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A Materia quattro storie di rigenerazione e di architettura condivisa

October 11, 2026

Open! a Materia

Un bar dove ci si può sedere senza consumare e una stanza lasciata vuota di proposito a Lecco; un dehors di vetro e acciaio appoggiato alla piazza di Cantù senza smuovere una pietrella; una sede da riorganizzare per raddoppiare le postazioni di lavoro e aprirla alle associazioni. Sono alcuni dei dettagli emersi sabato mattina, 10 ottobre, a Materia, a Castronno, dove l’Ordine degli architetti di Varese ha ospitato quattro racconti di rigenerazione condivisa nell’ambito di Open! Studi Aperti, il cui tema nazionale quest’anno è «Architettura condivisa».

Il committente come coautore

Dopo i saluti di Materia la presidente dell’Ordine, Paola Bassani, ha sottolineato come l’architettura non si fa mai da soli: «Il committente non è un soggetto passivo né soltanto un finanziatore, ma un coautore dell’opera, che orienta la visione del progetto e partecipa alle scelte via via che procede – ha spiegato –  La qualità dell’architettura non coincide con la sola bellezza estetica: si misura nella capacità di un luogo di far vivere bene le persone e di diventare un punto vivo di relazioni».

Il vicepresidente Enzo Cantoni, delegato dell’Ordine per Open, ha ricordato che la manifestazione «Nasce circa dieci anni fa per volontà del Consiglio nazionale degli architetti da un’idea francese, per portare l’architettura al grande pubblico». Cantoni ha anche invitato a non dimenticare la qualità e la bellezza dell’architettura, mentre l’attenzione si concentra su pubblico, riuso ed ecologia. Il giorno prima, a Saronno, una dozzina di giovani architetti avevano presentato i propri progetti.

Fondazione del Varesotto: una sede da aprire, un teatro da far vivere

Marika Arena, professoressa ordinaria di Ingegneria gestionale al Politecnico di Milano e consigliera della Fondazione Comunitaria del Varesotto, ha spiegato come la fondazione stia spostando il proprio ruolo dalla sola erogazione di fondi all’accompagnamento dei progetti, e come in questa prospettiva lo spazio diventi un’infrastruttura sociale.

Con l’architetto Simone Meroni ha poi raccontato il progetto di ristrutturazione della sede della Fondazione, oggi in fase di concept e in avvio di progettazione definitiva ed esecutiva. Il layout di piano terra e primo piano viene ripensato per raddoppiare le postazioni di lavoro; al piano interrato, con volte a botte, sono previsti spazi per mostre ed eventi; al piano terra una sala conferenze da circa trenta posti, flessibile e polifunzionale, e una sala riunioni più piccola. È prevista anche una piattaforma elevatrice per l’accessibilità, un secondo ingresso pedonale su via Orrigoni accanto alla fermata dell’autobus, mentre l’ultimo piano sarà dedicato alle associazioni che vorranno avere uno spazio proprio.

Nel suo intervento è stato segnalato anche il teatro sociale di Busto Arsizio, progettato nel 1891: oltre agli spettacoli ospita Contatto, format avviato nel 2025 in occasione della giornata internazionale delle persone con disabilità, che ha riunito undici associazioni nel foyer, e con attività di formazione per operatori sociali under 35. Su come adattare il teatro a queste funzioni, ha spiegato Arena, si è appena iniziato a lavorare.

Officine Badoni: l’identità sta nel bar, nello spazio vuoto, nei conti

Paolo Dell’Oro, segretario della Fondazione Comunitaria del Lecchese, ha raccontato Officine Badoni, ex mensa della storica ditta lecchese che costruiva ponti, funivie e locomotori. La ditta chiuse nel 1992 e l’edificio, rimasto abbandonato, è stato acquistato dalla fondazione nel 2018 dopo diverse aste andate deserte. «è stato investito circa un quarto del patrimonio della fondazione, circa 20 milioni, senza attendersi un ritorno economico ma solo sociale e culturale» ha sottolineato.

