mesi. Oggi il figlio Roberto lavora in Romania da quasi cinque anni, mentre la figlia Valeria è rimasta in Italia.
 

Ha sempre lavorato per la stessa azienda?
«No, sono un tecnico che mette a disposizione la propria esperienza e poi cambia. Ricordo uno stabilimento in Vietnam, uno dei più grandi, dove si producevano tra le 100mila e le 150mila scarpe al giorno. Mi chiamarono per un problema di incollaggio. La responsabile, dal suo ufficio al quinto piano, pretendeva che risolvessi tutto senza nemmeno venire a parlare con me. Quando mi vide con le valigie in mano capì che non ero un suo dipendente».
 

Perché il settore calzaturiero italiano ha attraversato una crisi così profonda?
«Non è soltanto una questione di mercato o di addetti ai lavori. È la storia che determina certe situazioni. Oggi quanti giovani italiani sono disposti a lavorare alla catena di montaggio? Le famiglie hanno uno o due figli, tutti vogliono laurearsi e trovare un lavoro diverso. È una realtà che sta emergendo anche in Cina, dove la manodopera comincia a scarseggiare».
 

Questo significa che la scarpa italiana non ha più futuro?
«Assolutamente no. Le scarpe italiane sono ancora le più stimate al mondo, non c'è paragone. Il Made in Italy è oro colato. A volte si ricorre persino a espedienti, come mettere i lacci in Italia a scarpe già finite all'estero, proprio per poter utilizzare quella dicitura. Ma il nostro primato è soprattutto tecnico».
 

Come viene vista l'Italia nei Paesi in cui ha lavorato?
«Con ammirazione e rispetto. Quando chiedo ai miei amici cinesi dove vorrebbero andare in vacanza, la risposta è sempre la stessa: in Italia».
 

Che cosa le è rimasto soprattutto di tutti questi viaggi?
«L'amicizia e la cordialità delle persone. Mi sono sempre trovato come a casa. Ricordo in particolare Plovdiv, in Bulgaria, l'antica Trimontium romana. Un posto bellissimo, dove ancora una volta ho ritrovato una traccia dell'Italia».

E così, a 72 anni, Adelmo Biscuola continua a partire. Il suo indirizzo è rimasto in Polesine, ma il lavoro lo porta ancora oltreconfine. Dalle botteghe degli scarpari di Villanova ai grandi stabilimenti asiatici, il suo mestiere è diventato un passaporto per il mondo. Senza bisogno di cambiare casa.