Il Ceo di Anthropic Dario Amodei insiste sulla necessità di rallentare il ritmo di sviluppo dei modelli IA . Se Amodei ha versato la benzina, il quotidiano cinese Global Times ha acceso il fuoco, interpretando la parole del ceo di Anthropic al pari di un copione della guerra fredda, una sorta di minaccia rivolta a Pechino.
Il Global Times, di fatto, è uno degli organi ufficiali del partito comunista cinese e viene spesso usato da Pechino per lanciare messaggi nazionalisti più aggressivi di quelli espressi dal ministero degli Esteri cinese.
La guerra fredda secondo Pechino
La polemica lanciata dal quotidiano cinese contiene un punto politico che mischia la sicurezza dell’IA e la competizione tra grandi potenze, facendole entrare nello stesso campo semantico e, di conseguenza, nel medesimo filone narrativo.
Una misura presentata a Washington come protezione da rischi sistemici può essere letta a Pechino come una barriera strategica. Una misura cinese presentata come apertura tecnologica, può essere letta negli Stati Uniti come acceleratore della capacità militare e cyber di un rivale.
È il classico dilemma della sicurezza, trasportato dentro l’economia digitale. Ogni potenza giustifica la propria azione come difensiva, mentre l’altra la interpreta come incremento della capacità offensiva. Il risultato è una spirale in cui prudenza e contenimento tendono a somigliarsi.
La questione centrale è quindi se le richieste di rallentare lo sviluppo delle IA siano motivate principalmente dalla sicurezza, oppure se rappresentino anche uno strumento per mantenere un vantaggio strategico.
I colli di bottiglia delle IA come terreno minato
La sfida tra Usa e Cina riguarda il controllo dei punti in cui l’ecosistema dell’IA diventa raro, costoso e difficilmente sostituibile, tra semiconduttori avanzati, macchinari per produrli, memoria ad alta banda, grandi data center, energia, cloud, modelli di frontiera, talenti scientifici, pesi dei modelli e standard tecnici.
Il governo americano descrive apertamente questa competizione come una corsa alla leadership globale. L’AI Action Plan della Casa Bianca afferma che il Paese con l’ecosistema di IA più grande avrà la capacità di definire gli standard mondiali e raccogliere vantaggi economici e militari. Il documento parla esplicitamente di dominio globale e paragona la competizione alla corsa allo spazio.
Nello stesso disegno rientra l’ordine esecutivo americano per il controllo sull’export delle IA. Washington punta a fornire agli alleati pacchetti integrati composti da chip, server, infrastrutture cloud, modelli, software, applicazioni e standard. La tecnologia diventa così infrastruttura di alleanza nella quale scegliere un ecosistema di IA significa scegliere una serie di dipendenze industriali, commerciali e normative.
Sul versante opposto, il programma cinese “AI+” del Consiglio di Stato fissa obiettivi di penetrazione dell’IA nell’economia, nell’industria, nei servizi pubblici e nella società, con una forte enfasi sulla costruzione di infrastrutture nazionali, applicazioni industriali e cooperazione internazionale.
Pechino dà una dimensione alla crescita delle IA, puntando a una diffusione superiore al 70% delle IA e degli agenti entro il 2027 e oltre il 90% entro il 2030.
La Global AI Governance Initiative del ministero degli Esteri cinese propone contemporaneamente una governance aperta, multilaterale e fondata sulla partecipazione di tutti i Paesi.
Ridotte all’essenziale, le ambizioni cinesi sono le medesime di quelle americane. Chi costruisce l’ecosistema più vasto ottiene influenza sugli standard, sulle dipendenze industriali e sulle scelte dei Paesi terzi. E, sempre riducendo all’essenziale, le crescenti restrizioni americane sui chip hanno condotto a maggiori controlli sull’export di chip avanzati ma anche di apparecchiature e strumenti software. Una mossa strategica chiara e mirata al mantenimento di un vantaggio tecnologico agendo sui colli di bottiglia della filiera delle IA.
Le somiglianze con la corsa agli armamenti
Se, durante la guerra fredda tra Usa e Urss, il tema principale era la guerra agli armamenti, oggi cambiano gli attori e lo scenario, ma non il significato profondo, perché l’IA offre una versione quasi totalmente sovrapponibile alle capacità belliche. Washington possiede vantaggi nei chip di punta, nel cloud, nei grandi laboratori, nell’accesso al capitale e in molte tecnologie necessarie alla fabbricazione dei semiconduttori.
Pechino possiede scala industriale, capacità manifatturiera, un enorme mercato interno, una vasta base di ricerca e una crescente presenza nei modelli aperti e nelle applicazioni.