Dopo un concorso di idee aperto a tutti, con dieci proposte presentate da ventitré soggetti, la fondazione ha scelto di non premiare un solo progetto ma di chiamare tutti a un tavolo per costruirne uno insieme, in un percorso durato un anno. «Oggi lo spazio è co-gestito da un’associazione temporanea di scopo formata da sette realtà, mentre altre cinque partecipano senza entrare formalmente nell’associazione, per un totale di dodici». Sui tre piani da trecento metri quadrati ci sono un bar e una sala studio, gli uffici della fondazione e una sala corsi, oltre a un auditorium aperto alla città.

Dell’Oro ha indicato come criteri: «La regia di un soggetto con finalità pubbliche, un processo partecipato, una governance plurale, accessibilità, accoglienza e bellezza».

Al bar: «Ci si siede anche senza consumare e gli studenti possono mangiare il proprio panino. Una piccola stanza all’ultimo piano è stata lasciata vuota su suggerimento di due ospiti da Reggio Emilia». Sui conti: «La gestione ordinaria costa circa centomila euro l’anno, bar escluso; bar e affitto delle sale coprono dopo due anni circa il 40%, e il resto dipende dalla capacità degli enti coinvolti di intercettare bandi».

Elena Bianchi, l’architetta che ha seguito il progetto, ha parlato del restauro conservativo dell’edificio neogotico, vincolato dalla Soprintendenza, della gestione dei due accessi contrapposti e delle scelte su arredi e colori neutri, pensati perché a lasciare un segno siano le persone che usano lo spazio.

Hub Garibaldi: un dehors senza pilastri e un budget stretto

Michele Benazzi, presidente della cooperativa MondoVisione, ha presentato Hub Garibaldi insieme agli architetti Valeria Colombo e Giuseppe Montorfano. L’ex fermata del tram di piazza Garibaldi a Cantù, poi tabaccheria, biglietteria dei pullman e bar, chiusa nel 2020, è stata riaperta a marzo 2026 al termine di un tavolo di coprogettazione in cui Comune, MondoVisione e la cooperativa Il Gabbiano avevano lo stesso peso. «Dentro ci sono un informagiovani, un servizio di ascolto psicologico e un bar gestito da MondoVisione, con un percorso formativo per ragazzi con disabilità, curato con il Gabbiano, che terminerà a fine gennaio» ha spiegato Benazzi.

I progettisti hanno raccontato di un budget di circa 400mila euro per ristrutturazione, progetti, indagini richieste dalla Soprintendenza e arredi, poi sceso a circa 370mila. Per il dehors si è scelta una struttura su misura in acciaio e vetro, realizzata con un’azienda della zona e senza pilastri centrali, appoggiata sulla piazza senza danneggiarne le pietre e quindi rimovibile. È trasparente: dalla piazza si vede dentro, e da dentro sembra di essere in piazza.

Materia: la piazza al centro dell’edificio

Per Materia ha parlato Roberta Cattorini, dello studio milanese CRDS Architetti, vincitore del concorso di idee promosso con l’Ordine, che ha attirato trentatré progetti da tutta Italia e oltre, visto che uno di loro proveniva dalla Spagna. Cattorini ha raccontato il metodo: la lettura del piccolo centro, fatta di spazi vuoti e di elementi minimi come recinzioni, cambi di quota e portici, e un edificio che a sua volta è uno spazio cavo da attraversare. Ora al centro c’è un’agorà trasformabile in continuazione, con le gradinate preesistenti mantenute; la redazione che vi si affaccia è stata ribattezzata “acquario”, e non mancano uno studio televisivo non previsto all’inizio, una cucina professionale e il giardino.

Ilaria Notari, presidente dell’associazione Anche Io, che gestisce lo spazio Materia. ha parlato del lavoro di costruzione della comunità, con i due verbi «incontrarsi» e «imparare», e ha fornito alcuni numeri delle attività: da febbraio 2025 a settembre 2026 quattrocentotrenta eventi pubblici, milleduecento protagonisti, centodieci attività formative, trentamila presenze uniche, centocinquanta tra associazioni ed enti, oltre a cinquantotto eventi privati con tremila partecipanti.

Nel corso della mattinata è stato ricordato anche Raffaele Nurra, architetto e consigliere dell’Ordine scomparso quasi due anni fa, che ha creduto nel concorso di idee da cui è nata Materia, seguendone il percorso proprio per l’Ordine.