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Chi fa funzionare le elezioni statunitensi - Alessio Marchionna

September 22, 2026

Rebecca Burns aveva sempre pensato agli scrutatori come a quelle persone gentili e un po’ zelanti che ti consegnano l’adesivo “I voted” all’uscita del seggio. Quando è andata in pensione, nel 2023, ha deciso di provare anche lei. Per essere assunta dalla contea di Athens-Clarke, in Georgia, ha dovuto presentare una domanda, sottoporsi a un controllo dei precedenti penali, fare un colloquio e seguire una lunga formazione. Si aspettava lezioni sulle leggi elettorali e sulle regole per i documenti d’identità. Alla prima lezione ha passato invece buona parte del tempo a imparare cosa fare in caso di litigi e aggressioni, e a come mettere in salvo gli elettori se qualcuno entra armato nel seggio.

Burns ha raccontato la sua esperienza sul Bitter Southerner. Negli Stati Uniti gran parte degli scrutatori viene assunta dalle amministrazioni locali per i giorni o le settimane in cui si vota: nella contea di Burns guadagnano tra i 15 e i 18 dollari all’ora, e in tutto il paese sono più di 700mila. Arrivano prima dell’alba e non sempre sanno a che ora torneranno a casa. Tra i colleghi di Burns ci sono un ex agente dell’Fbi, un ministro di culto, un custode, un ex paramedico e uno scienziato in pensione. Molti lo fanno da anni.

Ad Athens-Clarke ricevono una spilla con scritto election official e una piccola barretta metallica per ogni anno di servizio elettorale. Burns ne ha tre; Cynthia Turner, che lavora ai seggi da più di trent’anni, si è presentata alle primarie di maggio con diciassette barrette (ne ha altre a casa). Barbara, detta Lady B., ne ha accumulate così tante, insieme a spille e distintivi, che secondo Burns sembra un generale a cinque stelle.

Il loro lavoro prevede una quantità impressionante di piccoli gesti regolati da procedure precise. Bisogna preparare i macchinari, indirizzare gli elettori al posto giusto, annotare gli inconvenienti e, a intervalli regolari, controllare che il numero di voti registrati dalle apparecchiature coincida con quello che dovrebbe risultare dalle operazioni del seggio.

Il piano di Trump per truccare il voto

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Nella contea di Athens-Clarke, prima di votare l’elettore mostra un documento d’identità a uno scrutatore e riceve una tessera elettronica da usare nella cabina. Qui trova uno schermo tattile collegato a una stampante: inserisce la tessera, vede comparire la scheda elettorale e seleziona i candidati. Alla fine il sistema stampa una scheda di carta con le scelte, che l’elettore può controllare prima di consegnarla a un addetto al seggio che la inserisce in uno scanner.

Non funziona così in tutti gli Stati Uniti: sistemi e apparecchiature cambiano da stato a stato e perfino da contea a contea, anche se ormai quasi ovunque il voto lascia una traccia cartacea verificabile. Alle primarie nel seggio di Burns una donna ha estratto troppo presto la scheda dalla stampante e si è spaventata. La macchina, ha detto, aveva cercato di mangiarsi il suo voto. La scheda rovinata non poteva semplicemente essere buttata, quindi gli scrutatori hanno dovuto documentare l’incidente, distruggerla secondo la procedura prevista e stamparne un’altra.

Si tende a immaginare le elezioni statunitensi come una grande macchina che produce un risultato la sera del voto. Viste dal seggio di Burns, sembrano piuttosto una catena lunghissima di persone che controllano il lavoro degli altri, correggono errori e lasciano traccia di quello che è successo. Una stampante si inceppa, qualcuno si presenta nella contea sbagliata, una scheda non viene consegnata alla persona giusta: è un sistema costruito per accorgersi degli errori, registrarli e correggerli.

Ma in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre il manuale d’istruzioni degli scrutatori si è allungato ancora. La Reuters ha intervistatopiù di cinquanta funzionari elettorali statali e locali, repubblicani e democratici, tra cui una decina di segretari di stato (che supervisionano il processo elettorale a livello statale). Quasi tutti stanno adottando nuove misure contro interferenze politiche, disinformazione, attacchi informatici e minacce ai seggi. Più di una decina di amministrazioni hanno assoldato avvocati esterni o stanno formando i dipendenti su mandati e ingiunzioni; in Wisconsin alcuni funzionari hanno già preparato bozze di ricorsi nel caso il governo federale tenti di sequestrare macchine o documenti elettorali.