Il ruolo di DeepSeek
DeepSeek, startup cinese che – a inizio del 2025 - ha lanciato il modello R1 ha in qualche modo sovvertito lo schema secondo cui l’America inventa e Pechino insegue, dimostrando che i modelli cinesi possono colmare il (presunto) divario di prestazioni con quelli americani, aspetto peraltro documentato dal rapporto AI Index 2026 di Stanford, nel quale emergono aspetti che meritano un approfondimento.
Il report sottolinea che gli Stati Uniti conservano un vantaggio nella produzione di modelli di punta e negli investimenti privati. Stanford ha calcolato (per il 2025) investimenti privati americani nell’IA pari a 285,9 miliardi di dollari, contro 12,4 miliardi della Cina, precisando che la cifra cinese cattura solo parzialmente il ruolo dei fondi pubblici e para-pubblici. Pechino surclassa gli Usa per volume di pubblicazioni scientifiche, citazioni, brevetti e installazioni di robot industriali.
Questo dato sposta la questione dalla supremazia alla resilienza. Una strategia basata soltanto sul vantaggio iniziale perde efficacia quando il concorrente sviluppa tecniche di ottimizzazione, modelli aperti, filiere alternative e capacità di sostituzione domestica.
DeepSeek ha frantumato questa barriera psicologica e ha mostrato a mercati e governi che una parte del vantaggio americano può essere limata grazie a software più efficiente e grazie a un uso più parsimonioso delle risorse di calcolo.
L’equazione della supremazia tecnologica è difficile da risolvere perché difficile da scrivere, giacché i termini cambiano in continuazione e, pure assumendo valori specifici, hanno un peso sul risultato.
Un nuovo termine, per esempio, è il possibile approdo di DeepSeek alla borsa di Shangai che può aumentare i capitali privati su cui può puntare la startup cinese, con ricadute sulla ricerca e sulla politica industriale necessarie alla creazione di un ecosistema capace di sovvertire la corsa all’egemonia sulle IA che sarà sempre più edificata e misurata sul rapporto tra frontiera e diffusione.
In altre parole, c’è una differenza tra chi possiede il modello IA più potente e chi riesce a incorporare le IA in più fabbriche, robot, servizi, prodotti e infrastrutture. Oggi Washington sembra primeggiare nella corsa all’IA più potente, mentre Pechino vince sugli altri fronti.
Le accuse di distillazione sono segnali di nervosismo
Lo scorso 8 settembre 2026 la National Security Agency (NSA), l'agenzia statunitense responsabile dell'intelligence elettronica e della sicurezza delle comunicazioni, ha pubblicato insieme al Federal Bureau of Investigation (FBI) e alla Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (CISA), l'ente federale che si occupa della protezione delle infrastrutture critiche e della cybersicurezza, un comunicato congiunto sulla distillazione dei modelli IA, accusando alcune aziende cinesi di praticarla su scala industriale attraverso campagne coordinate.
La distillazione è una tecnica con cui un modello apprende capacità da un altro modello attraverso grandi quantità di esempi e risposte. In ambito commerciale è una tecnica diffusa. Nella lettura delle agenzie statunitensi diventa un problema di sicurezza quando viene usata per estrarre sistematicamente capacità proprietarie e trasferirle a sistemi sviluppati da aziende cinesi. La NSA lega direttamente la distillazione alla capacità della Cina di ridurre il divario tecnologico e alla possibile applicazione delle capacità in campo militare e cyber.
Anche in questo caso, Anthropic ha fatto sentire la propria voce, pubblicando accuse ancora più dettagliate indicando campagne attribuite a DeepSeek, Moonshot, Alibaba e altri soggetti.
La questione geopolitica supera la singola contestazione tecnica. La conoscenza algoritmica diventa una risorsa strategica utile per ricerca, industria e servizi e, nel medesimo tempo, trasferibile verso cyber intelligence, sorveglianza, guerra elettronica e sistemi autonomi.
Le aziende private diventano attori geopolitici
Nel corso della guerra fredda primigenia, era lo Stato a controllare missili, testate e apparati industriali. Nell’IA una quota decisiva del potere appartiene a imprese private che gestiscono modelli, data center, interfacce di programmazione e condizioni di accesso.
Anthropic, per esempio, ha imposto restrizioni commerciali alle aziende IA vicine a Stati invisi, citando la Cina fra i casi con implicazioni di sicurezza nazionale. Una modifica ai termini di servizio può quindi produrre effetti geopolitici, una scelta sull’accesso a un modello può funzionare come una sanzione e una politica sui chip può trasformare una catena di fornitura in uno strumento diplomatico.
