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Carlo Franzisi e il Premio Cultura d’Impresa: il 31 ottobre a Rende la diciannovesima edizione

October 10, 2026

Valorizzare le persone, le imprese e le organizzazioni che contribuiscono alla crescita economica, culturale e sociale della comunità. È questa la filosofia che anima il Premio Nazionale Cultura d’Impresa, la manifestazione ideata da Carlo Franzisi che si prepara a celebrare la sua diciannovesima edizione sabato 31 ottobre 2026, al Cine Teatro Garden di Rende, a partire dalle ore 19. L’iniziativa, promossa dall’associazione F.C. Academy Awards APS nell’ambito del sistema UNSIC di Cosenza, rappresenta un appuntamento dedicato al riconoscimento del merito, alla promozione delle eccellenze e alla valorizzazione di personalità che, attraverso il proprio lavoro, contribuiscono allo sviluppo del territorio e della società.

Carlo Franzisi, quarant’anni di impegno per il tessuto produttivo calabrese

Carlo Franzisi è una figura di riferimento nel panorama associativo e imprenditoriale della provincia di Cosenza. Presidente provinciale di UNSIC Cosenza, l’Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori, ha dedicato gran parte della propria attività professionale al sostegno delle imprese e allo sviluppo economico del territorio. Il suo percorso, iniziato nel 1984, attraversa diverse esperienze nel mondo dell’associazionismo e della rappresentanza produttiva, dalla CNA alle successive iniziative legate a Confapi e UNSIC. Un itinerario professionale che Franzisi ha raccontato nel volume Fare futuro. Quarant’anni di storia nella Calabria del Nord, ripercorrendo le trasformazioni economiche e sociali della Calabria e le iniziative promosse a sostegno del tessuto produttivo. Accanto all’attività sindacale e organizzativa, Franzisi ha coltivato un interesse per la cultura e la narrazione. Nel settembre 2026 è stato presentato anche il suo romanzo storico L’alba del presagio, pubblicato da Falco Editore e ambientato in Calabria tra la metà dell’Ottocento e gli anni Sessanta del Novecento. Attraverso le vicende dei personaggi, l’opera affronta temi come le disuguaglianze sociali, le difficoltà economiche e le trasformazioni che hanno segnato diverse generazioni. Un impegno che testimonia l’attenzione di Franzisi non soltanto per il mondo imprenditoriale, ma anche per la memoria storica, la cultura e le dinamiche sociali del territorio.

Un Premio nato nel 2005 per riconoscere le eccellenze

Il Premio Nazionale Cultura d’Impresa nasce nel 2005, in un contesto particolarmente delicato per la Calabria, all’indomani dell’assassinio di Francesco Fortugno, allora vicepresidente del Consiglio regionale. L’iniziativa si è sviluppata con l’obiettivo di riconoscere e promuovere personalità, aziende e realtà associative capaci di distinguersi per professionalità, responsabilità e contributo alla società. Nel corso degli anni, la manifestazione ha ampliato il proprio raggio d’azione, affiancando alla valorizzazione dell’impresa il riconoscimento di meriti nei settori della comunicazione, della legalità, della letteratura, dell’arte, dello spettacolo e dell’impegno sociale. Il Premio è diventato così anche un’occasione di confronto sui temi di attualità, con una dimensione culturale che va oltre la semplice consegna dei riconoscimenti. Le edizioni precedenti testimoniano questa varietà di ambiti. Nel 2023, per esempio, la manifestazione ha dedicato particolare attenzione al contrasto alla violenza di genere e ha premiato, tra gli altri, il giornalista e saggista Gianluigi Nuzzi, l’attrice Mita Medici e il magistrato Annamaria Frustaci. Nel 2025, invece, il tema scelto è stato il bullismo e il cyberbullismo.

L’edizione 2026: al centro la libertà di pensiero e di stampa

Il tema scelto per la diciannovesima edizione è «Libertà di manifestazione del pensiero e libertà di stampa». Una scelta che porta al centro del dibattito il ruolo dell’informazione, il diritto di esprimere le proprie opinioni e il valore del pluralismo nella vita democratica. Il tema si inserisce nel percorso di una manifestazione che, attraverso il riconoscimento di personalità provenienti da settori differenti, intende stimolare una riflessione sul rapporto tra responsabilità individuale, cultura e sviluppo della società. In un contesto in cui l’informazione svolge un ruolo fondamentale nella formazione dell’opinione pubblica, la libertà di stampa e la libertà di manifestazione del pensiero rappresentano principi essenziali per la tutela del pluralismo e per il funzionamento della democrazia. Per l’edizione 2026 sono previste le sezioni Impresa, Aurora Luzzi – Letteratura e Sociale. I nomi dei premiati non sono ancora stati resi noti. L’organizzazione è inoltre impegnata nella definizione degli interventi artistici che accompagneranno la cerimonia.

