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Cambiamento climatico e innalzamento del mare: come sarà l’Italia nel 2100?

July 25, 2026

Roma, 25 luglio 2026 - Innalzamento del mare, come sarà l’Italia nel 2100?

Claudio Cerreti, presidente della Società geografica italiana: nel vostro ultimo rapporto, Scenari sommersi, proponete una mappa. Lontani da negazionismo ma anche catastrofismo. Equilibrio difficile. Come si fa?

“Bisogna essere prudenti e nel frattempo cercare di adottare misure che vadano nel senso di una mitigazione del possibile, probabile rischio. Ricordo che queste sono previsioni, il ragionamento è: se continua così, nel 2100 arriveremo là. Ma nessuno garantisce che finirà proprio così, perché possono cambiare delle condizioni generali. Il problema è lo scioglimento dei ghiacci polari, magari si riduce e l’innalzamento del livello del mare va più lento”.

Claudio Cerreti è presidente della Società geografica italiana. Nel XVII Rapporto c'è anche una mappa dell'Italia nel 2100, disegnata dall'innalzamento previsto del livello del mare

Claudio Cerreti è presidente della Società geografica italiana. Nel XVII Rapporto c'è anche una mappa dell'Italia nel 2100, disegnata dall'innalzamento previsto del livello del mare

Che valori ha l’innalzamento previsto?

“Sugli ottanta-cento centimetri, entro la fine di questo secolo”.

E quali città italiane rischiano di più?

“Nell’Alto Adriatico tutta la costa tra Grado e Rimini; poi il Delta del Po, Venezia, Mestre, Rovigo, Ravenna e quasi Ferrara, che verrebbe sfiorata. Ancora: tratti dei litorali marchigiano e abruzzese, pugliese e laziale, il Golfo di Oristano e Cagliari in Sardegna. Ancora Liguria e Sicilia. Alla fine non c’è regione italiana che non sia toccata in prospettiva da questa previsione. Ricordiamoci che nella fascia a trecento metri dal mare vivono 1,8 milioni di persone”.

Venezia nelle previsioni sarà protetta dal Mose?

“Al momento quella barriera funziona ma in prospettiva il rischio è che il Mose possa non bastare”.

Lo scenario più probabile prevede che quasi il 5% del territorio italiano sia a rischio inondazione, le aree più colpite sono Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna. Cosa bisogna fare rispetto a questi scenari?

“Probabilmente l’intervento concreto di opposizione è troppo oneroso ed è anche scarsamente plausibile. Molto costoso naturalmente estendere il Mose o un sistema analogo ad altri tratti particolarmente sensibili della costa, per esempio in corrispondenza delle aree portuali, che reggono grandissima parte dell’interscambio commerciale nel nostro Paese. Immaginiamo cosa potrebbe accadere se l’acqua del mare si alzasse anche solo di un metro: significherebbe bloccare l’attività dei porti”.

Le altre prospettive?

“Intanto bisognerebbe smettere di far edificare sulla costa, ricordo che il demanio marittimo si estende per 300 metri verso l’interno, lì nessuno avrebbe mai dovuto costruire alcunché se non a seguito di eccezionali concessioni. In realtà abbiamo fabbricato prevalentemente case di vacanza lungo tutto il litorale italiano, soprattutto dove ci sono le coste basse”.

Quindi dovremmo demolire?

“Gran parte di quegli edifici già oggi con le mareggiate sono soggetti alla demolizione per via del mare, il livello si è già innalzato, ci sono case che vengono buttate giù dalle onde. Cercare di rinaturalizzare per quanto possibile i litorali significherebbe sollevare una rivoluzione perché vorrebbe dire abbattere gran parte delle costruzioni e consentire al moto ondoso di ricostituire lungo la costa le dune, quelle specie di collinette a volte piuttosto alte che un tempo seguivano la riva del mare all’interno, per qualche decina di metri. Erano una difesa ad esempio contro le mareggiate. Adesso sono sparite dappertutto, al loro posto ci sono le case”.

A questo link le info sulla Società geografica italiana

Ma con il cuneo salino nei fiumi, a partire dal Po, rischiano di sparire alcune coltivazioni?

“Non esageriamo. Vero che il cuneo salino ha guadagnato molti chilometri. Però si riferisce sempre alle aree basse e molto basse in termini di altimetria sul livello del mare. Perché man mano che sale l’altimetria, la capacità che hanno le spinte dell’acqua marina si riducono, devono andare in salita per intendersi. Sicuramente potrebbe essere molto doloroso perdere svariate migliaia di chilometri quadrati di terreno coltivabile e fertile, produttivo. Però la cosa sarà riferita essenzialmente alle quote più basse delle pianure costiere”.

Sui danni: per ogni metro quadro di spiaggia perduta stimate una perdita economica media di 1.600 euro circa, quindi calcolate 80 miliardi per il 2100 e 30 per il 2050.

“Bisognerà che qualcuno si decida a bilanciare il danno economico e il possibile vantaggio futuro, scegliendo tra le case e la rinaturalizzazione. Ma sono sempre ipotesi, perché non abbiamo precedenti”.