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Il nuovo rapporto Eurispes fotografa una professione in crisi strutturale: stipendi bassi, carichi di lavoro eccessivi e una forte disuguaglianza tra le regioni. Il modello organizzativo del SSN è da riformare.
La sanità italiana perde pezzi. Non è solo una questione numerica, ma un vero e proprio esodo di competenze ed energie. A lanciare l’ennesimo, drammatico allarme è il nuovo rapporto Eurispes, intitolato “Oltre il lavoro dipendente. Nuovi modelli organizzativi nell’area infermieristica”. I dati relativi al 2025 parlano chiaro: sono stati 5.770 gli infermieri che hanno deciso di lasciare l’Italia per cercare fortuna all’estero.
Un trend preoccupante che sottende problemi profondi e sistemici del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN), incapace di trattenere i propri professionisti, spesso formati con risorse pubbliche.
Italia sotto la media europea: il divario assistenziale.
Uno dei dati più allarmanti emersi dallo studio Eurispes riguarda il rapporto tra il numero di infermieri e la popolazione. L’Italia si attesta su una media di 6,9 infermieri ogni mille abitanti. Il dato è nettamente inferiore rispetto alla media europea, che si aggira intorno agli 8,9 professionisti per mille abitanti.
Questo divario si traduce quotidianamente in maggiori carichi di lavoro per il personale rimasto in servizio, difficoltà organizzative sempre più complesse e una pressione crescente che incide inevitabilmente sulla qualità dell’assistenza e sul benessere degli operatori. Il tutto in un contesto di progressivo invecchiamento della popolazione, che richiede una domanda di cura sempre maggiore.
Stipendi al ribasso: la fuga verso l’estero.
Perché un giovane infermiere dovrebbe scegliere di lavorare all’estero? La risposta è, in gran parte, legata alla busta paga. Secondo il rapporto Eurispes, lo stipendio medio annuo di un infermiere italiano è di 32.400 euro. Una cifra ben lontana dalla media dei Paesi OCSE, che si attesta sui 39.800 euro.
Parliamo di una differenza di circa 7.400 euro lordi l’anno. Un gap economico significativo che rende i sistemi sanitari esteri estremamente attrattivi, soprattutto per i neolaureati che non vedono prospettive di crescita economica adeguata in Italia.
Regno Unito e Svizzera: le mete preferite.
Ma dove vanno gli infermieri italiani? Le destinazioni sono principalmente due, che da anni assorbono la maggior parte del personale in uscita:
- Regno Unito: È la meta principale, scelta dal 44% degli espatriati.
- Svizzera: Rappresenta il 24% delle scelte, grazie a retribuzioni molto elevate e condizioni di lavoro considerate più favorevoli.
Disuguaglianze regionali: la mappa della carenza.
Il problema non è solo la carenza nazionale, ma anche la sua distribuzione sul territorio. I dati di giugno 2026 forniti dalla FNOPI (Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche) parlano di 464.193 iscritti all’Albo, ma con forti squilibri regionali.
- Il Lazio detiene il primato con il rapporto più elevato: 86,2 infermieri ogni 10.000 abitanti.
- La Campania si ferma a 52,2 infermieri ogni 10.000 residenti.
Questa disomogeneità crea cittadini di serie A e di serie B in termini di accesso alle cure, evidenziando un’ulteriore falla nel sistema.
Non bastano i corsi di laurea: serve valorizzazione.
Secondo Eurispes, aumentare i posti disponibili nei corsi di laurea (misura pur necessaria) non è sufficiente a risolvere la crisi. La vera sfida è rendere la professione attrattiva.
Formare infermieri che poi scelgono di lavorare fuori dai confini nazionali è uno spreco di risorse inaccettabile. Per invertire la rotta, occorre agire su più fronti:
- Condizioni economiche: adeguare gli stipendi agli standard europei.
- Percorsi di carriera: offrire reali opportunità di crescita e specializzazione.
- Modelli organizzativi: creare ambienti di lavoro sostenibili e meno stressanti.
La proposta: il convenzionamento degli infermieri.
Tra le soluzioni innovative proposte nel rapporto Eurispes, spicca la sperimentazione del convenzionamento degli infermieri con il Servizio Sanitario Nazionale, un modello simile a quello già adottato dai medici di medicina generale.
Secondo l’istituto di ricerca, questa formula potrebbe garantire maggiore autonomia professionale, una maggiore flessibilità organizzativa e nuove opportunità di sviluppo per gli infermieri, assicurando al contempo ai cittadini le necessarie garanzie assistenziali.
Il futuro della sanità italiana.
Il messaggio del rapporto Eurispes è chiaro e inequivocabile: la crisi infermieristica non si combatte soltanto con la matematica dei numeri. È necessario un ripensamento radicale del sistema per trattenere chi già lavora nel SSN e rendere la professione nuovamente appetibile per le nuove generazioni.
Solo attraverso una reale valorizzazione economica, professionale e sociale degli infermieri sarà possibile garantire il futuro del sistema sanitario italiano. Il problema non è solo quanti professionisti formiamo, ma quanti decidono di restare a costruire il proprio futuro nel nostro Paese.
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