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«A casa o vi stuprano»: i falsi allarmi nelle chat degli studenti scatenano il panico tra giovani e famiglie

October 21, 2026

Dopo i veri disordini, i falsi allarmi. Vocali concitati e testi sgrammaticati, voci infondate spacciate per verità assolute, risposte di pancia e condivisioni a raffica. Tutte bufale smentite dalle forze dell’ordine, ma capaci di alimentare la psicosi, scatenando il panico tra i ragazzi e soprattutto tra le ragazze. Se in Lombardia le chat hanno sparso il timore di assalti e pestaggi, in Veneto le fake news hanno viralizzato il terrore di stupri. Per tutta la giornata le finte segnalazioni si sono moltiplicate da Verona a Treviso, finché l’inoltro degli avvertimenti sui social è diventato così ampio da diluire i confini provinciali in un’inquietudine territorialmente indistinta, che in serata ha indotto il presidente Alberto Stefani a lanciare un appello ai giovani: «Alzate la voce e non fatevi assimilare a questa feccia».

«Ragazze, restate a casa: girano voci di un gruppo per stupri»

È pressoché impossibile risalire al “messaggio zero” da cui è scaturito il pandemonio che ha allarmato famiglie e scuole. Ma le reazioni sono state all’insegna di “suggerimenti” come questo, circolato negli istituti superiori di Verona: «Allora il mio consiglio per voi ragazze ora non so quante siete, è di restare a casa almeno domani. Porteranno pistole e bombe carta in piazza davanti all’Enaip e al Bolisani/Bentegodi, noi stiamo provando a mobilitarci per fermarli ma sono tanti, girano voci anche di un gruppo per stupri». Una studentessa ha fatto capire di poter “confermare” la diceria: «Mi ha scritto una mia amica e mi fa che c'è un gruppo di 50 marocchini che gira attorno a scuola nostra e al Montanari con manganelli e aspettano noi ragazze per stuprarci». L’orrore e la superficialità: «Domani vogliono organizzare uno stupro di massa di ogni ragazza che si trova in giro in città». Simili i toni a Treviso, dove nei gruppi scolastici sono arrivati avvertimenti immotivati come questo: «Domani vogliono andare a stuprare al Mazzotti e al Canova». Risposta desolante: «Sì lo so. E al Besta».

Anna Durigon, preside del Mazzotti, ha provato a rasserenare i genitori: «La nostra scuola è sicura. Ma se hanno dubbi riguardo la sicurezza dei loro figli che per arrivare in classe devono prendere più mezzi e hanno un percorso più lungo da fare, che li tengano a casa se lo ritengono giusto». Alessandro Gianesini, presidente del Coordinamento regionale delle Consulte provinciali degli studenti, ha però invitato tutti a non cedere: «Anche se dietro ci fossero solo dei “leoni da tastiera”, è un fatto gravissimo: immagini simili possono provocare ansia e paura di andare a scuola in un’intera generazione. I responsabili devono essere individuati e risponderne davanti alla legge. Chiediamo a tutti di non inoltrare questi contenuti, nemmeno per avvisare, e di uscire e segnalare i gruppi in cui si è stati aggiunti. Se nei messaggi compare il proprio nome o quello di una compagna, non va ignorato: è una minaccia diretta e va segnalata subito alla Polizia».

La reazione della politica

Trasversale la condanna della politica regionale. Ha dichiarato il governatore Stefani (Lega): «Quelle che circolano sulle chat di migliaia di studenti veneti sono minacce alla libertà e alla sicurezza delle donne. Respingiamole con rabbia, senza distinguo o esitazioni. Che si tratti di una minaccia concreta o di una provocazione, siamo davanti a un fatto di estrema gravità. Perché il risultato è lo stesso: ragazze terrorizzate e famiglie gettate nell'angoscia. E questo è inaccettabile». Ha parlato di «vile strategia della tensione» il capogruppo Giovanni Manildo (Partito Democratico) con le consigliere Chiara Luisetto e Monica Sambo: «Dobbiamo stroncare con la massima decisione la rete di burattinai del male che cercano di iniettare paura tra i giovani e le loro famiglie, con la evidente volontà di soffiare sul fuoco del caos». Il vicepresidente Francesco Rucco (Fratelli d’Italia) ha auspicato che le famiglie non si voltino dall’altra parte: «Educare significa anche saper dire di no, imporre regole, pretendere rispetto e insegnare ai propri figli ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni. La scuola ha certamente un ruolo fondamentale, ma non può essere lasciata sola a rimediare alle mancanze educative di un’intera società». Per il senatore Antonio De Poli (Unione di Centro) anche il Parlamento deve dare un segnale chiaro: «Chiedo a tutte le forze politiche di accelerare l’iter legislativo sulla regolamentazione dei social media».