Elephants

“Crisi idrica, il ripetersi di quanto visto nel 2022 non era

August 25, 2026

TRENTO. “Questa è l'annata che non potremo dimenticare”. Erano state queste la parole del presidente della federazione provinciale dei Consorzi irrigui, Mauro Capra, nel tracciare un bilancio della difficile estate 2026 sul fronte della crisi idrica in Trentino. Una stagione caratterizzata da altissime temperature e da scarse precipitazioni, determinando una situazione “critica” sul territorio provinciale, aveva spiegato Capra, di fronte alla quale “non è più possibile far finta di niente”. Tra ordinanze a livello comunale e richieste di maggiori rilasci dalla pianura, il paragone che spesso si è sentito tra gli addetti ai lavori è stato con l'annus horribilis 2022, un'annata che per certi versi rappresenta uno spartiacque sul fronte dell'emergenza idrica – un po' come il 2003 ha rappresentato uno spartiacque per quanto riguarda l'aumento delle temperature.

E proprio nel solco del paragone tra le due crisi legate alla disponibilità d'acqua – nel 2022 e 2026 – si inserisce un'interrogazione sul tema presentata dalla consigliera provinciale del Partito Democratico Michela Calzà, che chiede alla Giunta Provinciale quali studi e quale programmazione” siano stati portati avanti negli ultimi quattro anni per “conoscere e tutelare le risorse idriche del Trentino”. Ma procediamo con ordine.

Citando un rapporto Ispat pubblicato nel marzo dello scorso anno (“Utilizzo dell'acqua in Trentino”), la consigliera mette innanzitutto in luce un dato relativo ai consumi: “Il sistema idropotabile trentino richiede il prelievo di una quantità d'acqua per abitante nettamente superiore alla media nazionale. In un contesto nel quale la disponibilità naturale della risorsa è destinata a diventare più variabile, conoscere l'evoluzione delle sorgenti e degli acquiferi e programmare gli interventi necessari rappresenta quindi una condizione essenziale per garantire nel tempo l'approvvigionamento umano”.

Già negli scorsi anni, gli esperti dell'Agenzia provinciale per la protezione dell'ambiente aveva specificato come le proiezioni climatiche indichino, tra il 2035 e il 2065, un calo di circa il 30% dei totali annui di precipitazioni. Una situazione che, unita alla minor presenza di neve in montagna e a una maggior rapidità di fusione delle riserve nivali, porterebbe a un rischio di “significative riduzioni dei deflussi naturali” nel bacino dell'Adige durante i mesi estivi. Una problematica che, in parte, si è osservata proprio negli ultimi mesi in buona parte del nord del Paese – con preoccupazioni in particolare per il comparto agricolo in pianura.

“La crisi idrica dell'estate 2026 – continua infatti Calzà – ha nuovamente evidenziato, anche con riferimento al solo uso umano, due questioni distinte ma strettamente connesse. La prima, diventata ormai un'emergenza primaria, riguarda la disponibilità della risorsa a partire dagli acquiferi che alimentano le derivazioni potabili, tenuto comunque conto dei prelievi potabili da corpi idrici superficiali o dai loro subalvei e conseguentemente la disponibilità delle conseguenti portate derivabili nel tempo. La seconda riguarda la capacità di distribuire efficacemente l'acqua disponibile (se, appunto, ormai disponibile) che dipende dallo stato delle reti, dalle perdite, dalle capacità dei serbatoi e dall'interconnessione fra gli acquedotti”. Il focus dell'interrogazione è però legato al primo profilo: “La carente conoscenza della risorsa idrica sotterranea e superficiale, la sua evoluzione in relazione al cambiamento climatico e le attività di prevenzione e programmazione di competenza provinciale”.

La crisi attuale infatti, ribadisce Calzà, non costituisce un evento privo di precedenti: “Già nel 2022 il Trentino aveva attraversato una grave fase di siccità, preceduta da un inverno povero di neve e da lunghi periodi senza precipitazioni. Secondo l'analisi annuale di Meteotrentino, alla stazione di Trento Laste furono registrati 42 giorni consecutivi senza precipitazioni tra il 16 febbraio e il 29 marzo. L'anno si concluse con 727,2 millimetri di pioggia, il 26,6% in meno rispetto alla media del periodo 1991-2020, e con una temperatura media di 14,4 gradi, la più elevata della serie iniziata nel 1921”. E le conseguenze, naturalmente, riguardarono anche l'approvvigionamento idropotabile.

