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Carceri, modello Napoli: reti da pesca e jammer contro droni e telefoni

October 21, 2026

Una rete da pesca all’esterno delle carceri, per annullare i droni che trasportano armi, droga e telefoni; ma anche carceri blindate, come a Secondigliano, dove un jammer (una sorta di scudo antifrequenze) rende inutile il possesso degli smartphone; per non parlare poi di un gruppo di agenti specializzati nel contrasto ai reati che vengono consumati all’interno dei padiglioni delle nostre case circondariali. Sono queste le tre mosse fortemente volute dal procuratore Nicola Gratteri, per spezzare i contatti tra i boss detenuti e i clan di appartenenza, per stroncare sul nascere traffici illegali e garantire il rispetto delle regole all’interno delle celle. Tre step decisivi nella lotta alle mafie che fanno di Napoli una sorta di modello nazionale. A Secondigliano (il carcere più grande d’Italia) c’è un jammer che scuda i cellulari introdotti abusivamente; presto a Poggioreale la “rete da pesca”, quella per catturare gli oggetti calati dall’alto dai droni. Spiega il procuratore Gratteri: «Sono dieci anni che chiedo un jammer, ben venga ora la svolta, che va trasferita anche in altri istituti italiani».

Il retroscena 

Ottavo piano della Procura, aula intitolata al magistrato Filippo Beatrice, c’è un protocollo tra Procura e Dap che ufficializza la nascita di una nuova sezione di investigatori specializzati sui reati nelle celle. Viene presentato nel giorno in cui la Dda di Sergio Amato mette a segno nove arresti a carico di boss e narcos che dettavano legge dalle celle (da Milano a Siracusa), fino a organizzare summit e a ordire trame omicidiarie. Ma in cosa consiste il protocollo presentato ieri? Un patto tra pm e Dap, nasce un’articolazione del Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria, sotto il coordinamento della Procura di Napoli. Sarà costituito da un ufficiale e da quattro agenti.

Lo scenario 

Pensate: nel 2024 erano 21 i fascicoli per reati all’interno delle carceri napoletane, ne sono oltre quaranta nei primi mesi dell’anno in corso. Ha spiegato il procuratore: «Con questo protocollo vogliamo cristallizzare e rendere più operativo qui in Procura, una struttura specializzata della polizia penitenziaria che si occuperà delle indagini e che le renderà più efficaci». Piena adesione da parte del capo del Dap (dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) Stefano Carmine De Michele, che ha fornito la propria adesione anche in relazione all’istituzione pionieristica del jammer a Secondigliano e in vista dell’applicazione di una rete metallica per bloccare le evoluzioni dei droni. Spiega il capo del Dap: «C’è un raddoppio delle deleghe da parte della Procura e auspichiamo che aumentino ancora di più. Il nucleo - ha spiegato il capo del Dap - si occuperà dei reati commessi dai detenuti ma anche di quelli in danno ai detenuti». Tocca al procuratore aggiunto Alessandro Milita, magistrato che coordina i pm che indagano sui reati che avvengono nei penitenziari: «La presenza e l’impiego del nucleo velocizzerà le indagini grazie la sorveglianza interna, che è decisiva per scoprire cosa accade negli istituti di pena». C’è una intera galleria umana al vaglio degli inquirenti, come emerge dall’inchiesta condotta dai pm Salvatore Prisco e Stefania Di Dona, che ha chiuso il cerchio attorno ai nove presunti trafficanti di droga raggiunti ieri dalle misure cautelari a carico di soggetti legati - tra gli altri - al clan Troncone di Fuorigrotta. Ma non c’è solo camorra sul tavolo degli inquirenti. È ancora il procuratore aggiunto Milita a spiegare le diverse tipologie di reati scoperti in questi anni proprio grazie al faro accesso nell’interno dei penitenziari: «Grazie al nucleo investigativo della polizia penitenziaria è stato possibile individuare casi di stalking commessi dal carcere verso l’esterno, condotte risultate essere vere e proprie persecuzioni. È stata documentata anche la presenza di piazze di spaccio nelle case circondariali».