Elephants

Bullismo, quattro ragazzi indagati per la morte di Leonardo Calcina. L’avvocata: «Aveva provato a tendere una mano ai bulli prima di togliersi la vita. Lo conoscevo fin da bambino: era un ragazzo d’altri tempi»

July 24, 2026

I nomi sono gli stessi che i genitori di Leonardo Calcina avevano fatto il 13 ottobre 2024, la notte in cui il loro figlio, 15 anni, si è tolto la vita a Montignano di Senigallia. Due ragazzi e due ragazze sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla Procura per i minorenni per la morte del loro compagno di classe. All’epoca frequentavano con Leonardo la seconda classe dell’istituto alberghiero Panzini: erano tutti minorenni (ma erano comunque più grandi di lui), oggi hanno un’età compresa tra i 17 e i 19 anni. Le ipotesi di reato sono atti persecutori e istigazione al suicidio.

Il fascicolo era stato inizialmente aperto contro ignoti e si era chiuso con una richiesta di archiviazione. La mamma e il papà di Leonardo, Viktoryia Ramanenka e Francesco Calcina, si erano però opposti. Ad aprile le indagini sono state riaperte e ora il procedimento passa «da un’accusa contro ignoti a una contro noti», spiega l’avvocata della famiglia, Pia Perricci. «Sono stati sequestrati anche i cellulari, una misura che noi avevamo chiesto fin dall’inizio. Uno dei ragazzi coinvolti frequentava in precedenza un’altra scuola dove aveva già ricevuto diversi provvedimenti disciplinari per episodi legati a nonnismo e cameratismo».

Gli insegnanti non si erano accorti di quello che stava accadendo?
«A una supplente era bastato fare lezione un’ora, in quella classe, per rendersi conto del clima: lei stessa era stata presa pesantemente in giro. Aveva riferito che Leonardo era isolato dal resto della classe e stava con la testa bassa. Gli altri insegnanti hanno detto di non aver visto nulla, ma i ragazzi che erano in classe e che hanno scelto di parlare – solo quattro o cinque su venti - hanno raccontato che sarebbe stato impossibile non accorgersi di quello che accadeva. Leonardo si teneva le cuffie nelle orecchie per non sentire. L’anno precedente un altro ragazzo, in quella classe, aveva vissuto una situazione simile».

Leonardo Calcina

Leonardo Calcina

Che cosa non ha funzionato, nella scuola?
«Gli insegnanti hanno un dovere ben preciso, che non è solo quello di istruire, ma anche quello di proteggere. Non si può non intervenire davanti a una situazione di questo tipo. Servono regole più chiare e anche responsabilità precise per chi non adempie al proprio compito, per chi vede e non interviene. Se fuori dalla scuola assisto a un reato e non faccio nulla, sono considerato un complice. Perché dentro una scuola dovrebbe essere diverso? Il silenzio è omertà e l’omertà uccide».

Che cosa chiedete oggi?
«Essere indagati non significa essere colpevoli. Noi chiediamo soltanto che venga accertata la verità, che si capisca cosa ha vissuto Leonardo e che, se qualcuno sarà ritenuto responsabile, possa rendersi conto delle conseguenze delle proprie azioni. Non vogliamo vendetta: vogliamo evitare che altri ragazzi debbano vivere quello che è successo a lui.

Come sta vivendo la famiglia questa lunga battaglia?
«Per la mamma e il papà è un dolore che si rinnova ogni giorno. Ogni volta che arrivava una richiesta di archiviazione, per i genitori era come rivivere il lutto. Era come sentire di nuovo di aver perso Leonardo e di non riuscire a proteggerlo».

Lei conosceva Leonardo personalmente. Che ricordo ha di lui?
«Lo conoscevo da quando aveva quattro anni e ho promesso sulla sua bara che lo difenderò finché non avrà giustizia. Leonardo era un ragazzino dolcissimo e tranquillo. Portava pantaloni e camicia, era sempre in ordine ed educato, un ragazzo di altri tempi. E forse proprio la sua grande sensibilità è stata anche una delle concause di una morte troppo dolorosa».

L'avvocata Pia Perricci

L'avvocata Pia Perricci

Leonardo aveva anche provato a parlare con i bulli.
«Leonardo si è ucciso di domenica. Il giovedì era andato da uno dei ragazzi che lo avevano preso di mira e gli aveva stretto la mano. Gli aveva detto: «Proviamo a rispettarci». Non sappiamo cosa sia successo il giorno dopo, il venerdì, a scuola. Ma probabilmente Leonardo non ha più retto all’idea di dover tornare a scuola il lunedì, e nel weekend si è tolto la vita. I genitori volevano denunciare da tempo i bulli, ma lui aveva ancora speranza di risolvere diversamente la situazione. In uno degli ultimi messaggi alla mamma aveva scritto: “Io so come risolvere il problema con questi falliti, ma il solo pensiero mi fa venire l’angoscia”. Aveva già preso la sua decisione».

Che cosa è accaduto quella sera?
«Leonardo abitava al piano terra con il padre. Quella sera avevano cenato dalla nonna, che vive al piano superiore. Alle 21 ha salutato il padre, ma non è andato a dormire: è sceso in taverna, ha aperto la cassaforte a muro, in cui era custodita la Beretta Px4 d’ordinanza (Francesco Calcina fa parte della polizia municipale), ha raggiunto un casolare vicino e poi si è sparato. Era uscito da casa della nonna con il giubbotto del papà, ma se l’è tolto prima di uccidersi».

Perché è importante che si continui a parlare di questa vicenda?
«Perché quando una notizia viene resa pubblica, spesso chi è rimasto in silenzio per paura comincia ad avere rimorsi. Noi vogliamo che venga ricostruita la verità. Non vogliamo giustiziare nessuno, ma vogliamo evitare che altri ragazzi subiscano la stessa cosa»

Che cosa dovrebbe cambiare?
«I casi di bullismo aumentano e l’età delle vittime si abbassa: ormai se ne parla anche alle elementari. La scuola e la politica non stanno affrontando adeguatamente il problema. Se qualcuno fosse intervenuto prima, forse si sarebbero potuti rieducare quei ragazzi e le loro famiglie, e impedire che si arrivasse a questa tragedia. Mandare i figli a scuola è un nostro dovere, ma abbiamo il diritto di vederli tornare a casa».