“Nel maggio 2022 – continua la consigliera dem – a Storo come in tanti altri comuni trentini, si dovette ricorrere alle autobotti per alimentare vasche rimaste vuote. In altrettanti comuni furono chiuse fontane, limitati gli usi non essenziali dell'acqua potabile e disposte interruzioni notturne dell'erogazione. Il 23 giugno 2022 la Provincia inviò a tutti i sindaci una comunicazione contenente le misure da adottare per fronteggiare la situazione. Tra queste figuravano la limitazione delle fontane pubbliche e degli usi urbani non essenziali, la riduzione delle pressioni degli acquedotti e il razionamento nelle ore notturne. La Provincia chiese inoltre ai Comuni e ai gestori di rilevare puntualmente i dati sulle portate degli acquedotti, al fine di consentire un monitoraggio su scala provinciale. Quella richiesta avrebbe dovuto rappresentare il punto di partenza per costruire un quadro conoscitivo aggiornato, individuare gli approvvigionamenti maggiormente vulnerabili e programmare gli interventi necessari. Occorre pertanto chiarire quali dati siano stati effettivamente raccolti, come siano stati elaborati e quali decisioni siano state assunte dalla Giunta provinciale negli anni successivi. Tutto il lavoro sviluppato in quell'anno per fronteggiare i problemi contingenti e futuri che fine ha fatto?”.

Per verificare lo stato dell'arte sul tema il Dolomiti ha contattato gli uffici dell'assessora provinciale al demanio idrico, Giulia Zanotelli, che hanno riferito che l'assessora è attualmente in ferie.

“A quattro anni di distanza – si legge ancora nell'interrogazione – la crisi del 2026, con i citati problemi di carenze diffuse a partire dai sistemi acquiferi, ha imposto nuovamente la gestione di emergenze plurime, ordinanze comunali, limitazioni dei consumi e, in diverse località, il rifornimento delle vasche tramite autobotti. La Provincia ha definito tali situazioni localizzate. La loro diffusione dimostra tuttavia che una parte dei sistemi di approvvigionamento idropotabile non è in grado di compensare la riduzione delle portate delle sorgenti e i periodi prolungati di scarsità. Il ripetersi nel 2026 di criticità già sperimentate nel 2022 impone di verificare se la Provincia abbia trasformato le evidenze della precedente crisi in studi, monitoraggi e interventi di prevenzione oppure se la gestione della carenza idrica sia rimasta prevalentemente affidata a provvedimenti adottati in emergenza dai singoli Comuni”.

Per conoscere la reale disponibilità di acqua infatti, non è sufficiente censire il numero delle sorgenti e dei pozzi esistenti, precisa Calzà: “Occorre ricostruire le strutture e il funzionamento dei diversi sistemi acquiferi presenti in Trentino, le rispettive aree e modalità di ricarica, i tempi di risposta alle precipitazioni, l'andamento stagionale e pluriennale delle portate, nonché la loro vulnerabilità rispetto a periodi siccitosi più lunghi e frequenti”. Approfondimenti particolarmente importanti in un territorio, come quello trentino, che presenza condizioni idrogeologiche molto diverse: “Sistemi acquiferi liberi e profondi nei depositi alluvionali dei vari fondovalle, sistemi acquiferi dei corpi carsici, prevalenti in Trentino e fratturati. Tale complessità non consente di indicare genericamente la ricarica controllata degli acquiferi come soluzione alla scarsità idrica. Interventi di questo tipo possono essere efficacemente valutati soprattutto negli acquiferi liberi dei fondovalle, dopo aver verificato l’idoneità geologica, idrogeologica e qualitativa dei siti eccetera. Nei sistemi carsici e fratturati di montagna il funzionamento, le tecniche impiegabili ed i costi rendono questi interventi molto più complessi e di efficacia limitata. La priorità per il Trentino è quindi conoscere dove e in quali condizioni si trova la risorsa, come si alimentano i diversi acquiferi, quali sorgenti stanno mostrando riduzioni strutturali delle portate e quali territori risultano maggiormente vulnerabili alla carenza”.

E solo sulla base di questi dati è poi possibile, successivamente, individuare gli interventi appropriati. “Il Piano generale di utilizzazione delle acque pubbliche – scrive la consigliera del Pd – riconosce l’importanza di individuare e tutelare le aree di ricarica dei principali acquiferi e di mantenere l’equilibrio tra i prelievi e la capacità di alimentazione naturale. La Carta delle risorse idriche individua le aree di salvaguardia di sorgenti e pozzi, mentre il Catasto provinciale raccoglie informazioni su oltre 10.000 sorgenti. La stessa Provincia avverte tuttavia che la precisione, l’affidabilità e il grado di aggiornamento dei dati presenti nel catasto risultano eterogenei. Non risulta chiaro se tali strumenti siano accompagnati anche da una Carta idrogeologica provinciale dei vari sistemi acquiferi da mantenere poi costantemente aggiornata e sufficientemente dettagliata, capace di diventare una reale base scientifica utile appunto ad individuare e conseguentemente rappresentare i principali sistemi acquiferi, le loro aree di alimentazione e vulnerabilità e l’evoluzione attesa della disponibilità idrica in relazione al cambiamento climatico”.

