Elephants

Allacciate le cinture, la vostra 'Odissea' low cost sta per cominciare

August 14, 2026

Sono stata bannata da Ryanair per ventiquattro mesi. Così pare.

Resto prudente perché Ryanair, al momento, non me l’ha comunicato ufficialmente. L’ho saputo da un amico che ha un amico che lavora al flight dispatch della compagnia, che è più o meno il modo in cui negli anni della mia giovinezza si veniva a sapere di essere sulla lista nera del Plastic.

A contrario dell’ostracismo post-adolescenziale in una delle discoteche più ambite di Milano, però, in questo caso il fatto mi ha creato un problema pratico non da poco: ho un volo Ryanair di ritorno e non sapendo se mi ci faranno salire, se mi faranno arrivare fino al gate per poi arrestarmi, o se mi esporranno preventivamente in aeroporto con la scritta WANTED, nel dubbio ho comprato un altro biglietto. Con un’altra compagnia, s’intende.

Per capire come io sia diventata persona non gradita nei cieli d’Europa bisogna tornare a qualche giorno fa.
Imbarco Ryanair, Milano Malpensa.
«Signora, avete pagato per i bagagli da stiva, non può portarli in cabina».
«Ma non abbiamo imbarcato in stiva, abbiamo questi a mano».
«Non importa, non possono salire con voi».
«Allora ci ridate i soldi pagati per i bagagli che non abbiamo imbarcato in stiva?».

No.
Possiamo però pagare per i bagagli a mano.
Ancora.
Centotrentotto euro.

Pago. Solo con carta. Solo carta fisica perché il contactless non funziona. A questo punto comincio a sospettare di essere finita in una candid camera bulgara.

Arriviamo belli soddisfatti e gaudenti all’ingresso dell’aereo con i nostri bagagli finalmente autorizzati, regolarmente muniti di etichetta giallo fluo “manual bag tag”.

«No signora, il bagaglio deve andare in stiva».

È in quel momento che inizio a pensare a Kafka e al fatto che se fosse ancora vivo, oggi lavorerebbe con buona probabilità nel reparto tariffe di una compagnia low cost.

«Ma ho appena pagato 138 euro per portarli a bordo».
«Abbiamo raggiunto la capienza massima».

Guardo le cappelliere. Ci sono posti liberi.
Non importa.

«Protesti con la compagnia».
«Allora mi ridate i 138 euro che ho appena pagato per portarli a bordo?».

Macchè.
«Protesti con la compagnia».

Ora, io non sono famosa per avere un carattere accomodante. Ho molti difetti e tra questi non figura la capacità di accettare serenamente l’assurdo, a maggior ragione se mi costa 138 euro, senza contactless.

A un certo punto interviene uno dei piloti. Ribadisce con tono altezzoso che i bagagli devono andare in stiva e che, se abbiamo qualcosa da ridire, possiamo fare reclamo alla compagnia.

Lo guardo e pronuncio la frase che ha cambiato – in parte e irrimediabilmente – il corso delle mie vacanze:
«Ma guarda sta faccia di cazzo».

Non è una considerazione gentile. Me ne rendo conto. E non credo verrà inserita nelle prossime lezioni del bon ton di Lina Sotis. Ma – ammetto – non immaginavo che avrebbe potuto avere una rilevanza aeronautica internazionale.

Poco dopo arriva la polizia.
Ci fanno scendere dall’aereo. Io, il mio compagno e mia figlia di sette anni.

Una volta mi sbattevano fuori dalle discoteche per ubriachezza molesta. Ora mi fanno scendere dagli aerei da sobria per incontinenza verbale. Non so se chiamarla maturità, di certo è cambiato il tariffario delle conseguenze.

Sul report scrivono: «Passeggera al rifiuto di imbarco valigia insulta assistente di volo e primo ufficiale».

Compriamo tre nuovi biglietti. Il 10 agosto. A una cifra che preferisco rimuovere. Prendiamo anche una stanza d’appoggio allo Sheraton di Malpensa per aspettare il nuovo volo, un’altra ad Atene perché a quel punto l’arrivo è nel cuore della notte. E tutto sommato prendiamo anche con ottima filosofia l’inconveniente.

Sepolto il tempo in cui il cliente aveva sempre ragione, oggi nell’era del low cost monopolistico, ridotti a dover ingoiare e senza eccessivo disappunto, ci siamo arresi all’inesorabile accettandolo con benevolenza e un paio di muffin al cioccolato di consolazione trangugiati nella ressa agostana dello Starbucks di un aeroporto invaso da disperati in flip flop come noi.

Analizzandolo, il nuovo patto aveva acquisito una sua linearità: prima paghi, poi subisci, e senza fare troppe domande. Se ritieni di avere qualche diritto, potrai provare a farlo valere dopo. Con calma. Compilando un form, mandando una mail, aspettando sette giorni lavorativi, conservando ricevute, screenshot, carte d’imbarco e, se proprio ci tieni moltissimo, investendo parte del patrimonio famigliare in un buon civilista.

Magari alla fine avrai persino ragione. Ti rimborseranno i 138 euro e ti porgeranno le sentite scuse che potrai incorniciare e appendere in salotto, nel posto lasciato libero dal giorno di vacanza perso tra lo Sheraton e lo Starbucks di Malpensa.

Pensavo che la storia sarebbe finita lì. Che i miei punti karma sarebbero aumentati e che tutto sommato la statistica mi avrebbe concesso una vacanza serena.
Mi sbagliavo.

Due giorni dopo è arrivata la notizia per vie ufficiose.

L’amico dell’amico che lavora al flight dispatch Ryanair ha comunicato: Ti confermo che Voglino Simona ha applicato travel ban 24 mesi FR global.
Ventiquattro mesi. Due anni. Neanche una mail per avvisarmi.

Ed ecco la parte che preferisco della vicenda: scoprire di essere persona non gradita a una compagnia aerea nello stesso modo in cui scoprivo che il mio ex si era fidanzato. Da terzi. Per sentito dire.

Non so se sia vero, ma verosimile sì e non ho voglia di rischiare un ritorno che potrebbe diventare più rocambolesco dell’andata. Ho provato a contattare la compagnia ma si è rivelata un’avventura fallimentare: mandata una mail, mi hanno però avvertita che le richieste vengono elaborate non prima di 7 giorni. E il mio ritorno non ha così tanto tempo a disposizione.

Non so nulla di ufficiale, dunque. Non so da quando decorra la pena. Non so se esista un ufficio libertà vigilata Ryanair al quale presentarmi tra dodici mesi per buona condotta.

So soltanto che avevo già un biglietto di ritorno con loro e che, per evitare di scoprire direttamente al gate con una bambina, tre valigie e magari di nuovo la polizia, che non posso volare, ne ho comprato un altro.

Loro, immagino, penseranno: così impara a essere maleducata.

Io per il momento ho imparato che per Ryanair «faccia di cazzo» non è soltanto un insulto. È una condanna.

E che piuttosto che riprendere un loro volo nei prossimi ventiquattro anni sono disposta a tornare da Atene con FlixBus o, se necessario, potrei persino vagliare l’opportunità del pedalò. Meltemi permettendo.