Se ne sta scrivendo e se ne sta parlando tanto, sui giornali, sui social e in TV. Gli studenti protestano, in Europa e in Italia.
A Milano tutto è iniziato venerdì 16 ottobre, con picchetti e scioperi in diverse scuole della città e poi con un corteo che ha raccolto migliaia di persone. La protesta è continuata sabato 17, ma in serata è degenerata: dal corteo si sono staccati gruppi di giovani, spesso incappucciati, e sono scoppiati gli scontri con le forze dell’ordine. Secondo le ricostruzioni, i rappresentanti dei collettivi scolastici si erano già allontanati prima delle violenze. Turisti e passanti sono rimasti coinvolti nel caos. Come ci siamo arrivati?
Sarebbe troppo comodo ridurre tutto a un moto di rivolta contro il caro vita. Sarebbe troppo comodo ricondurre questo gesto alla voglia di emulare i manifestanti francesi, oppure dare la colpa ai «maranza», come ha fatto uno dei nostri ministri.
E sarà troppo semplice il modo in cui verranno strumentalizzati i disordini, da una parte e dall’altra. Sarà semplice il modo in cui ricorderemo la protesta, sarà semplice il modo in cui si farà passare qualche altro decreto di legge.
Ma in questa occasione i telefoni e i social ci sono d’aiuto. Ci sono d’aiuto i video. Perché, al di là di tutto quello che si potrà dire e che si dirà dopo, le immagini rimangono incontestabili, impressionanti. Come quelle in Galleria Vittorio Emanuele.
Prima le urla, poi una folla di ragazzini che scappano. Vestiti di scuro, bandiere e volti coperti. Dietro di loro, un gruppo di ragazzine. Dietro ancora, un gruppo di poliziotti in tenuta antisommossa. Corrono anche loro, caschi blu, scudi e manganelli, dietro quelli che potrebbero essere i loro figli e le loro figlie.
- Studenti, scontri in Belgio e 3mila in corteo a Milano
- Niente più gite a scuola? Cosa sta succedendo
- Maricarmen Abascal: proteste in Spagna per il diritto alla casa
Le ragioni della protesta? Proviamo a riassumerle qui.
La questione del tetto del 30%
Nel Consiglio dei ministri del 24 settembre è stato approvato il decreto scuola 170 (entrato in vigore il 1° ottobre). Dodici articoli e diverse novità: lotta al cyberbullismo e alla dispersione scolastica, rafforzamento dei servizi digitali, ma soprattutto misure per l’«integrazione» degli studenti stranieri e il divieto di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto: niente burqa e niqab in classe.
Una forma di integrazione particolare, fatta di un tetto massimo di “stranieri”. Per le classi prime, il decreto stabilisce che gli alunni con cittadinanza non italiana non possano superare il 30% della classe. Nella scuola primaria, il limite riguarda chi non è nato in Italia oppure non ha frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Nelle scuole medie e superiori, riguarda invece chi non ha frequentato con esito positivo per almeno tre anni il sistema nazionale di istruzione.
Le nuove regole sulla composizione delle classi si applicheranno dall’anno scolastico 2027/28.
Il caro vita
È impossibile che la tastiera stia al passo con quello che accade. E così, mentre sono seduto a battere sui tasti quello che è già successo, il futuro è sempre più sfaccettato, complesso e stratificato di quanto si potrà mai scriverne.
Le manifestazioni di venerdì non hanno fatto in tempo a finire che subito ne sono seguite altre, sabato 17 ottobre. Questa volta per il caro vita. Cioè, il rialzo generale dei prezzi e, particolarmente, dei prezzi dei beni e dei servizi necessari nella vita quotidiana: carburante e trasporti, bollette di luce e gas, affitti o spese legate alla casa, prodotti e servizi di uso comune.
Del carburante ce ne siamo accorti tutti. La guerra tra Stati Uniti e Iran e i rischi per la navigazione nello Stretto di Hormuz alimentano l’incertezza sui mercati energetici. A questa si aggiungono le tensioni nell’area di Bab el-Mandeb, il corridoio marittimo che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. Non ha la stessa importanza strategica dello stretto nel Golfo Persico, ma di certo non abbasserà il prezzo della benzina. Anzi.
Più strisciante, invece, è l’aumento degli altri beni. E ce ne si accorge solo quando è ormai troppo tardi. Quando la spesa per una famiglia di quattro persone costa centotrenta euro invece che cento. Mia madre, scherzando, dice che la Lidl è diventata la nuova Esselunga. Quando le bollette di gas e luce, invece che 1.700 euro, ne costano 2.000.
Le proteste in Francia
In Francia ci hanno preceduto. Le proteste sono cominciate il 21 settembre dal liceo Saint-Exupéry di Créteil, alla periferia sud-orientale di Parigi. Poi, soprattutto grazie ai social, si sono estese in tutta la Francia.
Mancanza di docenti e di personale, classi sovraffollate, fondi e risorse insufficienti, edifici fatiscenti. Questi sono i motivi della protesta.
Tra le richieste principali, poi, c'è l’abolizione di Parcoursup, un sistema di accesso all’università creato nel 2018. Funziona così: gli studenti caricano i loro dati e i loro voti su una piattaforma del ministero, selezionano gli atenei e i corsi di laurea che vorrebbero frequentare e attendono di essere scelti dagli atenei proprio in base ai dati che hanno caricato. Il proprio futuro affidato a un algoritmo. A una media matematica dei voti. A dati asettici. Creato per favorire la meritocrazia, Parcoursup non farebbe altro che riprodurre disuguaglianze già esistenti.
La protesta studentesca si è poi innestata su quella dei gilet gialli contro il caro vita.
In Italia, seppure con un coinvolgimento quantitativamente inferiore, i passi sono stati grosso modo questi: protesta studentesca contro il tetto percentuale degli stranieri nelle classi; manifestazioni nate spontaneamente su Instagram, TikTok e Telegram attraverso l’hashtag #ItaliaInPiazza, che poi si sono cristallizzate intorno a una protesta contro il caro vita. E proprio come quelle studentesche di venerdì, hanno riguardato tutta l’Italia, seppure con diverse declinazioni.
Non si tratta di una partita a calcio
A Milano la situazione è sfuggita di mano. Perché qui non si tratta di una partita di calcio. Non si tratta di fare il tifo. Non si tratta di scegliere una squadra o un’altra, di osannare i ribelli e di urlare «bastardi» ai poliziotti. Perché a qualcosa gli articoli sul Sessantotto di Pasolini saranno anche serviti. Perché i ragazzini ribelli sono gli stessi che hanno devastato vetrine ed esercizi commerciali, perché i celerini pagano anche loro la spesa, la benzina e le bollette, come tutti gli altri.
Qui si tratta di guardare a un sistema che ci ha portato a una situazione in cui una protesta studentesca finisce oscurata dalla violenza. Avendo cura di distinguere tra chi manifestava da chi ha aggredito, danneggiato e saccheggiato. Una situazione in cui uomini armati di manganelli, fumogeni e idranti si scontrano, arrestano e malmenano chi potrebbe essere loro figlio. E per capirlo non serve essere Bobbio, Bauman, Žižek o Canfora. Basta accendere il cellulare e guardare qualche video.



