«Dottoressa, quando usciamo da qui, nessuno ci protegge». Sono parole che Rosa Mesiti, direttrice delle Comunità psichiatriche "Davide" e "Maria Chiara" in Calabria, ha impresse in maniera indelebile nella mente, pronunciate da un ospite della sua struttura. Le ripete con una stretta al cuore quando racconta, in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, il 10 ottobre, del suo impegno quotidiano al fianco di chi lotta per riprendere in mano le redini della propria esistenza. «Un lavoro che amo - sottolinea - e in cui credo, a cui ho dedicato la mia vita».
Quello delle persone con disagio psichico è un percorso lungo e impervio, reso ancor più insidioso dallo stigma che ancora accompagna le diagnosi. La lotta è impari: da una parte si combatte la malattia mentale, dall'altra la sua percezione nella società odierna, «la più grande e grave discriminazione socialmente legittimata», secondo la dottoressa Mesiti. E non risparmia le parole forti: chi ha un problema psichiatrico serio è ancora spesso considerato «la spazzatura della società».
Un tema che in Calabria fa i conti con la scarsità di servizi: i posti nelle strutture semiresidenziali sono 0,5 ogni 10mila abitanti, contro una media nazionale di 2,8, ricorda l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, che sostiene con l’8x1000 il progetto “Percorsi di Inclusione Sociale” di GOEL - Gruppo Cooperativo.
L'intelligenza artificiale aiuta?
Sette ragazzi su dieci sentono il bisogno di un supporto psicologico, ma solo tre riescono ad accedervi. È il quadro che emerge dal terzo rapporto sul benessere e sullo stato di salute dei giovani, l’Indice WELL-FARE 2025, secondo cui molti faticano anche a trovare adulti di riferimento e finiscono per confidarsi con un’intelligenza artificiale. Mesiti conosce il fenomeno da vicino, e non solo per i più giovani.
Le è capitato, per esempio, che un ospite le raccontasse di essersi rivolto a un'IA per interpretare i propri sintomi, ricevendo in risposta una definizione puntuale ma asettica. Può almeno considerarsi utile come primo campanello d’allarme? Un input che spinga a chiedere aiuto? Mesiti non lo esclude. Il rischio, però, è un altro: «Ti può dare l’idea di poterlo gestire» da solo. E resta «una cosa proprio impersonale», aggiunge, che «fa delle statistiche, ma non conosce la persona, il contesto sociale».
Riconoscere i sintomi
Il primo ostacolo è accorgersi che qualcosa non va, e per chi sta male non è affatto semplice. «Si sentono soli in una condizione di disagio e un po’, all’inizio, anche di vergogna, perché non sanno come agire», spiega la dottoressa. Senza gli strumenti adatti, aggiunge, è una condizione che da soli non si riesce a superare.
Anche da fuori il segnale si coglie con fatica. «A volte quei disagi vengono interpretati come un problema caratteriale», dice la direttrice. Una persona chiusa, che evita la compagnia, che si ritrae dagli altri, per esempio: tratti che potrebbero nascondere un malessere più profondo. E lo stigma non pesa solo su chi sta male, ma anche sulla famiglia. Per questo dare «la giusta rilevanza a un sintomo» è un passaggio fondamentale per intraprendere un percorso di cura o di prevenzione. E il tempismo conta: «Iniziare un percorso riabilitativo in una rete sana, fin dal primo esordio, può veramente cambiare la vita».
Per un familiare o un amico, il primo gesto è aprirsi alla possibilità che l’altro abbia un problema e non giudicarlo.
Ma per distinguere un tratto caratteriale da un campanello d’allarme serve «una situazione di ascolto più tecnico», l'intervento di un esperto. Il che non vuol dire «portare subito il ragazzino dallo psicologo», ma fermarsi a osservare con cura azioni e comportamenti e riportare a uno specialista le eventuali preoccupazioni.Se poi la persona comincia un percorso, la famiglia camminerà al suo fianco. Il lavoro con gli affetti, racconta Mesiti, è essenziale: «La famiglia e il contesto sociale sono parte integrante, perché non puoi seguire e curare una persona togliendola da quella che è la sua vita, i suoi affetti». I parenti non sono semplici spettatori, ma attraversano insieme agli ospiti «i passaggi, i risultati, i momenti bui».
L'avversione per i farmaci
«Se uno ha il diabete prende la terapia a vita, se ha l’ipertensione deve prendere una compressa», dice la dottoressa. Una diffidenza, quella verso i medicinali, diffusa tra gli ospiti e ancora di più tra le famiglie. Ma il loro compito è chiaro: «Ridurre i sintomi, in modo da lasciare libera la parte sana su cui poter lavorare» attraverso colloqui e attività che restituiscono abilità che la malattia, al momento, impedisce di esprimere. «Piano piano si fa crescere la parte sana», dice.
Un percorso cucito su misura
Nemmeno la diagnosi di uno specialista basta a descrivere una persona: «Ci indica e ci fa collocare i sintomi, però non è che tutte le persone con la stessa diagnosi sono uguali». Il programma, quindi, è «personalizzato rispetto alla realtà, alla presenza, all’essenza di ognuno».
Tutto comincia con un mese di osservazione all'interno della comunità: l’ospite stringe un legame con gli operatori, e gli operatori con lui, «fino ad arrivare a un minimo di alleanza terapeutica». Poi si lavora su ogni aspetto, uno alla volta. Per qualcuno servono due colloqui psicologici o psichiatrici a settimana, per altri meno: «una cosa proprio cucita» su ciascuno, con le famiglie coinvolte periodicamente.
Quando le condizioni lo permettono, arrivano i permessi fuori dalla struttura, accompagnati dagli operatori, per rivivere i contesti sociali da cui si era partiti e capire dove sono le difficoltà. Poi si resta da soli a casa per tempi sempre più lunghi, fino a verificare l’autonomia. Ma anche allora la persona resta in carico ai servizi del territorio, per garantire «la continuità di cura e di osservazione».
«Anche noi abbiamo una speranza»
Una mattina, durante l’assemblea di una comunità, racconta Mesiti, uno degli ospiti, che era stato in un ospedale psichiatrico giudiziario, ha alzato la mano. «"Ma allora anche noi abbiamo una speranza di vita", ha detto. Per me è stata una pugnalata», confessa la direttrice. Perché quella speranza, nel frattempo, era diventata realtà: alcuni ospiti sono stati dimessi e oggi hanno una casa, vivono da soli o in coppia. «Sono cose molto belle», dice.
«Bisogna credere che sia possibile». Questo è il messaggio. Anche se la società di oggi «non ha grandi speranze e non trasmette positività», assicura, «è possibile ed è fattibile».
Ultimo aggiornamento: sabato 10 ottobre 2026, 08:59
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