Da pistolero della movida a boss di Instagram. Ne ha fatta di strada l’“enfant prodige” della camorra flegrea. Ma è una scalata, quella di Giuseppe Troncone, spezzata dalle inchieste giudiziarie e tombata da condanne di assoluto spessore. Su tutte quella, recentissima, a venti anni di reclusione per la sua partecipazione con un ruolo apicale all'alleanza firmata dal clan che porta il suo stesso cognome e quello dei Frizziero di Chiaia. Anche da detenuto il rampollo della mala di Fuorigrotta ha però continuato a puntare al vertice. Ai gradi di boss, gli stessi del padre Vitale, grazie ai quali si è concesso il lusso di diventare giudice del tribunale della camorra.
Per lui, le sorti di Emanuele De Pasquale, sommerso da un debito di 39mila euro con le cosche di mezza Napoli, non avevano alcuna importanza. La volontà degli alleati di ucciderlo qualora non avesse restituito il denaro? Un capriccio. Anzi, «uno sfizio», come diceva, ignaro di essere intercettato, mentre discuteva in videochiamata all’Alta sicurezza nel carcere di Opera e scaricava, di fatto, l’ormai ex amico: «Lo possono anche uccidere».
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L’ascesa
Eccolo il profilo di Giuseppe Troncone. Ventotto anni, di cui quasi un terzo trascorso a fare capolino tra informative di polizia giudiziaria e ordinanze di custodia cautelare. Per lui il punto di non ritorno ha una data cerchiata in rosso: 18 novembre 2017. Baretti di San Pasquale, cuore pulsante della movida di Chiaia. È qui che la gang del figlio del boss di Fuorigrotta, dopo alcune schermaglie andate in scena nei giorni precedenti sui social, affronta una paranza arrivata da San Giovanni a Teduccio e legata a doppio filo al clan Formicola. Via Carlo Poerio diventa un inferno in terra e la situazione, ormai fuori controllo, precipitata quando Giuseppe tira fuori una pistola e spara nel mucchio. Le indagini fanno il loro corso, ma il rampollo, dopo l’iniziale condanna a 12 anni, se la cava in appello con soli due anni grazie all’assoluzione dell’accusa di tentato omicidio. Ritrovata la libertà, la sete di potere si fa implacabile. Nelle stagioni successive arrivano così le accuse di estorsione, lesioni e, infine, quella di associazione mafiosa per la quale ha già incassato in primo grado venti anni di carcere. Nel suo curriculum anche un’imputazione che ha il sapore amaro della beffa: il pestaggio di un uomo vicino al rivale clan Iadonisi, compiuto proprio insieme a Emanuele De Pasquale. L’amico rinnegato.
Il complice "scaricato"
Agli atti dell'inchiesta c’è un’intercettazione che scotta. È il 9 febbraio scorso quando Troncone jr, ristretto a Opera, effettua una calling via Instagram con i creditori di De Pasquale. Il giovane ras è implacabile: «Io mi voglio mettere a disposizione, nel senso di mandare a chiamare la famiglia… se loro vogliono farlo. Se poi dicono “no, lo sfizio nostro è che lo dobbiamo uccidere”, lo possono anche fare. A me non me ne frega». Una sentenza di morte, mai eseguita grazie alla decisione della vittima di iniziare, proprio in quei giorni, a collaborare con la giustizia. Ed De Pasquale, fresco di pentimento, a raccontare il 3 marzo ai pm della Dda il feroce pestaggio subito nel carcere di Siracusa: «Quella sera Troncone chiamò me, ma parlò con Ciro Coppola e Aniello Mosella, ai quali disse che mio padre e mio fratello non volevano saperne più nulla e i 6.450 euro erano tutto ciò che potevano dare». La spedizione punitiva fu immediata: «Si misero su di me, facendomi cadere nella doccia. Mi picchiarono con calci e pugni, ferendomi con una forbice. Poi avviarono una videochiamata tramite Instagram con Emanuele D’Agostino, Ciro Terracciano e Domenico Cacciapuoti. Mostrarono che io ero sanguinante e dissero “guardate qua cosa gli abbiamo combinato”». Uno spaccato criminale privo di qualsiasi codice d’onore.