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Boninsegna ricorda Mazzola: “Sandro è stato quasi un fratello. Quel discorso da capitano dopo piazza Fontana”

September 19, 2026

Roma, 20 settembre 2026 – “Sandro per me è stato quasi un fratello. Al tempo stesso, credo fosse consapevole che lui, insieme a personaggi come Rivera, Facchetti, Riva, beh, ha rappresentato la voglia di ottimismo di un’Italia che in noi calciatori non vedeva soltanto i campioni del pallone…”

Boninsegna ricorda Mazzola: “Sandro è stato quasi un fratello. Quel discorso da capitano dopo piazza Fontana”

Roberto Boninsegna è stato per anni, nell’Inter e in maglia azzurra, il compagno ideale di Sandro Mazzola.

“E non è vero che tra noi è finita male – spiega il bomber mantovano –. Lui anche recentemente si è scusato con me per aver propiziato, nel 1976, il mio trasferimento alla Juventus. Ma gli avevo fatto sapere che non doveva sentirsi in colpa, le cose erano andate in un certo modo e niente comunque avrebbe potuto intaccare la memoria della nostra lunga esperienza condivisa”.

Come vi eravate conosciuti?

“Beh, sebbene fossimo coetanei, c’erano solo dodici mesi di differenza all’anagrafe, lui aveva sfondato prima di me. Era già un fuoriclasse quando io cercavo di farmi largo sui campi di provincia. Ma eravamo stati assieme nelle formazioni giovanili nerazzurre. Quando finalmente l’Inter mi acquistò dal Cagliari nel 1969, Sandro mi disse che mi aveva aspettato. Ed era sincero”.

Formidabili quegli anni.

“Sa, con il senno di poi io credo che la nostra generazione abbia incarnato il desiderio di rinascita di un popolo intero. Io, Sandro, Rivera, Facchetti, Riva eravamo i figli della guerra. I nostri coetanei, che lavorassero in fabbrica o facessero gli impiegati, si identificavano nelle nostre imprese calcistiche. È stato un momento forse irripetibile, da un punto di vista persino socio culturale”.

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Sandro Mazzola con la maglia dell'Internazionale con Roberto Boninsegna

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“E mi fa venire in mente una cosa. Pochi giorni dopo la strage di Piazza Fontana, nel dicembre del 1969, noi dell’Inter giocavamo una partita in casa contro il Bari. Prima di scendere in campo, Mazzola ci disse: ragazzi, ricordiamoci di far capire alla città che ci riconosciamo in questo dolore collettivo”.

È una roba da pelle d’oca, caro Bonimba.

“Infatti per non commuoverci troppo forse è meglio se parliamo del Sandro, calciatore”.

Quale era la sua dote migliore?

“Secondo me lui era irresistibile quando giocava a ridosso delle punte, come si chiamavano allora. Sulla tre quarti, aveva una velocità di esecuzione che lo rendeva unico. Scatto, dribbling, senso del goal. Pochissimi al mondo erano in grado di eguagliarlo. Solo che…”

Solo che?

“Penso che Sandro sia sempre stato ispirato dalla memoria del suo leggendario papà. Valentino era stato il capitano del Grande Torino e giocava in mezzo al campo, era il leader assoluto della squadra. Sandro, senza dirlo, voleva essere come lui. Emotivamente, lo capivo benissimo. Ma gli dicevo che sbagliava da un punto di vista tecnico”.

E lui?

“Un poco si arrabbiava e dal suo punto di vista aveva anche ragione, perché era bravo anche come centrocampista, come regista. Ma così nacque lo storico dualismo con Rivera, che al tirare delle somme fu un danno per entrambi. Sa che cosa disse Pelé?”.

Sentiamo.

“Il 21 giugno del 1970 la nostra nazionale scese in campo in Messico per disputare la finale dei mondiali contro il più grande Brasile di sempre. Ci eravamo arrivati anche grazie ai miei goal, ne avevo segnato uno nella indimenticabile semifinale contro la Germania, quel 4-3 che rimase nella memoria collettiva. Per tanti motivi, Mazzola e Rivera non venivano schierati insieme dall’inizio, facevano un tempo per uno… ”

La famigerata staffetta.

“Esatto. Stavamo entrando in campo per la finale e Pelé, che era il più grande di tutti, mi disse: ma voi italiani dovete essere veramente fortissimi, se tenete in panchina uno tra Mazzola e Rivera. Aveva capito tutto! In nome di una rivalità da cortile, rinunciammo alla possibilità di battere i brasiliani”.

Quella partita, finita 4-1 per la Selecao, passò paradossalmente alla storia per i soli sei minuti concessi a Rivera.

“E anche qui c’è una storia nella storia. Gianni doveva entrare in campo, a sconfitta ormai definita, proprio al posto di Sandro. Mazzola si rifiutò di lasciare il campo, aveva sempre considerato la staffetta come un insulto alla logica, figuriamoci poi per appena sei minuti. Così, per evitare figuracce indiretta mondo visione, io mi sono offerto volontario per uscire. Tanto ormai la partita era persa!

Bonimba, cosa resterà di tutte queste emozioni?

“Per me e per chi c’era la nostalgia. A chi è venuto dopo, auguro semplicemente di riconoscersi nella storia di uno come Sandro Mazzola. Perché lui è stato un grande italiano”.