Un quadro che dovrebbe essere sviluppato con il coinvolgimento di tutti gli enti scientifici del caso, dice Calzà, con l'obiettivo di stabilire una base per individuare gli scenari territoriali di scarsità idropotabile e integrarli nella pianificazione provinciale e comunale di protezione civile – che non potrà più riguardare solo gli eventi legati a un eccesso improvviso d'acqua, ma anche il loro contrario.

Nel 2026 – continua la consigliera – le due Province autonome hanno affrontato la crisi con strumenti differenti. In Provincia di Bolzano, la Commissione per l'emergenza idrica ha valutato l'evoluzione della situazione idrologica e proposto un pacchetto coordinato di misure. Il presidente della Provincia di Bolzano ha introdotto disposizioni rivolte agli usi civili, pubblici, turistici, agricoli e idroelettrici, prevedendo anche controlli più rigorosi sulle derivazioni e sul rispetto dei deflussi minimi vitali. In Trentino, invece, le limitazioni vincolanti all'utilizzo dell'acqua potabile sono rimaste prevalentemente affidate ai singoli Comuni. La Giunta provinciale è intervenuta il 7 agosto soprattutto sulla possibilità di rimodulare temporaneamente il deflusso minimo vitale per gli usi irrigui, accompagnando tale misura con inviti generali al risparmio. Il sistema provinciale della protezione civile è stato poi chiamato a intervenire per fronteggiare le situazioni più critiche, anche attraverso il rifornimento con autobotti delle vasche di accumulo rimaste prive d'acqua. Si è trattato di interventi necessari per garantire la continuità di un servizio essenziale, ma adottati quando la carenza idrica si era già manifestata”.

Il problema, conclude Calzà, è che il ripetersi di situazioni analoghe a quelle registrate nel 2022: “Non poteva essere considerato imprevedibile e avrebbe dovuto indurre la Provincia a predisporre per tempo studi, scenari di rischio, sistemi di monitoraggio e misure preventive. Il sistema di Protezione civile provinciale deve poter intervenire all'emergenza, ma non può essere chiamato a compensare, attraverso misure contingenti, l'assenza di una conoscenza aggiornata della disponibilità idrica e di una programmazione capace di anticiparne le criticità. Questa differenza rende necessario chiarire se il Trentino disponga di una struttura permanente e interdisciplinare per valutare la scarsità idrica, definire soglie condivise e coordinare conoscenza idrogeologica, prevenzione, pianificazione e gestione dei diversi usi dell'acqua. La crisi del 2022 aveva già fornito segnali sufficientemente chiari. Il loro ripetersi nel 2026 non può essere affrontato come un nuovo evento eccezionale fine a se stesso. Occorre comprendere quali valutazioni la Giunta abbia compiuto negli ultimi quattro anni, quali competenze tecniche abbia coinvolto, quali risorse abbia destinato agli studi e quali interventi abbia concretamente realizzato per prevenire il ripetersi delle medesime criticità”.

Ecco, dunque, di seguito le domande precise rivolte alla Giunta:

- Quali dati siano stati raccolti a seguito della crisi del 2022 e della richiesta provinciale rivolta ai Comuni e ai gestori di rilevare le portate degli acquedotti; come tali dati siano stati elaborati e quali criticità siano state individuate con riferimento alla riduzione delle portate delle sorgenti, alla vulnerabilità degli approvvigionamenti idropotabili e ai territori maggiormente esposti. Sono mai stati prodotti elaborati in merito ancorché non ufficializzati?

- Quali studi, indagini e attività di monitoraggio sulla disponibilità idrica e sul funzionamento dei principali sistemi acquiferi siano stati affidati, finanziati o realizzati tra il 2022 e il 2026; con quali risorse, attraverso quali strutture provinciali e con quali risultati; nonché quali interventi di prevenzione siano stati programmati e concretamente attuati sulla base delle risultanze acquisite;

- Se la Provincia disponga di una Carta idrogeologica sufficientemente dettagliata, comprensiva degli acquiferi porosi dei fondovalle, dei sistemi carsici, degli acquiferi fratturati e delle circolazioni profonde, che ne rappresenti le aree e i meccanismi di alimentazione, la vulnerabilità, i tempi di risposta e gli scenari connessi al cambiamento climatico; in caso contrario, se intenda predisporla, con quale ruolo del Servizio geologico provinciale, con quali risorse e secondo quale cronoprogramma;

- Se e in quale modo le conoscenze idrogeologiche e gli scenari di riduzione della disponibilità idropotabile siano stati integrati nella pianificazione provinciale di protezione.