Stop armi all'Ucraina, più aiuti dallo Stato. Lo slogan lo scandiscono gli autotrasportatori che, insieme agli agricoltori, dalla Sicilia alla Campania bloccano gli approvvigionamenti dei supermercati “contro il caro gasolio”, ma risuona anche in piazza Duomo a Milano dove la protesta degli studenti è stata incendiata da casseurs e antagonisti. Visto l'avvicinarsi di un dibattito politico che infuocherà lo scontro elettorale da qui a pochi mesi, meglio fare chiarezza con i dati depurati dalla propaganda. Quali effetti avrebbe smettere di mandare armi a Kiev? E come utilizzare quei soldi per aiutare gli italiani?
La domanda, chiariamolo da subito, è legittima. Ogni euro destinato a una voce di spesa pubblica, almeno in linea di principio, potrebbe essere impiegato diversamente. Ma da qui a sostenere che interrompere le forniture militari farebbe diminuire il costo della vita c'è una differenza sostanziale. Per capire perché, bisogna distinguere tre cose: il costo degli aiuti all'Ucraina, l'impatto economico della guerra e le cause dell'inflazione. Sono fenomeni collegati, ma non coincidono.
Il carovita
A settembre 2026 l'inflazione italiana ha raggiunto il 4,2 per cento annuo, in ulteriore rialzo dopo l'aumento del 3,3% di agosto. A trascinare i prezzi sono soprattutto i beni energetici, aumentati del 22,6% in dodici mesi. Gli alimentari freschi segnano un incremento del 5,5%, mentre i prodotti acquistati più frequentemente dalle famiglie registrano un rincaro del 5,2%. L'inflazione colpisce in modo diseguale, risultando ancor più gravosa per le famiglie con i livelli di spesa più bassi.
Il risultato è una perdita di potere d'acquisto che si accumula nel tempo, soprattutto quando stipendi e pensioni non riescono a tenere il passo, anche perché non si tratta soltanto dei rincari degli ultimi mesi. Nel 2022 l'inflazione italiana aveva già raggiunto una media dell'8,1%, soprattutto per effetto dello shock energetico causato dall'invasione russa dell'Ucraina.

I dati Istat documentano un aumento della spesa media alimentare delle famiglie da 468 euro mensili nel 2020 a 552 euro nel 2025. Nel settembre 2026 il rincaro alimentare rispetto allo stesso mese del 2025 è dello 1,7%, con un aumento del 5,5% per gli alimentari non lavorati, come frutta, verdura e altri prodotti freschi. In pratica, se una famiglia avesse mantenuto esattamente il valore e la composizione del paniere alimentare acquistato nel 2020, il suo costo oggi sarebbe indicativamente di circa 600-610 euro al mese, anziché 468 euro.
Le cause principali a determinare gli aumenti sono state individuate dall'Istat nella ripresa economica post pandemia di Covid (il picco del 2021) con rincari che hanno colpito energia e materie prime già prima dello shock energetico dovuto all'invasione russa dell'Ucraina (febbraio 2022) che ha innescato l'aumento del prezzo di cereali e fertilizzanti - più che raddoppiati di prezzo fra l'inizio del 2021 e la fine del 2022. Fra la seconda metà del 2021 e la prima metà del 2023, i margini agricoli erano rimasti sostanzialmente stabili. Il recupero dei margini di profitto è diventato più importante successivamente, quando i costi di produzione hanno iniziato a ridursi. I nuovi shock energetici innescati dalla guerra in Iran contribuiscono invece all'esplosione dei prezzi dei carburanti del 2026, come abbiamo già visto. Il conto complessivo? 26,8 miliardi di euro di maggior spesa, circa mille euro a famiglia l'anno solo per generi alimentari.
Ovviamente è evidente che questo fenomeno è direttamente collegato ai conflitti internazionali, ai mercati energetici e all'inflazione. Mentre non dipende dalle armi che l'Italia spedisce in Ucraina. Ma di che ordine di grandezza parliamo?