Nuove collaborazioni per rafforzare il progetto

Tra le novità dell’edizione 2026 figurano gli accordi di collaborazione sottoscritti con BCC Mediocrati, Fondazione Carical e UniPromos ETS. Le intese prevedono una partecipazione alle attività organizzative, il coinvolgimento nella segnalazione di personalità meritevoli e il sostegno alla comunicazione e alla diffusione dell’iniziativa. Per Franzisi, queste collaborazioni rappresentano un’opportunità per consolidare il valore culturale, sociale e istituzionale del Premio. La partecipazione di enti appartenenti a differenti ambiti conferma inoltre la volontà di costruire una rete di relazioni capace di coinvolgere il mondo economico, culturale e associativo. La manifestazione si presenta dunque come un appuntamento che unisce riconoscimento del merito e riflessione pubblica, mantenendo al centro il contributo di chi opera per la crescita della comunità.

Un appuntamento che guarda al futuro

Con la diciannovesima edizione, il Premio Cultura d’Impresa rinnova un’esperienza avviata nel 2005 e progressivamente arricchita di nuovi contenuti. Il suo percorso si intreccia con quello professionale di Carlo Franzisi, che ha fatto della promozione delle imprese e della valorizzazione delle competenze uno dei punti centrali della propria attività. L’appuntamento del 31 ottobre a Rende sarà dedicato alle personalità e alle realtà che si sono distinte nei rispettivi ambiti, ma anche a un tema di particolare rilevanza civile: la libertà di pensiero e di stampa. Un’occasione per ricordare come lo sviluppo economico non possa essere separato dalla cultura, dalla responsabilità sociale e dalla qualità del dibattito pubblico. L’appuntamento è per sabato 31 ottobre 2026, alle ore 19, al Cine Teatro Garden di Rende, per una nuova edizione del Premio Nazionale Cultura d’Impresa, nato dall’intuizione di Carlo Franzisi e cresciuto nel tempo come spazio di riconoscimento, confronto e valorizzazione delle eccellenze.

Carlo Franzisi: «Persone, valore e legalità. È da qui che nasce la Cultura d’Impresa»

Carlo Franzisi, ideatore, presidente e direttore artistico del Premio Nazionale Cultura d’Impresa, è arrivato alla XIX edizione di un riconoscimento ormai di grande rilievo nel panorama calabrese e nazionale. Partiamo dall’inizio: come e perché è nato questo Premio?

«Il Premio è nato nel 2005, come risposta a un evento tragico: l’omicidio di Francesco Fortugno, un delitto di matrice mafiosa che sconvolse la Calabria e l’intero Paese. Io mi sono sempre occupato di impresa e ho sempre sostenuto che l’impresa debba creare valore e occupazione, ma nel rispetto dell’etica, della legalità e della responsabilità sociale. Da quella tragedia ho sentito il bisogno, come cittadino e come imprenditore, di dare un contributo, seppur piccolo, attraverso il riconoscimento di persone che ogni giorno si impegnano per rendere migliore e più civile la società.»

Lei è commercialista, ha avuto esperienze nel mondo associativo ed è anche scrittore. Quanto hanno inciso queste esperienze nella nascita e nell’identità del Premio?

«La mia esperienza iniziale nel mondo dell’associazionismo artigiano mi ha insegnato a osservare il valore della creatività, del lavoro, dell’arte e della cultura. A questo si è aggiunta la mia formazione personale e professionale, ma anche una particolare attenzione verso le persone e i contesti sociali. Ho visto situazioni in cui risorse umane e imprenditori meritevoli non venivano adeguatamente valorizzati. Tutto questo mi ha spinto a creare uno strumento capace di far emergere persone sane, competenti e realmente impegnate nella società.»

Il Premio viene spesso definito un riconoscimento “democratico”. Che cosa significa esattamente?

«Significa innanzitutto che il Premio non è acquistabile e non nasce da interessi economici o personali. Le persone vengono individuate dal Comitato sulla base dei valori che rappresentano e della genuinità del loro impegno. Non esiste un secondo fine da parte del premiato né un vantaggio per chi lo assegna. Vogliamo semplicemente riconoscere chi, attraverso il proprio lavoro e la propria attività, rappresenta un valore per la società.»

Lei ha parlato anche di una vicenda personale che l’ha avvicinata, seppur indirettamente, a queste tematiche. Vuole raccontarci qualcosa?

