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Carburanti verso i 2,5 euro al litro, il costo "invisibile" delle raffinerie chiuse: così l'Italia si è messa nei guai

September 11, 2026
Manlio Pistolesi

Con la crisi dello Stretto di Hormuz il prezzo alla pompa di benzina e gasolio in modalità self service ha ormai superato la soglia psicologica dei due euro al litro. Il governo Meloni ha cercato di attenuare lo shock intervenendo più volte con riduzioni temporanee delle accise sui carburanti. 

La componente fiscale continua a rappresentare una parte enorme del prezzo alla pompa e, nel caso della benzina, supera persino il prezzo industriale al netto delle imposte. Ma negli ultimi mesi la percentuale relativa ai costi di raffinazione non ha fatto che aumentare arrivando a pesare tra gli 11 e i 17 euro in un pieno di 50 litri. 

Avere raffinerie non elimina la dipendenza energetica dall'estero, perché l'Italia importa quasi tutto il greggio che lavora. Ma conserva la capacità di trasformarlo sul territorio nazionale e riduce la dipendenza dall'importazione di benzina, gasolio e jet fuel già raffinati: una differenza diventata cruciale durante la crisi di Hormuz. La graduale dismissione o conversione degli impianti espone ancor di più i Paesi agli eventi geopolitici. E l'Italia ne è un chiaro esempio.

Cosa paghiamo

Prima di entrare nel merito della situazione attuale, è doveroso ricordare come si compone il prezzo dei carburanti che utilizziamo ogni giorno. Come riferimento si può prendere l’ultima rilevazione dei prezzi medi settimanali. In quella del 7 settembre, riferita alla settimana precedente, il ministero dell'Ambiente riporta il prezzo per mille litri di benzina (2.034,68), del gasolio auto (2.141,82) e del Gpl (769,08).

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Nel report vengono fornite anche le quote relative alle accise, all'Iva e il costo netto. Quest'ultimo valore è dato dal prezzo del petrolio dettato dal mercato, dai costi e margini di raffinazione e da quelli di distribuzione. Alle cifre attuali si pagherebbe 0,994 euro al litro di benzina. 

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A questo numero vanno sommate l'accisa, dal 1995 è unica sono state accorpate tutte le imposte addizionali precedenti, e l'Iva al 22 per cento. Si aggiungono perciò, rispettivamente, 0,672 euro al litro e 0,366 euro al litro arrivando al totale di 2,034 euro al litro. Ora che è chiaro come funzioni il prezzo alla pompa si può analizzare con maggiore consapevolezza la situazione post crisi di Hormuz.

Il peso delle raffinerie

Un articolo pubblicato da alcuni ricercatori della Bce descrive l'andamento dei prezzi fino alla fine di luglio. Gli analisti scrivono che nell’ultima settimana di febbraio i costi e i margini di raffinazione hanno contribuito per 0,13 euro al prezzo al dettaglio del diesel, in linea con la media storica dal 2021. Questa componente però è schizzata con lo shock geopolitico innescato dagli attacchi israeliani e statunitensi contro l'Iran. Tanto che questa variabile ha registrato un aumento del 168 per cento rispetto alla fine di febbraio.

Scomposizione dei prezzi dei carburanti nell'area dell'euro-bce-blog

Negli ultimi mesi, sostengono gli analisti, a fare la differenza nel prezzo sono stati proprio i margini di raffinazione. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha comportato nel secondo trimestre del 2026 un calo delle esportazioni globali di prodotti raffinati di circa 4,5 milioni di barili al giorno. La componente di prezzo legata alla raffinazione è passata da una media mensile di 0,10 euro al litro di gasolio a febbraio a 0,26 euro a marzo. Ma nelle prime tre settimane di luglio le costanti tensioni hanno fatto toccare ai margini lo 0,35 euro al prezzo del diesel e lo 0,23 euro a quello della benzina. E secondo l'articolo il picco si sarebbe registrato ad agosto per poi tornare a 0,16 euro entro la fine del 2027.

Il costo delle importazioni di prodotti finiti

Non sempre si assiste a simili stangate. In condizioni normali i prezzi dei carburanti raffinati e del petrolio greggio si muovono quasi di pari passo di mese in mese. Se ci sono scollamenti, di solito, è per via dei diversi processi di raffinazione che devono subire i vari prodotti raffinati e per la variazione della domanda e dell’offerta. 

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Tutte condizioni che si combinano a un'altra variabile specifica del continente europeo: la dismissione o riconversione delle proprie raffinerie. E il nostro Paese, soprannominato in passato "la raffineria d’Europa" grazie alle sue decine di impianti al momento del picco (ora sono 11 contando le bioraffinerie), lo sa bene.

