Perugia, 25 ottobre 2026 – Antonio Moresco ha il senso dell’umorismo e quando gli fai i complimenti per la ripubblicazione, da Feltrinelli, in elegante veste grafica, della sua trilogia Giochi dell’eternità – Gli esordi, Canti del caos, Gli increati, rispettivamente 672, 1088, 1024 pagine – lui commenta così: "Mi hanno messo nei classici, gli altri sono tutti morti. Forse hanno saputo dei miei problemi cardiaci e si sono portati avanti”. Moresco è forse il più eccentrico dei nostri scrittori, insensibile com’è alle mode, all’industria dei premi letterari e ai circoli intellettuali che vanno per la maggiore. È più letto e amato in Francia che in Italia, dove comunque ha un consistente seguito di appassionati lettori. Moresco è ospite oggi a Perugia di Kum! Festival, dedicato quest’anno alla “Tentazione della violenza“, con una conferenza intitolata “La scatola nera“, spiegata così: “Dio Patria Famiglia, non è forse il tentativo di mettere una scatola nera dentro altre scatole nere, creare una matrioska di scatole nere?”
Moresco, dica la verità, ha proposto lei tema e titolo.
"Confesso, sono stato io. Credo che quanto succede nella cerchia più stretta delle persone con le quali ci si trova a nascere e a vivere i primi anni, sia un po’ la scatola nera della nostra vita”.

Canti del caos
E nella sua scatola nera, che cosa c’è?
“Eh, ci sono tante cose strane. Sono nato nel 1947 e sono davvero un figlio della guerra. Mio padre era un militare di carriera, fu catturato in Libia dagli inglesi e spedito in un campo di concentramento in India dove rimase sei anni. Tornò in condizioni spaventose, trascorse lunghi periodi in due manicomi militari. Doveva essergli successo qualcosa di enorme, di cui non ho mai saputo nulla. Quello che so è che casa nostra era diventata un inferno per la sua violenza, per il suo alcolismo, e quindi ho vissuto di persona le catastrofi che può produrre la guerra sugli esseri umani. Questa è una parte della mia vita che per molti anni è rimasta dentro di me come un trauma. Poi, piano piano, uno trova una strada. Faticosamente. Io ho trovato la strada dello scrittore, ma sono cose che segnano profondamente".
In che modo questa sua esperienza personale può riguardare gli altri?
"Credo che basti leggere i giornali per capire quante persone vivono traumi del genere, anche al di fuori delle guerre, quanti disastri si scatenano nei piccoli universi chiusi, in certi inferni familiari. Insomma, altro che Dio, patria e famiglia e certe descrizioni idilliache degli interni familiari. Non voglio generalizzare: ci sono famiglie che sono davvero dei nidi accoglienti e sicuri; diciamo che io ho conosciuto la faccia in ombra, e questo mi ha portato a fare delle considerazioni sulla famiglia come istituzione”.

Gli increati
Ci sono della alternative?
“Ho pensato molto a questa cosa e tuttavia non saprei dire. C’è stato un periodo in cui qualcuno ha anche provato a sperimentare forme alternative di convivenza. Quando facevo militanza politica, in gioventù, uscivano libri come quello di David Cooper, La morte della famiglia, in cui si faceva una critica profonda, radicale della famiglia atomizzata, del sistema sociale dell’epoca. Del resto già Platone nella Repubblica ipotizza una società in cui i figli vengono messi in comune. Ma sinceramente non so, anche perché manca una controprova, se altre forme di vita nei primi anni o decenni possano esistere e risultare migliori".
E allora perché insistere sul tema della famiglia?
"C’è stato un momento della mia vita in cui ho addirittura pensato di scrivere un testo teatrale intitolato I figli di Rousseau, nel quale immaginavo che i figli di Rousseau, che erano stati tutti abbandonati ancora in fasce in orfanotrofio fossero stati i più fortunati di tutti, perché potevano immaginare e idealizzare i propri genitori”.
Lei racconta nel libro Gli esordi un’esperienza personale molto dura di vita in collegio.
"Sì, a un certo punto in famiglia dev’essere successo qualcosa di molto grave che non ho mai saputo e allora i miei genitori mi hanno mollato in un collegio, salvo i mesi estivi che trascorrevo in un orfanotrofio della stessa congregazione religiosa. Non era un paradiso neanche quello. Lì si scatenavano delle dinamiche di gruppo, dei condizionamenti, delle malintese idee di lealtà, che ti portavano a fare cose che ti ripugnavano. La mia esperienza di vita familiare e anche comunitaria mi porta a dire che la via della libertà è veramente difficile”.

