Alex Polidori aveva solo sette anni quando ha prestato la voce al pesciolino protagonista di Alla ricerca di Nemo e a Koda di Koda, fratello orso, senza poter ancora intuire la portata di quelle esperienze. «Non immaginavo che quei personaggi sarebbero rimasti nell’infanzia di così tante persone», racconta. Oggi, a trent’anni, di strada ne ha fatta parecchia: è la voce italiana di Tom Holland - dallo Spider-Man dei film Marvel a Telemaco nell’Odissea - e, dal 2017, di Timothée Chalamet, che ha seguito in ruoli diversissimi come Paul Atreides in Dune, Willy Wonka, Bob Dylan in A Complete Unknown e, più recentemente, Marty Mauser in Marty Supreme. Nel 2019, proprio grazie alla sua interpretazione di Chalamet in Chiamami col tuo nome, ha vinto il premio come miglior doppiatore al Festival nazionale del Doppiaggio.
Traguardi importanti per una professione che, per sua stessa natura, lascia il volto di chi la pratica fuori dallo schermo: «È una cosa particolare, perché magari una persona ti ha ascoltato per anni, ha visto un film un sacco di volte, sa le battute a memoria e poi ti passa accanto senza avere idea di chi tu sia. Ma a me questa cosa piace», ammette Polidori. Anche se oggi social ed eventi hanno reso i doppiatori più riconoscibili, durante un film il loro compito resta precisamente quello di scomparire, lasciando che davanti allo spettatore esista soltanto il personaggio.
Intanto, però, anche il mondo intorno a quel microfono sta cambiando. Le piattaforme hanno reso più immediata la scelta tra doppiaggio e lingua originale, mentre l’intelligenza artificiale rende sempre più urgente stabilire chi possa utilizzare una voce e a quali condizioni. Per capire dove stia andando questo mestiere, siamo partiti da ciò che normalmente non si vede: il lavoro necessario per far sembrare naturale ogni singola battuta. È da qui che comincia la nostra conversazione con Alex Polidori.
Ha iniziato a doppiare da bambino, prestando la voce a personaggi destinati a entrare nell’immaginario di un’intera generazione. Che ricordo conserva di quelle prime esperienze e quanto era consapevole, allora, della portata del lavoro che stava facendo?
In realtà, l’ho capita molto dopo. Da bambino per me era soprattutto un gioco, anche se ovviamente dovevo impegnarmi e seguire delle indicazioni. Mio fratello Gabriele aveva già iniziato e io, da fratello minore, volevo fare quello che faceva lui. Quindi è stato tutto abbastanza naturale, il microfono non mi metteva particolarmente in soggezione. Di quei lavori ho dei ricordi un po’ a flash. Koda di Koda, fratello orso, per esempio, mi ha fatto lavorare parecchio, perché non stava mai zitto. Aveva queste battute lunghissime e velocissime e io dovevo stargli dietro. Mi divertivo, ma intanto imparavo tantissimo. Sicuramente non immaginavo che quei personaggi sarebbero rimasti nell’infanzia di così tante persone. Me ne rendo conto oggi, quando vengono a raccontarmelo.
Che effetto fa sapere che moltissime persone conoscono la sua voce senza sapere necessariamente che appartiene a lei?
È una cosa particolare, perché magari una persona ti ha ascoltato per anni, ha visto un film un sacco di volte, sa le battute a memoria e poi ti passa accanto senza avere idea di chi tu sia. A me questa cosa piace. Poi sono anche contento che oggi, grazie ai social e agli eventi, ci sia più curiosità verso di noi. È bello poter dare un volto a una voce, conoscere le persone e ricevere il loro affetto. E mi fa piacere che possano scoprire anche il resto di quello che faccio, la musica, per esempio. Durante il film, però, devono vedere il personaggio. Se mentre parla Spider-Man pensano ad Alex, ecco, forse si perde un po’ la magia.