Attacco respinto

Sono preparativi per scenari che potrebbero non verificarsi. Finora i tentativi più smaccati di Donald Trump di cambiare le regole prima delle elezioni sono stati fermati dai tribunali. L’esempio più recente riguarda il voto per posta, da tempo al centro delle accuse infondate di Trump sulle frodi elettorali. Questa modalità di voto è usata più dai democratici che dai repubblicani, anche se negli ultimi anni il divario si è ridotto. Secondo il Mit Election Data + Science Lab, i casi documentati di frode nel voto per posta sono rari, e non sono più frequenti negli stati dove questa modalità è più diffusa.

A marzo Trump aveva cercato di attribuire al servizio postale (Usps), che di solito si limita a trasportare le schede, il compito di contribuire a verificarne la validità. Come ha spiegato l’Economist, una nuova regola avrebbe imposto all’Usps di controllare i codici a barre delle buste confrontandoli con le liste elettorali statali caricate su un portale online che non esisteva ancora. Decine di funzionari elettorali, sia repubblicani sia democratici, sostenevano che fosse impossibile costruire un sistema simile a poche settimane dalle elezioni e che la novità rischiava di provocare ritardi e di lasciare che dei voti validi non fossero conteggiati.

Il 14 settembre la corte suprema ha bloccato l’entrata in vigore delle nuove regole per queste elezioni. La maggioranza dei giudici ha spiegato che l’amministrazione aveva poche probabilità di prevalere nel merito e ha fatto notare sia il modo affrettato in cui la regola era stata preparata sia i problemi che avrebbe potuto provocare.

Finora quindi gli argini istituzionali hanno retto. Ma questo non lascia tranquille le persone che hanno il compito di far funzionare le elezioni. Con il controllo del congresso che potrebbe dipendere da poche corse, molte hanno detto alla Reuters di non potersi permettere di presumere che gli stessi argini funzioneranno ogni volta. Se i repubblicani perdessero il controllo di anche solo uno dei due rami del congresso, Trump avrebbe ancora meno possibilità di portare avanti il suo programma politico; una maggioranza democratica potrebbe inoltre aprire nuove indagini sull’amministrazione.

È difficile escludere del tutto che Trump possa tentare comunque un intervento senza precedenti, e per chi lavora ai seggi questo vuol dire che non basta più sapere cosa fare quando una stampante mangia una scheda o quando un elettore arriva al seggio sbagliato: bisogna sapere a chi telefonare se le autorità federali si presentano con un mandato per accedere alle macchine o sequestrare materiale elettorale, quali documenti possono essere consegnati, come impedire che un sequestro blocchi il conteggio e come reagire se agenti federali si presentano davanti a un seggio.

In Arizona alcuni procuratori locali hanno già preparato documenti da depositare immediatamente in tribunale nel caso sia necessario intervenire; altrove i funzionari discutono dell’eventualità che vengano sequestrate schede o macchine, o che qualcuno cerchi di bloccare la certificazione dei risultati.

E naturalmente ci sono le preoccupazioni per la sicurezza personale. Un sondaggio condotto quest’anno dal Brennan Center for Justice ha rivelato che, a livello nazionale, quasi un terzo dei funzionari elettorali ha subito “minacce, molestie o abusi a causa del proprio lavoro”, mentre più della metà è preoccupata per la sicurezza dei propri colleghi.

Nel racconto di Burns c’è un dettaglio piccolo ma significativo. Ogni ora, mentre il seggio è aperto, gli scrutatori interrompono le operazioni per controllare i dati registrati dai terminali di voto, dai dispositivi con cui vengono registrati gli elettori quando arrivano al seggio e dallo scanner delle schede, e ricontano le tessere elettroniche usate nelle macchine. È un gesto ordinario, ma dice qualcosa di più generale sul sistema statunitense: gran parte della sua affidabilità non dipende da un unico centro di controllo ma dalla ripetizione di verifiche visibili e documentate.

Il paradosso è che più il governo federale cerca di prendere il controllo delle elezioni, più diventa visibile quanto il loro funzionamento dipenda da una struttura frammentata, locale, spesso improvvisata, fatta di migliaia di uffici e persone che rispondono a regole diverse. È anche questo decentramento a rendere il sistema difficile da controllare dall’alto. Ma è un vantaggio che ha un prezzo: funziona solo finché abbastanza persone continuano a voler fare questo lavoro, a conoscere le regole e ad applicarle anche e soprattutto quando la pressione aumenta.

Questo articolo è tratto dalla newsletter Americana.

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