Armi a Kiev: dai missili ai blindati, ecco quanto ci costano
Il sostegno militare italiano è destinato a proseguire. In un'intervista alla Bbc, domenica 18 ottobre il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha confermato che entro la fine del 2026 potrebbe essere approvato un tredicesimo pacchetto di aiuti. Finora l'Italia ha ceduto all'Ucraina armamenti per oltre 3 miliardi di euro come dichiarato dal capo di Stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano, nel dicembre 2025. Ma è bene chiarire subito. Non sono “cifre spese”, bensì il valore complessivo delle forniture effettuate in quasi quattro anni: gli elenchi restano segreti, ma abbiamo ricostruito quali sistemi sono stati inviati, quanto valgono e quali sono i costi nascosti per il contribuente.
Il pezzo più pregiato delle forniture italiane è il sistema antiaereo franco-italiano progettato per intercettare aerei e missili nemici. Una batteria Samp/t completa, composta da radar, centrale di comando e lanciatori, ha un valore indicativo di circa 500 milioni di euro. Sono sistemi particolarmente importanti per proteggere le città e le infrastrutture ucraine dagli attacchi russi e l'Italia ha contribuito alla fornitura di due batterie: una italiana e un'altra in collaborazione con la Francia. Ma per funzionare hanno bisogno dei missili Aster 30, il cui costo può arrivare a circa due milioni di euro per intercettore. E sono proprio questi missili al centro delle prossime forniture. In una dichiarazione ufficiale del 14 luglio, Francia e Italia si sono impegnate ad accelerare le consegne di Aster 30 entro ottobre 2026.
L'Italia non ha fornito soltanto strumenti difensivi: una parte consistente degli aiuti comprende armamenti destinati ai combattimenti terrestri. Tra questi vi sarebbero cinque semoventi PzH 2000 - tra i sistemi d'artiglieria più avanzati disponibili nell'Esercito italiano, ciascuno ha un valore indicativo di circa 18 milioni di euro - due lanciarazzi multipli M270, dal valore di oltre cinque milioni ciascuno, e tra venti e trenta obici da 155 millimetri, cannoni progettati negli anni Settanta ma ancora utilizzabili in combattimento. Più consistenti - almeno numericamente - le forniture di mezzi corazzati, ma molti erano stati ritirati dal servizio in attesa di essere demoliti. A questi vanno aggiunte le forniture di missili antiaerei Stinger, sistemi anticarro Milan e Panzerfaust, mitragliatrici, mortai e munizioni.
Il costo nascosto di questa "donazione" si presenterà quando l'Esercito dovrà ripristinare le proprie scorte, ma si tratta di programmi pluriennali che comprendono ammodernamenti, sostituzioni di materiali obsoleti e nuove capacità militari, in parte pianificati prima del conflitto. Ma ci sono un altro paio di aspetti da considerare.
Gli aiuti all'Ucraina “pesano” 15 euro al mese.
L'Italia partecipa anche ai programmi europei di sostegno finanziario e militare all'Ucraina. Limitarsi ai 3 miliardi di forniture dirette significa quindi sottostimare l'impegno complessivo del nostro Paese. Secondo l'Osservatorio sulle spese militari italiane Mil€x al valore degli armamenti ceduti direttamente da Roma bisogna aggiungere circa 17 miliardi di euro riconducibili alla partecipazione italiana agli strumenti europei di sostegno all'Ucraina. Il totale arriverebbe quindi intorno ai 20 miliardi dall'inizio della guerra tra sovvenzioni, prestiti, garanzie e altri meccanismi finanziari il cui rimborso è previsto attraverso le riparazioni dovute dalla Russia all'Ucraina.
Proviamo allora a trasformare le cifre in qualcosa di concreto. Quanti soldi arriverebbero alle famiglie fermando gli aiuti militari? L'intero "costo" degli aiuti all'Ucraina (oneri finanziari compresi) pesa circa 188 euro all'anno per famiglia, 15 euro al mese.
La guerra ha fatto aumentare i prezzi. Non le forniture di armi
Destinare risorse per un bonus da 15 euro alle famiglie non eliminerebbe le cause dei rincari mentre i prezzi di benzina, gas, elettricità e alimentari continuerebbero a essere determinati dai rispettivi mercati. Sostenere che l'aumento del costo della vita sia stato causato dagli aiuti militari occidentali non trova riscontro nei dati, mentre è incontrovertibile come la crisi energetica europea fosse già cominciata nel 2021, prima dell'invasione. Secondo l'Agenzia internazionale dell'energia, la Russia aveva iniziato a ridurre le forniture di gas all'Europa già allora, contribuendo a creare tensioni sui mercati.