Del doppiaggio si percepisce soprattutto il risultato finale, mentre studio e tecnica attoriale rimangono invisibili. Qual è la parte più complessa di questa professione che il pubblico difficilmente riesce a cogliere?
Secondo me la parte più difficile è far sembrare naturale qualcosa che, in realtà, ha tantissimi vincoli. Devi seguire un altro attore, capire quello che sta facendo, rispettare i suoi tempi, le intenzioni e i cambi emotivi, facendo funzionare tutto in un’altra lingua. Però chi guarda non deve sentire tutta questa fatica. Magari si pensa che abbiamo tanto tempo per prepararci e studiare il film. Spesso, invece, il lavoro si fa direttamente in sala: vedi la scena, ascolti, provi, la rifai, con il direttore di doppiaggio che ti aiuta e ti guida. Devi essere abbastanza veloce a entrare in quello che sta vivendo il personaggio. E lì avere una bella voce non basta, devi proprio saper recitare. Anche una frase semplicissima, detta nel momento sbagliato o con l’intenzione sbagliata, può cambiare completamente significato.
Dal 2016 lei è la voce italiana ufficiale dello Spider-Man di Tom Holland e ha doppiato il personaggio anche in diverse produzioni animate. Che cosa ha significato entrare in un immaginario così tanto amato?
Per me è stata una cosa enorme, anche perché Spider-Man mi piaceva già da bambino. Mi ci vestivo, guardavo i cartoni e i film. Quindi ritrovarmi a dargli la voce è stato abbastanza assurdo, in senso positivo. La responsabilità la senti, perché sai quanto le persone siano affezionate a quel personaggio. Però poi, quando sei al microfono, devi concentrarti su quello che stai facendo. Non puoi stare tutto il tempo a pensare: “Oddio, sto doppiando Spider-Man”. Devi seguire Tom, capire il suo Peter Parker e farlo arrivare al pubblico. L’emozione poi te la godi anche dopo, soprattutto quando incontri i bambini e ti rendi conto che, per loro, quella voce è proprio la sua.
Seguire a lungo lo stesso personaggio e lo stesso attore permette probabilmente di conoscerli sempre meglio, cogliendo nel tempo sfumature che all’inizio potevano sfuggire. È accaduto anche a lei con Peter Parker e Tom Holland?
Sì, sicuramente col tempo impari a conoscerlo meglio. Prendi confidenza con il suo modo di parlare, con certe esitazioni e con i suoi cambi di ritmo. Però questo non vuol dire che a un certo punto vai in automatico, perché lui cambia e anche Peter cresce. All’inizio c’è questo ragazzino pieno di entusiasmo, un po’ impacciato, che vuole dimostrare di essere all’altezza. Poi gli succedono delle cose che, insomma, si porta dietro, e devono sentirsi anche nella voce. Mi piace molto il passaggio tra il Peter più insicuro e l’energia che tira fuori quando è Spider-Man. Sono due aspetti della stessa persona, ma hanno equilibri diversi di film in film. E nel frattempo siamo cresciuti tutti: Tom, Peter e anch’io.
Doppiare uno stesso interprete in ruoli molto diversi richiede forse il percorso opposto. Penso, ovviamente, a Timothée Chalamet. Come si lavora sulla voce per restituire trasformazioni così diverse e che cosa significa seguire la carriera di un attore che arriva fino alla vittoria del Golden Globe e alla candidatura all’Oscar?