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Dal 2000 al 2024, si legge nell'appendice statistica 2025 dell'Unem, l'Italia ha perso il 12,7 per cento della propria capacità di raffinazione del petrolio. Dal 2011 tre raffinerie, tutte di Eni, sono state convertite in bioraffinerie (Porto Marghera nel 2014 e Gela nel 2019) o sono in corso di riconversione (a Livorno si dovrebbe finire entro il 2026). Nello stesso periodo altri impianti sono stati chiusi o trasformati in hub di stoccaggio di prodotti petroliferi, come quello di Tamoil a Cremona dal 2011. Nel frattempo le importazioni di prodotti finiti sono passate da 12,7 milioni di tonnellate nel 2010 a 16,1 milioni di tonnellate nel 2025 (+ 26,7 per cento).

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E come segnala l'associazione che rappresenta le aziende operanti nell'ambito della lavorazione, della logistica e della distribuzione dei prodotti petroliferi, sono i flussi di raffinati in entrata quelli che potrebbero essere maggiormente colpiti dall'evolversi dell’attuale crisi geopolitica. Soprattutto il gasolio e il jet fuel dove le importazioni dal Medio Oriente e dall'Asia pesano per oltre il 57 per cento e il 19 per cento.

Un problema "comunitario"

Come detto non solo l'Italia, ma tutta l’Europa ha lasciato sguarnito il settore della raffinazione. Dal 2009, denuncia l'associazione Fuels Europe, 35 raffinerie hanno chiuso, riducendo la capacità produttiva del 20 per cento, mentre i costi dell'energia rimangono strutturalmente più elevati rispetto alle regioni concorrenti. 

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Sull'altare della convenienza sono stati sacrificati gli impianti italiani ed europei. Tra i diversi fattori che hanno condotto alle dismissioni i costi di produzione hanno avuto un ruolo. Soprattutto se si considera che la normativa europea è molto rigorosa in termini ambientali e lavorativi. Anche per questo, insieme alla domanda stagnante e al cambiamento del mercato, si è preferito chiudere i battenti delle raffinerie locali per comprare all'estero i prodotti finiti. Il vantaggio economico alla lunga ha però esposto ancora di più i Paesi agli shock geopolitici dell'area mediorientale e non.

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Il caso più eclatante è stato quello degli impianti Isab che sorgono tra i comuni di Priolo Gargallo, Melilli e Siracusa. Una raffineria "strategica", come hanno più volte ricordato Meloni e i suoi ministri, che rischiava di fermarsi per via delle sanzioni alla Russia dopo l'invasione dell'Ucraina. Nel 2023 gli impianti sono passati in mano alla cipriota Goi Energy e a maggio 2026 Ludoil energy, del gruppo Ammaturo, ha firmato un accordo per acquisirne il controllo. L'8 settembre Ludoil ha assunto il controllo dell'impianto.

Cosa sarebbe successo con più raffinerie europee

L’Europa ha eliminato in quindici anni circa un quinto della propria capacità di raffinazione, nell’ordine di 3 milioni di barili al giorno. Quando nel 2026 la crisi del Golfo ha sottratto al mercato circa 4,5 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati, quella capacità di riserva non c’era più. Avere più raffinerie non avrebbe evitato il caro carburanti del 2026, perché il prezzo del petrolio sarebbe comunque aumentato. Ma avrebbe probabilmente attenuato la seconda componente dello shock: la scarsità di benzina e soprattutto gasolio.

Ipotizzando che fosse utilizzabile soltanto la metà degli impianti perduti dal 2009, l’Europa avrebbe avuto un cuscinetto produttivo nell’ordine di 1,3-1,4 milioni di barili al giorno: circa un terzo dello shock globale. Secondo le stime di Dossier il rincaro estivo del gasolio del 2026 avrebbe potuto essere inferiore nell'ordine di 5-10 centesimi al litro, equivalente a circa il 15-30% della fiammata registrata alla pompa e fino al 40% dell'extra-costo dovuto alla raffinazione.

Chiudere gli impianti può essere conveniente quando il mercato funziona, ma diventa costoso quando le catene globali si spezzano. Basti pensare che il taglio delle accise varato dal governo costa 12 milioni di euro al giorno. Secondo la simulazione di Dossier, una maggiore capacità di raffinazione europea avrebbe potuto ridurre la spesa degli italiani per il solo gasolio di circa 1,2 miliardi di euro durante la crisi, un valore equivalente a circa il 60% dei 2 miliardi e 74,5 milioni di euro che lo Stato ha invece speso per calmierare i carburanti attraverso le accise dal 19 marzo fino a oggi.

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