«È una parte molto personale della mia storia, che preferisco non approfondire nei dettagli. Posso dire che ho vissuto e subito, molti anni fa, una situazione che ha modificato profondamente il modo di vivere della mia famiglia. Mi ha fatto comprendere quanto possano essere invasive determinate dinamiche e quanto possano condizionare la vita delle persone.

Anche attraverso i miei libri ho cercato di raccontare fenomeni che hanno interessato la Calabria e che, in forme diverse, hanno rappresentato l’embrione di dinamiche che oggi associamo alla criminalità organizzata.»

Nel corso degli anni avete premiato personalità molto diverse tra loro. Quali sono alcuni dei riconoscimenti che ricorda con maggiore significato?

«Sono state premiate persone provenienti da mondi diversi: dalla cultura alla comunicazione, dalla politica alla pubblica amministrazione, dalla legalità al sociale. Ricordo, tra gli altri, Luigi Nuzzi, l’ex ministro Maria Carmela Lanzetta e importanti personalità del mondo istituzionale e culturale. Ogni premio nasce dalla volontà di riconoscere un valore concreto, indipendentemente dalla notorietà del destinatario. È proprio questa varietà a rappresentare la ricchezza del Premio.»

Tra tutte le categorie, lei considera particolarmente delicate quelle dedicate alla legalità e alla comunicazione. Perché?

«Sono le due sezioni più delicate perché comportano una grande responsabilità. Sulla legalità non abbiamo strumenti investigativi e dobbiamo affidarci a ciò che è pubblicamente verificabile e alle informazioni disponibili. Nella comunicazione il problema è ancora più complesso, perché bisogna valutare l’onestà, l’obiettività e il modo in cui vengono raccontati i fatti. Un riconoscimento in questi ambiti non è soltanto un premio: è una responsabilità che il destinatario assume insieme al riconoscimento.»

Quest’anno il tema della comunicazione è particolarmente importante: libertà di stampa e diritto a essere informati. Perché avete scelto questo argomento?

«Perché la comunicazione determina il modo in cui i cittadini conoscono e interpretano la realtà. Se un fatto viene raccontato in maniera distorta o senza sufficiente obiettività, anche il messaggio che arriva alla collettività può essere alterato. Per questo scegliere il destinatario del Premio alla comunicazione è sempre stato molto delicato. È necessario affidarsi a persone capaci di comprendere il peso e la responsabilità dell’informazione.»

Il Premio ha anche un valore materiale importante: è realizzato artigianalmente e non è reperibile sul mercato. Ci racconta la sua storia?

«Il Premio è stato ideato anche nel suo disegno e rappresenta l’Italia stretta da un laccio. Quel laccio è spezzato, come metafora della volontà di liberare il Paese da tutto ciò che lo ostacola e lo soffoca. Parliamo di dinamiche clientelari, criminali, burocratiche o di qualsiasi altro fenomeno che impedisca alle energie positive di emergere. È una rappresentazione simbolica di ciò che stringe e non permette alla nostra società di crescere.»

Il riconoscimento viene realizzato da un orafo. Quanto conta anche questo aspetto?

«È un premio unico, realizzato a mano da un maestro orafo e non acquistabile sul mercato. È interamente in argento e possiede anche un valore economico, ma per me questo è l’aspetto meno importante. Il vero valore è quello intrinseco e simbolico. Chi riceve il Premio alla legalità o alla comunicazione deve comprendere che insieme al riconoscimento riceve anche una responsabilità.»

Quali sono le altre sezioni del Premio e quali valori rappresentano?

«Abbiamo diverse sezioni: arte, cultura, spettacolo, teatro, televisione, carriera, pubblica amministrazione, sociale e letteratura. Quest’ultima è dedicata anche al ricordo di una scrittrice che ha saputo raccontare la Calabria con una sensibilità straordinaria, riuscendo a mettere poesia e amore anche dove sembravano non esserci. Il sociale, invece, valorizza esperienze concrete di inclusione, come quella di un’associazione che ha realizzato a Cosenza un ristorante autogestito da ragazzi con disabilità.»

Una delle sezioni che quest’anno non sarà presente è quella dedicata al contrasto alla violenza di genere. Pensate di riproporla?

«È possibile che venga ripresa il prossimo anno, anche alla luce dell’attualità di questi fenomeni. In passato abbiamo affrontato anche il tema del bullismo e vorremmo ampliare il lavoro attraverso una ricerca nelle scuole della provincia di Cosenza. L’idea è coinvolgere il Centro Studi e Unipromos per comprendere meglio la situazione e raccogliere dati sui fenomeni sociali che riguardano i giovani e il territorio.»

C’è stato qualcosa che, nel corso degli anni, l’ha ferita o fatta arrabbiare particolarmente rispetto al Premio?

