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A gennaio di quest’anno Marc Hofer, un giornalista ed esperto di cybersicurezza noto anche come NetAskari, ha trovato online una piattaforma di sorveglianza dei cittadini stranieri residenti o di passaggio in una città della Cina. La piattaforma si chiamava “Piattaforma di controllo dinamico per le persone straniere” e si presentava con una grafica pesante e di ispirazione futuristica, con sfondi blu e immagini 3D.
La piattaforma probabilmente serviva a controllare le persone straniere a Zhangjiakou, una città di oltre quattro milioni di abitanti nel nord della Cina, tra quelle che aveva ospitato le Olimpiadi invernali del 2022. Non è chiaro se sia mai stata usata nella versione trovata da Hofer, ma la cosa notevole è che non si limitava a mettere assieme i dati anagrafici, come è tutto sommato normale per uno strumento del genere.
Raccoglieva e catalogava anche le immagini prese dalle telecamere di sicurezza, le informazioni degli hotel, i sistemi di riconoscimento facciale, le prenotazioni di viaggio su treni e aerei, le visite in ospedale, i consumi di carburante, i pagamenti con certe app e altro. In pratica era una piattaforma per controllare in maniera sistematica movimenti e azioni delle persone interessate.
Hofer ha cercato il suo nome sulla piattaforma e l’ha trovato, assieme alla sua foto, al suo numero di passaporto e al suo numero di cellulare, tra le altre cose. A maggio tutta la piattaforma è stata messa offline, ma Hofer ne aveva scaricato il grosso dei dati.
A quel punto ha cominciato a condividere la sua scoperta con altri giornalisti internazionali. Sophia Yan del giornale britannico Telegraph, per esempio, ha trovato anche il suo nome. Nel suo caso non c’erano soltanto le informazioni anagrafiche, ma anche centinaia di segnalazioni fatte dai sistemi di riconoscimento facciale usati dalle telecamere di sorveglianza. In pratica, quando Yan passava davanti a una telecamera (o ad alcuni tipi di telecamere), il sistema la riconosceva e segnalava la sua presenza.
C’era anche un grafico di tutte le relazioni, che mostrava le persone che per qualche ragione avevano interagito con Yan: magari perché la telecamera li aveva riconosciuti nella stessa inquadratura, o perché avevano preso lo stesso treno. Hofer ha condiviso le sue informazioni anche con altri media. Il New York Times ha trovato nel database un altro dei suoi giornalisti.
Il New York Times ha anche verificato il modo in cui la piattaforma ha monitorato gli spostamenti di una donna mongola, con segnalazioni più volte al giorno: prima entra in un supermercato, poi esce, poi va al ristorante, poi passeggia per un complesso residenziale, e così via.
Molte delle informazioni arrivano dalle immagini delle telecamere di sicurezza, che in Cina sono tantissime e hanno una copertura praticamente capillare di tutto il paese, comprese le zone rurali: si stima siano 700 milioni.
Non è chiaro precisamente che cosa sia la piattaforma trovata da Hofer. Lui ha raccontato di averla scoperta durante uno dei suoi giri dei siti governativi cinesi, e di averne avuto l’accesso perché le credenziali di accesso erano già precompilate. Tra gli utenti registrati c’erano alcune stazioni di polizia di Zhangjiakou, e quindi è probabile che la piattaforma fosse uno strumento pensato per la polizia locale.
È molto probabile che quella versione della piattaforma non sia mai stata utilizzata: lo stesso Hofer l’ha defininita una demo, cioè un sistema dimostrativo creato da un’azienda privata per mostrare alla polizia le proprie capacità e farle comprare il prodotto finale. Lo si desume anche dal fatto che molti dei dati inseriti nel sistema erano veri e presi probabilmente da database reali, ma molti altri erano parziali o servivano per ragioni dimostrative.
In Cina il mercato della sorveglianza è estremamente sviluppato, e molte aziende private creano dei prodotti come questo da sottoporre agli uffici di polizia e alle amministrazioni locali per l’acquisto. Il New York Times ha ricollegato la piattaforma a Origin Dynamic, un’azienda di Pechino che vende sistemi di sorveglianza e altri strumenti alle forze di polizia cinesi.
Con ogni probabilità, questa è soltanto una delle moltissime piattaforme del genere utilizzate in Cina. Il sistema è peraltro un po’ datato (è stato realizzato nel 2021) e fa riferimento a una città minore della Cina. Ciò che ha interessato i ricercatori non è tanto la sua esistenza, ma il modo olistico in cui riesce a raccogliere dati da fonti diverse e a renderli facilmente ricercabili.
Un sistema che integra in modo indiscriminato e permanente tutti questi dati avrebbe nell’Unione Europea limiti legali molto più forti, perché la protezione della privacy è molto più avanzata e vengono imposti grossi limiti alla sorveglianza e a pratiche come il riconoscimento facciale. Anche le forze di polizia europee possono incrociare banche dati e in alcuni casi usare il riconoscimento facciale, ma non in maniera così indiscriminata, e sempre con basi e garanzie legali molto specifiche.
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