Con Timothée ogni volta c’è da rimettersi in gioco, perché pensi di aver preso confidenza con lui e poi arriva con un personaggio completamente diverso. Paul Atreides in Dune, Willy Wonka, Bob Dylan in A Complete Unknown e Marty Mauser in Marty Supreme hanno proprio modi diversi di parlare, di muoversi e di stare nelle scene. Io parto sempre da lui, da quello che vedo e sento. Non posso decidere prima. Cerco di capire cosa sta facendo e come posso restituirlo in italiano. Con Bob Dylan, per esempio, c’era una vocalità molto particolare da trovare, che doveva anche stare bene accanto alle canzoni rimaste in originale. Con Marty, invece, c’era una frenesia continua, con tantissimi cambi di ritmo e di interlocutore anche all’interno della stessa battuta. Quando arrivano dei riconoscimenti sono contentissimo per lui. Ovviamente l’interpretazione è sua e il merito è suo. A me fa piacere pensare di aver contribuito a farla arrivare anche al pubblico italiano. E poi, diciamolo, seguire un attore che fa cose così diverse è una bella fortuna: ti fa lavorare tanto, ma ti fa anche crescere.
Ha mai avuto occasione di incontrare Tom Holland o Timothée Chalamet, oppure di ricevere una loro reazione al doppiaggio italiano?
Tom sì, l’ho incontrato a Roma nel 2017, in occasione della presentazione di Spider-Man: Homecoming. Ed è strano trovarti davanti una persona che hai passato così tanto tempo a guardare e ad ascoltare. Hai quasi la sensazione di conoscerla già, anche se ovviamente per lui non è la stessa cosa. Con Timothée, invece, non sono mai riuscito a parlare. L’ho visto qualche volta da lontano, ma non ho mai avuto modo di avvicinarlo. Mi piacerebbe molto e spero che prima o poi ci sia l’occasione. Il confronto sul lavoro avviene soprattutto in sala, con il direttore di doppiaggio. L’attore lo segui attraverso quello che ha fatto nel film: lo ascolti, lo osservi e cerchi di capire ogni sfumatura. È una conoscenza un po’ particolare, perché approfondisci tantissimo il suo modo di recitare, pur senza conoscerlo personalmente.
Tra tutti i personaggi, quale si è divertito maggiormente a doppiare e quale, invece, è stato il più difficile?
Tra quelli con cui mi diverto tanto c’è sicuramente Usopp di One Piece. Quando posso fare un po’ lo scemo, diciamo, mi trovo abbastanza a mio agio. Mi piacciono quei personaggi che fanno gli spavaldi e un secondo dopo sono nel panico, con tutti questi cambi. Tra quelli che mi hanno messo più alla prova direi sicuramente Bob Dylan, perché c’era da trovare un equilibrio molto preciso: dovevi seguire la sua articolazione molto poco evidente, parlava con la bocca socchiusa praticamente, e aveva la voce un po’ nasale. Tutto questo però, senza farlo diventare una caricatura. Non è stato semplice. E poi ci sono le scene che ti impegnano emotivamente. Non è detto che la cosa più difficile sia quella in cui urli o fai chissà cosa. A volte è una frase detta piano, semplicissima, che però deve avere dentro tutto. E lì magari ci lavori molto di più.
Oggi le piattaforme hanno reso molto più semplice scegliere tra versione doppiata e lingua originale, soprattutto per le generazioni più giovani. Ha percepito un cambiamento nel loro rapporto con il doppiaggio? Quale spazio pensa che avrà questo mestiere in futuro?
Io vedo tanta curiosità. Ci sono ragazzi che guardano i film in originale e poi vengono agli eventi, seguono i doppiatori e ti fanno domande anche molto specifiche. Quindi le due cose possono convivere tranquillamente. Secondo me poter scegliere è una cosa positiva. Vuoi sentire direttamente l’attore? Guardi l’originale. Vuoi goderti il film nella tua lingua? C’è il doppiaggio. Non ne farei una gara tra chi capisce di più il cinema e chi meno. Per il futuro credo che dobbiamo continuare a lavorare sulla qualità. Però servono anche le condizioni per farlo, il tempo per provare una cosa, aggiustarla e trovare la soluzione migliore. Se tutto diventa una corsa, quel lavoro sulle sfumature rischia di perdersi. E invece è proprio quello che dà valore a ciò che facciamo.