E c'è un fatto ancora più recente che aiuta a capire la differenza: l'ultima fiammata inflazionistica italiana ha un'origine che va ben oltre il fronte ucraino e guarda alle decisioni prese oltre l'Atlantico. La nuova accelerazione dei prezzi energetici del 2026, in particolare dei prodotti petroliferi, è dovuta alle conseguenze del conflitto tra Stati Uniti e Iran. Le tensioni nel Golfo Persico hanno avuto ripercussioni sulle quotazioni dell'energia e quindi sui prezzi finali. Questo dimostra che non esiste un solo conflitto responsabile del carovita, né tantomeno un'unica decisione di bilancio capace di fermarlo.
La guerra continuerebbe, almeno nell'immediato. Le sanzioni, i problemi degli approvvigionamenti e i rischi geopolitici non sparirebbero necessariamente mentre il costo della vita risente della struttura del nostro sistema produttivo.
Il riarmo produce anche crescita economica
C'è però un'altra questione, economicamente più rilevante delle forniture militari a Kiev: il riarmo dell'Europa. Perché se interrompere gli aiuti all'Ucraina permetterebbe di risparmiare risorse relativamente limitate, il progressivo aumento delle spese per la difesa impegnerà i bilanci pubblici per decine di miliardi di euro ogni anno. Al vertice Nato dell'Aia del giugno 2025, gli alleati si sono impegnati a portare entro il 2035 la spesa per la difesa e la sicurezza al 5% del prodotto interno lordo. Le dimensioni economiche sono enormi.
Secondo i dati Nato rielaborati dal Servizio Studi della Camera, nel 2026 l'Italia destina alla difesa militare, secondo la classificazione dell'Alleanza, 48,31 miliardi di euro, pari al 2,10% del Pil. Nel 2025 erano 47,18 miliardi. Per arrivare al 3,5% servirebbero circa 80,5 miliardi all'anno, ovvero 32 miliardi in più rispetto al 2026, mantenendo invariato il Pil nominale. La conseguenza è che il riarmo potrebbe incidere sulle future decisioni fiscali: maggiori imposte, minori margini per altre spese pubbliche oppure ulteriore indebitamento. Possibilità concrete con cui il governo dovrà confrontarsi.

Considerare la spesa militare esclusivamente come una perdita per l'economia sarebbe altrettanto sbagliato. Gli investimenti nella difesa alimentano un'importante filiera industriale, dalla cantieristica all'aerospazio, dall'elettronica alla cybersecurity. In Italia ne sono protagoniste imprese come Leonardo e Fincantieri, insieme a una rete di aziende specializzate, fornitori e centri di ricerca. Quando lo Stato acquista un sistema prodotto in Italia, finanzia attività industriali, salari, ricerca e occupazione. Una parte della spesa rientra nell'economia attraverso imposte e contributi, mentre le tecnologie sviluppate possono trovare applicazione anche in settori civili.
Il Fondo monetario internazionale, in un'analisi pubblicata nell'aprile 2026, ha esaminato gli aumenti della spesa militare in 164 Paesi dal secondo dopoguerra. I risultati mostrano che il moltiplicatore economico della spesa per la difesa è mediamente vicino a uno: in termini generali, un aumento di spesa pubblica pari a un miliardo può generare un incremento del prodotto economico di dimensioni analoghe, anche se il risultato varia molto tra Paesi e programmi. La differenza decisiva è dove finiscono i soldi.

Se un miliardo viene utilizzato per acquistare sistemi prodotti prevalentemente all'estero, una parte consistente della domanda sostiene l'industria dei Paesi fornitori. Se invece finanzia ricerca, progettazione e produzione nazionale, l'effetto sull'economia italiana può essere maggiore. In altri termini, può sostenere alcuni settori produttivi. Senza dimenticare che gli investimenti in istruzione, ricerca e infrastrutture possono accrescere la produttività futura.

Quelli destinati all'efficienza energetica possono inoltre contribuire a ridurre strutturalmente la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, una delle principali fonti di vulnerabilità economica dell'Italia.
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