Dalla fiducia nel Vangelo alla difesa dei poveri, dalla speranza di un futuro migliore per i giovani al coraggio di disturbare. Sì, disturbare, «perché una Chiesa che non disturba il potere, quando il potere schiaccia i deboli, è una Chiesa che ha smesso di assomigliare al Signore». Il messaggio di don Mimmo è chiaro. L’omelia pronunciata in occasione delle celebrazioni per i dieci anni dall’ordinazione episcopale lascia poco spazio alle interpretazioni: «È il momento di passare dalla rassegnazione alla fiducia, dall’individualismo alla comunione nel segno della parola di Cristo». Il Duomo è gremito, non c’è una panca libera, una messa volutamente serale nel tentativo, vano, di alleggerire la morsa del caldo. Il sindaco arriva in anticipo, ha un dono per il cardinale: una pisside per le ostie consacrate: «A Napoli come prete di strada al fianco degli ultimi, don Mimmo sempre dalla parte dei più deboli. - dice Manfredi - Dopo il Patto educativo, l’impegno sociale e la valorizzazione beni culturali, ora la sfida comune è combattere le diseguaglianze». In prima fila il presidente del Consiglio regionale Massimiliano Manfredi, il prefetto Michele di Bari e l’assessore Teresa Armato.
LE COMUNITÀ
L’anniversario coincide con l’apertura del nuovo anno pastorale e, insieme, con il conferimento del mandato alle “Équipe di Comunione Parrocchiali”, gruppi di fedeli chiamati a collaborare con i parroci per favorire una più ampia partecipazione dei laici alla vita delle comunità. E sono anche le comunità a ispirare le parole del cardinale: «Quelle di Cerreto Sannita, Telese e Sant’Agata de’ Goti, dove - dice don Mimmo - ho imparato a essere un pastore che cammina in mezzo alla gente respirando il profumo dei campi. Paesi che custodiscono una sapienza antica e, insieme, la ferita dello spopolamento». E poi Napoli: «Carne della mia carne». Una città ferita e bellissima, per il cardinale, «dove la croce e la risurrezione sembrano sfiorarsi nei vicoli, nelle periferie, nelle piazze, negli occhi di chi cade e c’è sempre qualcuno pronto a rialzarlo». Una città che - parole di Battaglia - non ti permetterà mai di restare spettatore perché «ti prende, ti scuote, ti mette davanti alle sue contraddizioni» ma soprattutto «ti chiede di scegliere da che parte stare». E se Cerreto gli ha insegnato «la teologia della prossimità, il valore delle relazioni autentiche, Napoli mi sta chiedendo di gridare la “Parola” dai tetti, di farne uno strumento di liberazione per un popolo che ha sete di giustizia e dignità».
I VOLTI
Un anniversario che non è un bilancio personale ma una carrellata di storie. I dieci anni di episcopato vengono riletti dal cardinale attraverso la gente: «È il modo più vero di vivere un anniversario: - spiega - senza contare il tempo passato, ma riconoscendo i volti che quel tempo ci ha consegnato. Volti che, spesso, sono diventati Vangelo». Così don Mimmo ribadisce un concetto che gli sta particolarmente a cuore: il Vangelo al centro di tutto. L’unica vera bussola della Chiesa è la parola di Dio: «Il Vangelo nudo e crudo - aggiunge - sine glossa, come direbbe il Poverello di Assisi. Il Vangelo è Parola viva, entra nella carne, brucia, consola e insieme inquieta».
IL VANGELO
A guidare la riflessione è il brano della “pesca miracolosa”: «Pietro e gli altri hanno lavorato tutta la notte. Hanno gettato le reti. Hanno aspettato. E non hanno preso nulla. Una pagina che conosce bene la vita di ciascuno di noi. Ci sono notti in cui getti le reti e tornano vuote. Notti di lavoro senza frutto e di preghiere senza risposte. Notti in cui ti chiedi se ne sia valsa la pena. Notti in cui anche la fede sembra una rete strappata tra le mani. E Gesù arriva proprio lì. Non quando tutto funziona e le barche sono piene. Arriva sulla riva della nostra stanchezza. E dice a Pietro: prendi il largo». E Pietro risponde con una frase che, forse, spiega don Mimmo, contiene tutta la fede possibile per un uomo fragile: «Abbiamo faticato e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Il messaggio è uno solo: «Finché restiamo aggrappati alla nostra presunta sapienza, alle nostre reti perfettamente calcolate, ai nostri piani pastorali ineccepibili, le nostre barche rimarranno vuote. Dio non si muove dentro i recinti delle rassicuranti certezze umane. Dio ci chiede di avere il coraggio di essere “stolti per Cristo”». La fede - sottolinea Battaglia - non consiste nell’avere sempre il vento a favore ma nel continuare a camminare anche quando il vento è contrario. Da qui l’appello alla Chiesa affinché sia in grado di andare oltre le proprie sicurezze e i propri schemi, grazie a quel «coraggio di disturbare» che non lascia spazio a incertezze e tentennamenti nei confronti del potere.
I GIOVANI
Poi, i giovani, chiodo fisso di don Mimmo: «Ho qui davanti i nostri ragazzi: - dice - spesso fanno fatica a vedere l’aurora, a causa di un mondo adulto che ha loro occultato l’orizzonte. Ma i giovani sono il presente. Sono il presente della storia e, soprattutto, della Chiesa». Pensa ai ragazzi incontrati nelle piazze di Cerreto, il cardinale Battaglia, nelle comunità di recupero «dove ho speso gran parte della mia vita sacerdotale». E pensa ai ragazzi dei quartieri di Napoli: «della Sanità, di Scampia, di Forcella, dei Quartieri Spagnoli, dai destini sospesi, sedotti dalle sirene della criminalità, quando la criminalità - dice - diventa l’unica promessa di appartenenza. Ragazzi schiacciati dalla mancanza di lavoro e prospettive, che portano dentro un deserto emotivo, ma insieme una sete di vita così grande da fare paura». Da qui l’appello: «Aiutiamoli a non lasciarsi rubare la speranza».
GLI ULTIMI
Dai giovani ai poveri: «Se guardo a questi dieci anni da vescovo, posso dirvi con assoluta certezza che i miei veri maestri di teologia non sono stati soltanto i libri. Sono stati i poveri che non sono un “problema sociale” da delegare alla Caritas o alle istituzioni: sono il corpo di Cristo. Se celebriamo il Pane spezzato e non spezziamo la nostra vita per chi ha fame di pane, di giustizia, di dignità, di affetto, allora la nostra comunione diventa una menzogna».
I SIMBOLI
A chiudere l’omelia un piccolo segno dal grande valore: una cordicina e un moschettone, simboli della cordata: se uno cade gli altri tendono la corda, se uno rallenta tutti aspettano: «In montagna come nel Vangelo - conclude don Mimmo - la cima non conta se c’è qualcuno che resta a valle: arriveremo in alto solo quando la corda ci terrà tutti insieme».