
Ha inaugurato allo Spazio espositivo C.A. Ciampi, Palazzo del Pegaso presso il Consiglio Regionale di Firenze, la mostra Andrea Luzi Archè Topos, visitabile fino al 24 settembre (dal lunedì al venerdì, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 19.00; sabato dalle 10.00 alle 13.00), con il contributo del critico d’arte Jacopo Chiostri.
La produzione artistica di LIUSI, pseudonimo di Andrea Luzi, “pittore meccanico”, come lui stesso si autodefinisce, ha intenzioni dichiaratamente militanti, con l’obiettivo di riaffermare la superiorità dell’ingegno e il valore del lavoro rispetto alla tecnologia. Le sue opere mostrano un’archeologia industriale, quel che resta del lavoro tradizionalmente inteso, anche in epoca industriale, il senso di appartenenza all’uomo e ai luoghi. Il risultato è un racconto che ha una sua dolcezza, venato di emozioni. La luce che trasferisce nei quadri, la delicatezza dei tratti, la reinvenzione di elementi meccanici, come ruote e bulloni che diventano fiori fa da contraltare al messaggio di denuncia come in Natura morta con vaso rosso.

Liusi dipinge realtà meccaniche nate dall’ingegno umano per rimediare ai malanni di altre meccaniche ideate, successivamente, dallo stesso ingegno, riportandoci alle suggestioni del cubismo di Fernand Léger ad esempio o all’universo un po’ allucinato e fantasioso di Cornelis Escher.
“Le mie opere”, ha precisato l’artista all’inaugurazione, “raffigurano ingranaggi, meccanismi e macchine ambientate in spazi industriali abbandonati, il tutto non come rifiuto del progresso e della tecnologia, ma come monito a ricordare da dove veniamo, e a non delegare interamente, soprattutto in epoca di IA, alla macchina la gestione di tutti gli aspetti dell’esistenza, privata e non. in sostanza, di lasciare alla tecnologia il ruolo di ‘oggetto’ e ‘soggetto’”.

In effetti i suoi olii che partono da foto e sopralluoghi, talora da una loro sintesi per accedere poi all’immaginazione fantastica, partono dall’abbandono delle fabbriche dismesse in particolare, ruderi lasciati a loro stessi soprattutto fuori dai centri urbani (in programma a breve un reportage nella zona di Campiglia Marittima, in provincia di Livorno), ma diventano un messaggio di speranza. L’auspicio che questi scheletri tornino a vivere come luoghi dedicati al terziario, spazi di incontro, spesso culturali dove la tecnologia rappresenta la sostituzione della fabbrica pesante, inquinante, della catena di montaggio. E l’arte in tal senso ci consente di proiettarci in una dimensione altra, possibile.
Il Senatore Riccardo Nencini, Presidente del Gabinetto Scientifico Letterario GP Vieusseux, ha sottolineato come la pittura di Luzi sia antitetica, nel guardare il mondo del lavoro, a quella di Mario Sironi e della crescita urbana delle periferie, grige e nebbiose. L’artista sembra qui impiegare la tecnica e gli elementi meccanici per renderli creativi, stimolando un’idea nuova di lavoro dove la tecnologia, al servizio dell’uomo può alleggerirlo dalle mansioni più pesanti e ripetitive. Nencini ha infatti associato alcune opere al Brunelleschi che aveva utilizzato i lavori della Cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze per mettere a punto il primo orologio meccanico conosciuto e conservato nel Palazzo di Scarperia.

Chi è Andrea Luzi foto 56.5
Artista fiorentino, classe 1965, lavora con lo pseudonimo LIUSI (The mechanical painter). Fin dall’infanzia è abituato a frequentare, in famiglia, un ambiente traboccante di arte e cultura, anche se in seguito, forse proprio per sfida personale, percorre una via più legata alla tecnologia. Studi classici, un breve passaggio alla facoltà di Ingegneria, poi Architettura, l’esperienza di un piccolo laboratorio artigiano di design, dove produce artigianalmente pezzi unici di mobili, oggetti e lampade, quindil lavoro in uno studio di architettura per diversi anni. In questo periodo si dedica alla conoscenza del mondo informatico, e si appassiona al funzionamento delle “cose”, reali e virtuali, sviluppando via via la personale consapevolezza di dover preservare la supremazia dell’uomo sulla tecnologia, soprattutto in epoca digitale. Senza mai aver perso l’abitudine di “tenere la matita in mano”, nel 2015 scopre il pennello la pittura a olio, e, da autodidatta totale, inizia a dipingere ruote dentate, ingranaggi e meccanismi, macchinari abbandonati e archeologie industriali, viste come luoghi dell’ingegno e del lavoro che fu. Nel 2023 realizza la prima mostra, dal titolo Technè.
Ilaria Guidantoni