È uno degli elementi che distingue profondamente questa fase dalla guerra fredda canonica. Anthropic, OpenAI, Google, Microsoft, Nvidia, Alibaba, Huawei, Tencent e i principali laboratori cinesi svolgono una funzione che attraversa simultaneamente mercato, sicurezza nazionale e politica estera. Una parte della capacità strategica dei due Paesi risiede dunque dentro società commerciali.
Anche le regole diventano un’arma geopolitica
La competizione tra Stati Uniti e Cina passa anche attraverso due concezioni diverse della regolamentazione delle IA. Washington ha scelto di alleggerire i vincoli interni alla crescita delle aziende americane e di concentrare la pressione normativa sui punti in cui le IA diventano una risorsa strategica internazionale.
La Cina percorre una strada differente. Le Interim Measures for Generative Artificial Intelligence Services inseriscono già dal 2023 l’IA generativa dentro un sistema di supervisione preventiva che comprende sicurezza nazionale, tutela dei dati, proprietà intellettuale, registrazione degli algoritmi e conformità dei contenuti ai valori fondamentali dello Stato.
A questo impianto si sono aggiunte le regole sulla sintesi profonda, gli obblighi di registrazione degli algoritmi e dal 2025 le norme sull’identificazione dei contenuti generati artificialmente, basate su marcature visibili e metadati tecnici.
Anche le normative attuali rispecchiano le già citate impalcature geopolitiche. Gli Stati Uniti cercano di massimizzare la velocità d’innovazione, la raccolta di capitale privato e la diffusione internazionale del modus operandi americano (con poche regole), la Cina punta sulla diffusione industriale dell’IA dentro un ambiente tecnologico sottoposto a sovranità politica, controllo dei contenuti, tracciabilità e supervisione amministrativa.
E l'Europa? In breve, cos'è l'AI Act
Al momento non esiste una normativa globale capace di imporre il rallentamento dello sviluppo dell'intelligenza artificiale proposto da Dario Amodei. L'esempio più vicino è l'AI Act europeo (Regolamento UE 2024/1689), spesso criticato da una parte dell'industria tecnologica perché introduce obblighi e controlli che, secondo i detrattori, potrebbero ridurre la competitività delle imprese europee.
L'AI Act non limita direttamente la velocità con cui vengono sviluppati i modelli, ma impone regole proporzionate al rischio che possono rappresentare. I sistemi di IA vengono classificati in quattro categorie, vale a dire rischio minimo, limitato, alto e inaccettabile. Le applicazioni considerate inaccettabili sono vietate, mentre quelle ad alto rischio devono rispettare obblighi specifici in materia di trasparenza, gestione dei rischi e supervisione umana. La normativa introduce inoltre requisiti dedicati ai modelli di uso generale (GPAI, General Purpose AI), categoria che comprende anche i grandi modelli linguistici.
Le sanzioni previste dall'articolo 99 possono raggiungere i 35 milioni di euro o il 7% del fatturato mondiale annuo nei casi più gravi, e fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato per altre violazioni.
A fine luglio 2026 il regolamento Digital Omnibus ha rinviato alcune delle disposizioni più onerose relative ai sistemi ad alto rischio, spostandone l'applicazione tra la fine del 2027 e il 2028. La decisione è arrivata dopo le pressioni di molte aziende del settore, che sostenevano di non avere ancora a disposizione tutti gli standard tecnici necessari per adeguarsi. Restano invece in vigore gli obblighi di trasparenza e il regime sanzionatorio previsti dall'AI Act.
In altre parole, l'Europa ha già scelto la strada della regolamentazione preventiva dell'IA, ma il quadro normativo è ancora in evoluzione e alcune delle misure più impegnative sono state rinviate.
L’obiettivo non scritto
La regolamentazione diventa così parte della nuova guerra fredda proprio perché serve a costruire recinti tecnologici. Decide quali chip possono attraversare una frontiera, quali modelli possono essere distribuiti, quali dati possono alimentarli, quali contenuti possono produrre e quali standard verranno adottati dai Paesi terzi. La sfida riguarda anche un livello più profondo della semplice superiorità tecnico-tecnologica. Stati Uniti e Cina competono per trasformare le proprie regole nell’infrastruttura normativa dell’IA globale e l’Europa non può essere da meno.
Chi riuscirà in questo obiettivo avrà conquistato qualcosa di più duraturo del primato in una classifica di misuratori di prestazioni dei modelli IA, perché avrà contribuito a definire le condizioni alle quali il resto del mondo potrà sviluppare, acquistare e utilizzare l’intelligenza artificiale e, di conseguenza, quali Paesi rimarranno isolati o distanti dalla corsa alle IA.