«Più che le critiche, mi ha infastidito un episodio legato all’etica giornalistica. Un giornalista locale, dopo aver assistito a un evento nel quale era presente anche Luigi Nuzzi, realizzò un’intervista e pubblicò un articolo senza citare il contesto e il Premio nel quale quell’intervista era stata realizzata. Non pretendo di essere citato personalmente, ma ritengo corretto riconoscere il luogo e l’occasione da cui nasce un contenuto giornalistico. Per me è una questione di rispetto e di etica professionale.»

Qual è la domanda che avrebbe voluto ricevere più spesso dai giornalisti e che invece viene raramente posta?

«La domanda fondamentale è quella che mi ha fatto lei all’inizio: da dove nasce il Premio e qual è il suo significato. Spesso viene trattato semplicemente come uno dei tanti premi esistenti, senza approfondirne la genesi. Eppure noi investiamo risorse senza ricavarne un beneficio economico e non lo facciamo per ottenere visibilità personale. Il vero obiettivo è valorizzare persone e comportamenti che possano rappresentare un esempio positivo.»

Se dovesse descrivere il Premio attraverso tre parole, quali sceglierebbe?

«Persone, valore e legalità. Le persone devono essere riconosciute nella loro unicità e per ciò che realmente esprimono. La legalità è tutto ciò che dovremmo praticare quotidianamente e che spesso non facciamo. Quando persone, valore e legalità si incontrano, nasce un valore enorme per lo sviluppo della società.»

E se dovesse trasformare queste tre parole in tre brevi messaggi, cosa direbbe?

«Le persone sono il valore assoluto di una società e devono avere la possibilità di esprimere pienamente ciò che sono. La legalità è il principio attraverso cui quel valore può crescere e diventare concreto. Unendo persone e legalità, possiamo costruire un valore capace di produrre sviluppo e futuro.»

Che cosa significa per lei la parola “cultura”, al di là della formazione scolastica?

«La formazione scolastica è fondamentale perché costruisce conoscenze e competenze, ma la cultura è qualcosa di più ampio. È l’insieme dei valori che riceviamo e che dobbiamo rendere attuali e praticabili per il benessere collettivo, senza egoismi personali. La cultura significa anche dare agli altri ciò che abbiamo imparato e ciò che possediamo. È ciò che rimane quando abbiamo dimenticato tutto il resto.»

Il Premio può diventare anche uno strumento per trasmettere questi valori alle nuove generazioni?

«È uno degli obiettivi più importanti. Vorrei che i giovani fossero meno sudditi e più liberi, consapevoli dei propri diritti, del valore dell’istruzione, del lavoro e della cura degli altri. Abbiamo bisogno di costruire una nuova classe dirigente, ma dobbiamo darle la possibilità di crescere senza dipendere dai cosiddetti potenti. Il futuro deve essere costruito senza favoritismi, scambi di consenso o compromessi che limitino la libertà delle persone.»

Lei ha sempre cercato di mantenere la propria autonomia rispetto a questi meccanismi. È questo uno dei messaggi che vuole trasmettere attraverso il Premio?

«Io non mi considero un esempio, ma posso dire di aver sempre cercato di costruire il mio percorso senza avere alle spalle un potente che mi proteggesse. Ho scelto ciò che volevo fare e ho lavorato per raggiungerlo, anche con grande fatica. Credo che questa possibilità debba essere garantita soprattutto ai giovani. Non devono sentirsi obbligati a scendere a compromessi per ottenere un lavoro, un incarico o un’opportunità.»

L’anno scorso il Premio alla legalità è stato assegnato a un ufficiale dei Carabinieri impegnato nella formazione internazionale contro la criminalità. Perché questa figura vi ha colpito?

«Perché rappresenta perfettamente il valore della cultura e dell’impegno. È partito dal ruolo di maresciallo dei Carabinieri ad Acri ed è cresciuto professionalmente senza particolari sostegni alle spalle, arrivando a dirigere una scuola internazionale impegnata nel contrasto alla criminalità. Conosce diverse lingue, tra cui arabo, inglese, francese e spagnolo. La sua storia dimostra che lo studio, l’impegno e la cultura possono diventare strumenti concreti di libertà e di crescita.»

In definitiva, qual è il messaggio che vorrebbe lasciare attraverso il Premio Cultura d’Impresa?

«Vorrei che passasse un messaggio semplice: il valore delle persone deve essere riconosciuto e messo nelle condizioni di esprimersi. La cultura ci offre gli strumenti per crescere, la legalità ci permette di farlo senza compromessi e il lavoro trasforma questi principi in realtà. Se vogliamo costruire il futuro, dobbiamo investire sulle persone, sulla loro libertà e sulla loro capacità di contribuire al bene collettivo.»

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