La tendenza a sostituire i figli con gli animali è un fenomeno inarrestabile: secondo l’ultimo State of Pets se dovessero scegliere tra avere un figlio o un animale domestico, 4 persone su 10 opterebbero per il secondo, contro il 21% che sceglierebbe un figlio.
Tra Millennial e Gen Z il dato è netto: il 55% ammette di aver già preso in considerazione l’idea di costruire la propria vita intorno a un pet piuttosto che a un bambino, mentre l’83% dei proprietari di animali dichiara che il proprio cane o gatto è come un figlio. Un legame emotivo sempre più intenso, che rischia però di trasformarsi in una proiezione fuorviante se non accompagnato dalla consapevolezza delle reali esigenze degli animali, con ripercussioni sul loro benessere.
«Cani e gatti non sono bambini e non vanno trattati come tali, con bisogni, tempi e linguaggi propri che vanno conosciuti e rispettati per garantire loro un benessere autentico», spiega il dott. Vittorio Saettone, veterinario ed Head of R&D&QA di Schesir.
I nuovi legami
Negli ultimi anni il rapporto tra le generazioni più giovani e i propri animali domestici ha assunto contorni sempre più simili a quelli di una relazione genitoriale. Lo confermano i dati appena pubblicati dello “State of Pets 2026” di The Harris Poll, secondo cui nel 2026, ormai 4 persone su 10 scelgono gli animali domestici al posto dei figli, con il 55% di Millennial e Gen Z che ha già preso in considerazione l’idea di costruire la propria vita intorno a un pet piuttosto che a un bambino.
Tra le ragioni che spingono le persone a preferire un animale ci sono il non sentirsi nella fase di vita adatta (45%), la maggiore semplicità di gestione rispetto a un bambino (35%), il minore impatto economico (32%), la minore responsabilità richiesta (28%) e la scelta consapevole di restare senza figli (24%). Il fenomeno si riflette anche nelle scelte di vita più concrete: il 54% dei Millennial e dei Gen Z lascerebbe un’eredità al proprio animale se ne avesse la possibilità, mentre quasi la metà dei proprietari single (49%) dichiara di aver rinunciato alla ricerca di un partner, affidandosi alla compagnia del proprio pet.
Il report
A confermare che si tratta di una dinamica generazionale, e non solo economica, è anche il report 2026 sulla pet-parenthood generazionale di Rover, secondo cui il 66% della Gen Z considera il proprio animale un figlio a tutti gli effetti, e circa la metà tra Gen Z (51%) e Millennial (48%) lo vede come una sorta di “prova generale” prima di un figlio umano, contro appena il 28% dei Baby Boomer.
La stessa dinamica generazionale emerge anche guardando all’Italia: secondo una ricerca Ipsos per Changes Unipol sul rapporto tra italiani e animali domestici quasi 4 giovani su 10, il 37% dei Millennial e il 36% della Gen Z, ritengono che un animale domestico possa sostituire un figlio, contro appena il 13% dei Baby Boomer, a fronte di una media nazionale al 28%. È quanto emerge da un monitoraggio condotto dallo Schesir Respect My Nature Index su un ampio panel d’indagini e testate internazionali, coinvolgendo anche esperti del settore. Questa deriva affettiva nasconde però un lato d’ombra evidenziato dalla ricerca internazionale di psicologia animale e antrozoologia.
Umanizzare gli animali
Secondo una recente review pubblicata sulla rivista scientifica internazionale Animals, condotta da un team di veterinari di atenei come la UNAM e l’Università di Pisa, l’eccessiva umanizzazione degli animali da compagnia porta frequentemente a disturbi comportamentali come ansia da separazione, aggressività e forme di stress cronico.
Il motivo principale risiede nell’incapacità dei proprietari di interpretare i reali bisogni etologici e nutrizionali della specie, proiettando sull’animale bisogni, emozioni e aspettative umane.«Il rischio del pet parenting non è amare troppo il proprio animale, ma amarlo nel modo sbagliato, proiettandogli addosso aspettative ed esigenze che appartengono ad un essere umano e non a un cane o a un gatto», spiega il dott. Vittorio Saettone, veterinario ed Head of R&D&QA di Schesir, realtà italiana leader a livello globale nella nutrizione naturale per cani e gatti. «Rispettarli significa prima di tutto conoscerli: capire il loro linguaggio del corpo, i loro tempi e modi di socializzazione, le loro reali esigenze alimentari e comportamentali, che restano profondamente diverse da quelle di un bambino, per quanto affetto si possa provare. Condividere il pasto, offrire dolci o snacks pensati per il palato umano, o replicare un’alimentazione "di famiglia" senza tenere conto delle specifiche esigenze nutrizionali di cane e gatto, può generare nel tempo carenze, sovrappeso o vere e proprie patologie causate da alimentazione non corretta. Una nutrizione realmente rispettosa della specie parte dalle materie prime, dagli ingredienti e dal loro specifico equilibrio nutrizionale, non dalle abitudini a tavola di chi li adotta. Lo stesso vale sul piano comportamentale: un cane o un gatto a cui non viene lasciata libertà di esprimere i propri istinti, annusare, esplorare, socializzare con i propri simili, può sviluppare ansia, frustrazione o comportamenti compulsivi, esattamente come accade quando si ignorano i suoi reali bisogni alimentari».
Le regole
Ecco 5 regole per rispettare davvero la natura del proprio animale, secondo gli esperti dello Schesir Respect My Nature Index:
1. Osservare il linguaggio del corpo prima di proiettare emozioni umane: interpretare ogni comportamento del cane o del gatto come se fosse “umano” (un broncio, un dispetto, una vendetta) porta spesso a non riconoscere i reali segnali di disagio, stress o dolore che l’animale sta comunicando a modo suo.
2. Rispettare i tempi e gli spazi di socializzazione della specie: cani e gatti hanno bisogno di relazionarsi anche con i propri simili, non solo con gli esseri umani; isolarli in una dimensione esclusivamente “familiare” può generare ansia da separazione o comportamenti compulsivi.
3. Nutrire in base alle reali esigenze biologiche, non alle abitudini umane: condividere il pasto, i dolci o gli snack da tavola con il proprio pet, per quanto sia un gesto affettivo, non tiene conto delle profonde differenze nutrizionali tra le specie e può comprometterne la salute nel lungo periodo.
4. Non sostituire il parere di un professionista con le proprie impressioni: davanti a un cambiamento nel comportamento o nell’appetito dell’animale, è sempre bene rivolgersi a un veterinario o a un educatore cinofilo/felino, invece di interpretarlo unicamente attraverso la propria sensibilità di “genitore”.
5. Rispettare i tempi di movimento e le posture naturali dell’animale: tenere il pet in braccio, in marsupio o in passeggino per lunghi periodi, oppure imporgli manifestazioni di affetto tipicamente umane come abbracci prolungati, ne limita la libertà di movimento e può essere percepito come invasivo o stressante, invece che come un gesto d’amore.
Ultimo aggiornamento: venerdì 25 settembre 2026, 05:10
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