Gli esordi
Il motto “Dio, patria, famiglia“ sta tornando di attualità.
"Nomino quel motto per esprimere il mio orrore per il pesante conformismo che tradisce, per la pesante demagogia che circonda questi temi. Quando sento certe affermazioni demagogiche e propagandistiche, rimango disgustato e inorridito. Ci vorrebbe un po’ di umanità, invece di gettare delle parole così vuote, senza senso, definite come degli insiemi matematici, come tre scatole nere ognuna chiusa dentro un’altra, mentre la vita è molto più varia, molto più forte, molto più drammatica, e in certi casi anche molto più bella e meravigliosa di così”.
Quanto c’entra la sua passione per Leopardi in questa sua visione?
“Io ho incontrato Leopardi da ragazzo, proprio quando ero in seminario, e mi è sembrato di avere incontrato un fratello, uno che mi diceva la verità mentre tutti intorno a me tutti mi dicevano delle cose astratte, slegate dalla realtà. Leopardi, attraverso lo spazio e il tempo, mi diceva delle cose vere, a volte anche tragiche, ma che non mi annichilivano, perché la dimensione del tragico è una dimensione comunque aperta. È il nichilismo che chiude tutti gli spazi, la dimensione del tragico no, quindi mi arrivava un un amore molto forte, sia pure tradito, per la vita. Nel suo pensiero, nelle sue poesie, c’è un amore emotivo intenso per le creature e per il mondo; nei suoi versi ci sono gli umani, ma c’è anche la natura e ci sono gli animali. Questa idea così aperta della vita mi consolava, anche se mi diceva delle cose dolorose, aspre. Mi educava. Leopardi è stato il mio primo amore, per dirla con il titolo di una sua poesia".
Qual è oggi la sua idea di letteratura?
“Quando ho cominciato a leggere e poi da ragazzo a scrivere, avevo un’idea della letteratura come di qualcosa che mi apriva un varco dentro l’esistente, che rompeva lo specchio nel quale siamo tutti imprigionati e mi faceva passare dall’altra parte. Mi dava l’idea o l’illusione che potesse prefigurare il mondo, non solo limitarsi a descriverlo; è quello che hanno sempre fatto i poeti e gli scrittori. Ma a un certo punto il campo di irradiazione si è ristretto”.
Quando è accaduto?
"Soprattutto nel tardo ‘900 c’è stato una specie di allineamento, diciamo così, ai poteri che avevano preso possesso del mondo e che non contemplavano più questa possibilità. La letteratura è stata messa da parte, svalorizzata, e semmai chiamata a dare il massimo contributo a questa specie di assemblaggio ludico-nichilistico al quale assistiamo da tanto tempo. Molti probabilmente hanno assimilato questa prospettiva, o l’hanno subita. Io sono ancora abitato dalle stesse illusioni, dagli stessi sogni con i quali ho cominciato a leggere i grandi scrittori. Capolavori come Il rosso e il nero o Delitto e castigo mi trasportavano profondamente; per me non erano solo parole, erano mondi che si precisavano davanti ai miei occhi, dei mondi possibili nel bene come nel male. Ecco, io ho ancora quell’idea, e quindi in un momento in cui tutto è così chiuso, così bloccato, in un momento in cui viviamo sotto una cappa di pulsione di morte e ahimè anche di servitù volontaria, ecco che la letteratura, essendo meno sorvegliata perché si pensa che non conti niente, può riaprire il campo del possibile attraverso l’immaginazione. È già successo in passato. Io vivo dentro questo sentimento”.