L’esecuzione dei Carmina Burana al Circo Massimo, posta a sigillo della stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma, conferma alcune riflessioni che da tempo vi infliggo su queste colonne: sono ormai prossimo a raccogliere firme per chiedere una moratoria universale degli adattamenti scenici dei classici in chiave contemporanea.
Non già perché debba considerarsi un sacrilegio il tradimento di un testo, quanto perché qualunque atto di profanazione meriterebbe la medesima caratura tragica di ciò che pretende di sconsacrare.
Breve cenno sull’aspetto musicale: sul podio abbiamo assistito alla guida esperta di Wayne Marshall, a guidare le masse dell’Orchestra e del Coro diretti da Ciro Visco e Alberto de Sanctis, con i solisti Marianelli, Lehman e Borodulin. Il nodo critico vorrei concentrarlo sull’apparato visivo curato dal collettivo Anagoor, un montaggio che assemblava frammenti nell’intento dichiarato di proporre una riflessione su diversi volti del Potere destinato al tragico fallimento: Augusto con la testa di Varo accanto al Moloch nel Cabiria di Giovanni Pastrone, i filmini amatoriali girati da Eva Braun nella residenza del Berghof, la tosatura delle pecore accanto a danze tribali africani in faccia al decadente potere occidentale. Rimando a riguardo agli approfondimenti di Livia Bidoli.
Già dei cartelli esplicativi prima della rappresentazione esemplificavano la grammatica woke della rilettura. L’opera di Orff non ha bisogno di essere “attualizzata”, avendo come tema esattamente il perenne divenire del Tempo. O Fortuna non è un reperto museale porre sotto il microscopio dell’esegesi sociologica; è un archetipo che non richiede di essere spiegato tramite lezioni di civica al pubblico di massa: dev’essere mostrato come un’icona, lasciato libero di scatenare la sua forza catartica.
Questa forma di rilettura “impegnata” non stratifica il senso profondo del testo: vi sovrappone un’impalcatura contemporanea esterna, pedante, intercambiabile con qualsiasi altra narrazione edificante del presente.
Se l’urgenza etica è quella di denunciare l’oppressione e le derive della violenza storica, perché accanirsi a cannibalizzare sistematicamente il canone occidentale anziché dare voce e palcoscenico alle opere nate direttamente dal sangue di chi quella violenza l’ha patita sulla propria carne? Sarebbe una scelta infinitamente più radicale (e di certo meno accomodante) di questa ennesima pastorale perbenista.
La memoria storica non diventa critica culturale per il solo fatto di lampeggiare su uno schermo, garantendo il bollino etico di “essere buoni” davanti ai cattivi della Storia. Ma il punto non è il contenuto, ma la forma.
Si consideri, per antitesi, un’operazione apparentemente pop come l’adattamento televisivo del romanzo di Anne Rice Interview with the Vampire: qui la ri-caratterizzazione di Louis de Pointe du Lac in chiave afroamericana e il suo radicamento nella New Orleans di fine Ottocento non rappresentano una concessione al politically correct decorativo (rarissima deroga al tokenismo netflixiano). La condizione liminale e luttuosa del vampiro entra in risonanza profonda con l’emarginazione razziale, la fame di emancipazione e l’ambigua fascinazione per il potere oppressore. Molto semplicemente, ha senso.
La forma, d’altronde, rivendica rispetto. Se sul megaschermo campeggiano grafiche assimilabili a una storia di Instagram, il risultato non è lo straniamento teorizzato da Brecht, ma povertà del linguaggio visuale. Da un impianto chiamato a dialogare con una cattedrale sonora ci si attenderebbe una grammatica capace di reggere l’impatto del mito, non l’estetica sciatta di una slide. Per fruire di banalità di un quotidiano non trasfigurato è sufficiente attendere il bus alla fermata; non s’impiega la liturgia dell’Opera, avendo a disposizione una cornice maestosa come il Circo Massimo.
Ci si reca a teatro e all’Opera alla ricerca dell’Altrove: una dimensione vertiginosa, terribile o luminosa, in cui la realtà torni a riflettersi dentro di noi solo dopo essere passata al vaglio del fuoco della forma.
È il ruolo misterico che ogni epoca, persino la più disincantata, continua segretamente ad agognare. Tentare di spegnere il numinoso e l’ideale per rimpiazzarli con la mediocrità pedagogica dell’oggi è la conferma più amara di come il Kali Yuga sappia travestirsi, neanche troppo brillantemente, da progresso.