A proposito di cambiamenti, l’intelligenza artificiale sta entrando in ogni settore e il doppiaggio, fondato proprio sulla voce, è forse tra quelli maggiormente esposti ai suoi effetti. Come sta cambiando il vostro lavoro e quale confine dovrebbe essere posto tra le possibilità offerte dalla tecnologia e la tutela dell’identità dei doppiatori?
È una cosa su cui mi faccio delle domande, come tutti. Non me la sento di dire: “Non succederà mai, una macchina non potrà mai farlo”, perché questa tecnologia cambia a una velocità incredibile. Basta vedere dove eravamo qualche anno fa. Sul lato tecnico penso che possa essere utile, per la post-produzione e per alcune correzioni. Poi, però, c’è tutta la parte dell’interpretazione: capire perché una persona dice una determinata cosa, che cosa prova, che cosa magari sta cercando di nascondere. È lì che, per me, c’è il valore del nostro lavoro. E soprattutto c’è il discorso della voce, che è una cosa molto personale. Devo poter decidere se viene utilizzata, per fare cosa, per quanto tempo e a quali condizioni. Non è che, siccome hai una registrazione della mia voce, allora puoi farmi dire qualunque cosa. Anche perché chi ascolta potrebbe pensare che l’abbia detta davvero io. Su questo credo che servano dei confini molto chiari.
Le è mai capitato che qualcuno riconoscesse la sua voce in una situazione quotidiana, senza sapere inizialmente chi fosse, e la collegasse improvvisamente a Spider-Man o a un altro dei suoi personaggi? Qual è l’episodio più curioso o divertente che ricorda?
Mi viene in mente un’esperienza a cui tengo molto. Ho partecipato diverse volte alle attività di Le Voci del Cuore, un’associazione nata da un gruppo di doppiatori che porta le voci dei personaggi negli ospedali, nelle case famiglia e, insomma, in situazioni un po’ delicate, per cercare di regalare un sorriso. Io sono stato in ospedale a incontrare dei ragazzi e ho organizzato anche dei piccoli laboratori di doppiaggio per adolescenti. L’idea era farli provare, divertire e dare loro un’occasione per svagarsi un po’. Vedere quanto potesse fare loro piacere anche solo sentire dal vivo la voce di Spider-Man e poterci parlare è una cosa che mi è rimasta. Lì pensi: cavolo, allora questa voce è davvero un piccolo superpotere. Perché magari a te dire due frasi non costa nulla, ma per qualcuno che sta vivendo una fase difficile può significare un sorriso, un momento di leggerezza. Ed è una delle cose più belle che questo lavoro mi abbia permesso di fare.
Poi ci sono anche le richieste più buffe, come gli audio per convincere i bambini a fare qualcosa che li spaventa o su cui proprio non vogliono ascoltare i genitori. Una volta mi hanno chiesto di convincere un bambino a tagliarsi le unghie con la voce di Spider-Man. Quindi, insomma, tra una missione e l’altra capita anche questa. Fa sorridere, però ti fa capire quanta fiducia possano avere in un personaggio.
Appassionata di nuovi e vecchi media e studiosa in via d’evoluzione dei servizi multimediali over-the-top, scrivo principalmente di grande e piccolo schermo e sostenibilità ambientale.
Dopo aver mosso i primi passi come PR Consultant per Prime Video, sono passata dall’altra parte del “palco”, abbracciando il mondo del giornalismo. Ho scritto, tra gli altri, di cinema per Sky TG24, di innovazione per Innovando News e di attualità per il Corriere del Trentino, per poi approdare nel mondo di Hearst.
Nella mia vita ideale The Office è in loop, sono circondata da animali e le Dolomiti fanno da sfondo. Anagraficamente Gen Z, sono Millennial nella vita di tutti i giorni: eternamente nostalgica, fingo di saper usare TikTok, ma non ho mai abbandonato le agende cartacee.

