Francesco Boccia, capogruppo Pd in Senato, non ha dubbi: «Il caro-carburati è solo l'ennesima conseguenza della stagione inaugurata da Trump e sostenuta dai sovranisti europei, con in testa Meloni: i nazionalismi promettono di difendere gli interessi nazionali, ma finiscono quasi sempre per distruggerli. Alimentano guerre commerciali, frammentano i mercati, indeboliscono le alleanze e aumentano il costo dell'energia e della vita».
Alla fine il Cdm ha varato uno sconto solo sul gasolio per un controvalore, fra accise e Iva, di 17 centesimi fino al 6 agosto. Si poteva fare di più?
«Quando una crisi è strutturale, le risposte temporanee non sono prudenza: sono inadeguatezza. Ed è esattamente quello che il governo ha certificato oggi. Tra dieci giorni saremo di nuovo al punto di partenza».
Perché siete così contrari agli interventi generalizzati annunciati dal governo?
«Perché oggi le risorse pubbliche vanno usate con intelligenza. Gli interventi generalizzati costano moltissimo, aiutano anche chi non ne ha bisogno e dopo pochi giorni bisogna rifinanziarli. Dopo il fallimento di questi mesi direi anche basta. Noi proponiamo un'altra filosofia: accise mobili come strumento permanente di riequilibrio e sostegni selettivi per famiglie a basso reddito, autotrasporto, agricoltura, pesca, trasporto pubblico locale e imprese energivore. Così si difende davvero l'economia reale».
La mozione unitaria delle opposizioni, oltre all'attivazione delle accise mobili, prevede anche un bonus carburanti per le fasce più deboli. Non rischiano di essere anche queste misure temporanee?
«Il punto centrale della nostra mozione è l'insieme delle accise mobili che rendono strutturale l'intervento e il bonus che in questo momento sostiene ulteriormente le fasce più deboli. È un meccanismo che non consente allo Stato di lucrare come fa il governo Meloni anche sull'aumento dei prezzi incassando più imposte: quando il prezzo dei carburanti sale e lo Stato incassa più Iva e più accise, il maggior gettito torna automaticamente a famiglie e imprese. È una misura strutturale, non un'invenzione dell'ultima ora. Il bonus, invece, è la risposta sociale necessaria per chi oggi non riesce ad arrivare alla fine del mese. Le due cose si completano: una stabilizza il sistema, l'altra protegge le fasce sociali più deboli».
Tra le vostre proposte c'è il riempimento degli stoccaggi di gas entro il primo novembre. Quali sono i vostri timori?
«Non è allarmismo, è responsabilità. La crisi energetica non è più un incidente di percorso: è diventata una componente permanente del nuovo disordine mondiale. Per questo gli stoccaggi devono essere pieni e gli approvvigionamenti diversificati. Ma soprattutto serve un impegno europeo: acquisti comuni, riserve strategiche condivise, reti integrate e maggiore autonomia energetica. La sicurezza energetica è ormai parte della sicurezza nazionale ed europea».
Se Hormuz e Bab el-Mandeb dovessero rallentare ancora il traffico energetico, basterebbero misure nazionali?
«No. Questa crisi dimostra che nessun Paese europeo è abbastanza grande per affrontare da solo shock geopolitici di questa portata. Serve una vera politica energetica europea: piattaforme comuni di acquisto, investimenti nelle reti, nelle rinnovabili, negli accumuli e una politica industriale comune. Oggi energia, economia e sicurezza coincidono».
Il centrodestra vi accusa di voler eliminare i sussidi ambientalmente dannosi, contribuendo così al caro carburanti.
«È un argomento propagandistico. La revisione dei sussidi ambientalmente dannosi è sempre stata pensata come un percorso graduale, accompagnato da misure compensative e da investimenti nella transizione energetica. Il caro carburanti di oggi nasce da una crisi geopolitica internazionale e dalla dipendenza energetica europea, non certo da quella discussione. Chi sostiene il contrario cerca soltanto di nascondere il fatto che il governo è arrivato impreparato».
Quando il Parlamento discuterà la flessibilità su energia e difesa, presenterete una risoluzione unitaria?
«Certo, anche perché, come opposizioni, partiamo da un presupposto comune: non siamo disponibili a dare una delega in bianco al governo per trattare sulla flessibilità. È il motivo per il quale abbiamo richiesto e ottenuto unitariamente che Giorgetti, prima dell'Aula, venga a riferire in commissione Bilancio la prossima settimana. La flessibilità europea non deve servire a finanziare l'ennesimo bonus, ma a costruire l'autonomia energetica dell'Europa e dell'Italia. Investimenti nelle reti, nelle rinnovabili, negli accumuli, nella ricerca, nella produzione industriale e nella sicurezza degli approvvigionamenti. Se useremo quelle risorse per inseguire l'emergenza, tra un anno saremo punto e a capo».
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