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Allarme vino invenduto (anche in Puglia). «Il mercato è cambiato, puntiamo sulla qualità»

August 8, 2026


Il comparto vitivinicolo pugliese attraversa uno stato di grave crisi: sono oltre cinque i milioni di ettolitri di vino invenduto nelle cantine della regione. Per questo, per i produttori occorre «prendere atto che i tempi sono cambiati, e puntare di più sulla qualità che non sulla quantità. Il settore vinicolo comunque non è in crisi irreversibile, ma sta attraversando una fase di trasformazione».

Non bisogna dunque, sembrano dire i vitivinicoltori, sottovalutare i segnali che arrivano dal mercato anzi affrontarli e cercare di risolverli. A sottolinearlo sono oggi alcuni esponenti del comparto pugliese che accolgono con preoccupazione i dati sull’invenduto rilanciati da Cia-Agricoltori Italiani Puglia, ma guardano con fiducia alle trasformazioni del mercato in atto. Per Francesco Liantonio, presidente di Cantine Torrevento Srl di Corato, il dato sul vino invenduto «non è una novità. Non è soltanto un problema pugliese, ma è un problema che si riflette in Italia e nel mondo intero, che il settore si porta avanti perché probabilmente negli anni in cui il vino è sempre stato il pioniere di tutto l’agroalimentare, forse non si è pensato a una maggior tutela. Le giacenze arrivano perché c’è stato l’impianto selvaggio dell’uva, si è impiantata uva in eccesso in tutto il mondo. Arriviamo con un’eccedenza di uva e con un cambio nel gusto dei consumatori».

Oggi, «c’è una diversa abitudine al consumo e si beve molto meglio. Quindi - per il presidente Liantonio - bisogna puntare assolutamente sulla qualità, a creare brand e valore alle nostre produzioni. In più, in Puglia abbiamo delle piaghe che dobbiamo risolvere. Una è quella dell’uva da tavola, spesso le eccedenze dell’uva da tavola inquinano il settore dell’uva da vino e questo non è corretto perché crea ulteriore eccedenza di produzione e ulteriore giacenza. Per questo, anche in Puglia, ma un po’ in tutta Italia, bisogna rendere efficace ed efficiente il catasto viticolo perché dobbiamo avere dei numeri certi dichiarati e certificati». Per il produttore di Corato, c’è bisogno «di una volontà politica istituzionale che dia coerenza e certezza alla produzione vitivinicola. A me dispiace perché questi dati arrivano in piena vendemmia e possono avere dei riflessi negativi, questo porterà sicuramente a una campagna non esaltante nella remunerazione del valore delle uve. Ma io mi auguro che questa situazione serva per comprendere i problemi che da tempo ci portiamo dietro e che vengono affrontati e risolti in maniera diretta, chiara e con convinzione, perché bisogna far sì che il vino ritorni a essere l’alfiere dell’agroalimentare italiano». In sintesi, per Liantonio non bisogna sottovalutare «certi segnali che arrivano dal mercato, affrontarli e cercare di risolverli».

Massimiliano Apollonio della Apollonio Vini 1870 di Monteroni di Lecce si dice preoccupato per una crescente campagna mediatica contro il vino che starebbe influenzando negativamente la percezione dei consumatori, soprattutto tra i più giovani. Secondo questa visione, il rischio maggiore «è la perdita della cultura e della tradizione del vino, patrimonio storico di migliaia di anni, e tutto questo si ripercuote anche a livello di consumi. Il mercato ormai si combatte sui social, sulle comunicazioni e quindi le nuove generazioni continuano a bere sempre meno vino e soprattutto sta scomparendo il vino proprio dalle tavole, questa è la paura più grande». «Come Apollonio Vini stiamo cercando di creare linee per i più giovani, abbiamo fatto delle bottiglie molto carine dal punto di vista estetico. Al momento, comunque, l’unico vino che non conosce crisi è il susumaniello perché ha pochi tannini all’interno, e questo adesso è diventata una fortuna».

Carmine Dipietrangelo amministratore di Tenute Lu Spada di Brindisi spiega che «il settore vinicolo non è in crisi irreversibile, ma sta attraversando una fase di trasformazione. Le aziende devono riflettere su questo cambiamento in atto, lo devono governare anche cambiando sé stesse. È necessaria maggiore collaborazione, così come è indispensabile meno narcisismo e individualismo. La crisi della giacenza inoltre non può giustificare alcuna speculazione sui prezzi dei vini e delle uve. Sono necessarie innovazioni e non si possono fare cose nuove facendo le stesse cose che abbiamo sempre fatto. A mio avviso, il tavolo regionale dovrebbe essere lo strumento attraverso cui coinvolgere direttamente i produttori e i vitivinicoltori per affrontare questi temi».

Le proposte per il rilancio avanzate di recente da Cia Puglia, nell’immediato prendono in considerazione il monitoraggio delle giacenze con la distinzione tra vini rossi e vini bianchi/rosati; azioni per impedire che l’uva da tavola invenduta venga destinata alla vinificazione e, inoltre, l’adozione della misura della distillazione di crisi per vini ben identificati e l’attuazione di misure per dare liquidità alle aziende.

Per Doni Coppi, direttore generale della casa vinicola Coppi di Turi «la situazione geopolitica non aiuta il comparto vitivinicolo, ma è necessario mantenere un approccio ottimista e continuare a confidare soprattutto in una produzione di qualità. Ed è quello che oggi la Puglia sta facendo in termini generali, cioè puntare su una produzione che vada a misurarsi sulla qualità, perché questa rappresenta la vera chiave di volta per il futuro del settore. Le consistenti giacenze, - continua il direttore Coppi - riguardano soprattutto le grandi produzioni, che in questo momento storico sono quelle maggiormente esposte alle difficoltà del mercato. L’intera filiera è chiamata a prendere atto che i tempi sono cambiati e che è necessario orientare il comparto verso un modello capace di distinguersi più per la qualità che per i volumi produttivi. Il mercato sta cambiando e i dati confermano che si beve meno, di conseguenza, è indispensabile attivare strategie capaci di rispondere a questa nuova realtà». Il punto cardine è che «le grandi produzioni devono evolvere, prendendo esempio da territori come il nostro della zona Doc di Gioia del Colle che producono circa 80 quintali per ettaro, con rese contenute ma di grande qualità. Questo modello richiede però di trovare un equilibrio tra la sostenibilità di una produzione così bassa che però debba essere compensata da una remunerazione equa dal punto di vista economico».

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