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Cinque ore su una barella in ambulanza, la direzione: “L’ospedale di Torrette sotto stress per il caldo. Turni massacranti, medici super”

July 23, 2026

Sopra, l’ambulanza della Croce Gialla parcheggiata all’ingresso con il paziente

Sopra, l’ambulanza della Croce Gialla parcheggiata all’ingresso con il paziente

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Ancona, 22 luglio 2026 – Quasi cinque ore su una barella, dentro un’ambulanza in sosta davanti al pronto soccorso. È quanto accaduto martedì sera a Torrette a un paziente con una sospetta frattura di bacino: l’equipaggio della Croce Gialla di Ancona che lo trasportava è arrivato in ospedale alle 18.40 e ha potuto completare la consegna e ripartire alle 23.30. In quel momento, al triage, non risultavano barelle libere su cui trasferirlo: il paziente è rimasto così sulla barella del mezzo di soccorso, assistito dai volontari, in attesa che se ne liberasse una. Una serata lunga anche in sala d’attesa, dove non è mancato qualche momento di malumore. Dalla Croce Gialla rilevano che non vi è nessuna accusa al personale sanitario operante al Pronto Soccorso. Sull’accaduto abbiamo interpellato la direzione dell’Azienda ospedaliero-universitaria, che inquadra l’episodio in una giornata di afflusso eccezionale per un ospedale che serve un’area molto vasta come quella che gravita su Torrette: i casi complessi di tutta la regione, insieme ai pazienti della città più grande delle Marche. È una difficoltà che può presentarsi nelle ore di massima pressione, quando gli arrivi superano i posti disponibili per l’accettazione.

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Cinque ore su una barella in ambulanza, la direzione del Torrette spiega che cosa è successo (foto d'archivio)

La direzione: “Torrette sotto stress per il caldo"

Partiamo dagli eventi di martedì sera, quando un’ambulanza della Croce Gialla è rimasta bloccata quasi cinque ore al pronto soccorso, con il paziente a bordo. Cosa è successo?

“L’afflusso in questo periodo è importante, anche a causa del caldo che ha comportato nell’ultimo periodo un aumento del 20% di malati: lunedì abbiamo avuto 202 accessi, martedì 172. Sono momenti di stress organizzativo. Quando il pronto soccorso è pieno, la capacità di risposta per i casi meno gravi è più lenta, i tempi per la gestione dei singoli pazienti si prolungano e questo può provocare anche un ritardo nell’accoglienza di chi arriva con l’ambulanza. Il pronto soccorso dell’ospedale regionale accoglie i pazienti più gravi delle Marche. Siamo il Dipartimento di Emergenza e Accettazione di secondo livello, il centro di riferimento per le patologie tempo-dipendenti: tutta la traumatologia più importante della regione viene qui. Ma non dimentichiamo che siamo anche l’ospedale di Ancona e dell’hinterland: 250mila abitanti che gravitano su questa struttura. I due scenari, regionale e locale, impattano sullo stesso pronto soccorso”.

Quali sono i periodi più critici?

“Essenzialmente due. Quello dell’epidemia influenzale, dove gli anziani vivono le complicazioni delle patologie croniche. E l’estate, quando aumentano due tipologie di pazienti: da un lato i traumi — abbiamo avuto nei fine settimana moltissimi codici ad elevata priorità —, dall’altro i pazienti cronici che soffrono molto il caldo e hanno bisogno di assistenza. I turni sono massacranti: i nostri infermieri e medici sono veramente da encomio quotidiano e si lavora a pieno organico anche durante le ferie. Un altro aspetto da considerare è che il filtro del territorio non è sempre adeguato. Molte persone vengono direttamente al pronto soccorso invece che contattare il medico di base. Una volta dentro, comunque, vieni preso in carico: i casi seri, i codici rossi e arancioni, hanno risposte immediate”.

Qual è il problema più grande che deve affrontare l’ospedale in campo emergenziale?

“Paradossalmente, l’uscita: completata la fase acuta, abbiamo grandissime difficoltà a trasferire i pazienti nei setting assistenziali più appropriati. Ne abbiamo mediamente una trentina al giorno in attesa di essere dimessi e trasferiti. Poco filtro all’ingresso, pazienti complessi e difficoltà in uscita. Siamo convinti che la riorganizzazione del territorio in corso, con le case e gli ospedali di comunità, ci darà una mano. Ci sono situazioni che inevitabilmente creano criticità, ma l’ospedale fa il massimo possibile per dare risposte a tutti: qui nessuno resta senza risposta”.

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