Quello a cui si è assistito nelle ultime ore, con il congelamento delle accise del diesel, è un antipasto di quanto si vedrà con la legge di bilancio. L’ultima di questa maggioranza. Fosse un anno normale, il governo potrebbe navigare serenamente verso la scadenza della prossima manovra d’autunno. I conti sono in ordine. Venerdì l’Istat pubblicherà le stime del Prodotto interno del secondo trimestre, e potrebbero emergere delle notizie positive. Le riforme, soprattutto quelle legate alla digitalizzazione della Pubblica amministrazione, stanno cambiando silenziosamente il Paese. In meglio e con risultati tangibili. Basta guardare i risultati del collegamento tra i bancomat e gli scontrini, con un recupero di base imponibile da oltre 9 miliardi.
La scorsa settimana, poi, il Fondo monetario, uno degli organismi da sempre più severi verso il governo di Roma, ha riconosciuto il grandissimo lavoro fatto dal Paese sul fronte del risanamento fiscale. Ha sottolineato, soprattutto, la ritrovata autorevolezza finanziaria sui mercati, come dimostra il calo ormai strutturale degli spread tra i nostri decennali e quelli tedeschi. Washington l’ha letteralmente lodato per questo. Ma siccome alle porte c’è una complessa tornata elettorale, l’esecutivo non potrà guardare alla finanziaria soltanto come lo strumento per ridistribuire agli italiani il dividendo per gli sforzi fatti negli ultimi anni.
BOLLI SALI E TABACCHI
In questa direzione è paradigmatica la discussione registrata nelle scorse ore su come finanziare il congelamento delle accise sui carburanti. Cioè su dove trovare le coperture per ridurre il prezzo del diesel e offrire agli automobilisti italiani un esodo agostano meno oneroso. Quando è stato chiaro che non sarebbero stati sufficienti i fondi garantiti dall’extragettito Iva incassato grazie al caro petrolio, è stata messa sul tavolo un’ipotesi che ha finito per far non poco scalpore: alzare il prezzo delle sigarette per recuperare il dovuto. Per la cronaca, il progetto è stato congelato come le accise. Anche perché qualcuno a Palazzo Chigi deve essersi ricordato di quando nella Prima Repubblica certi interventi venivano definiti “manovre su bolli, sali e tabacchi”.
Lo stesso canovaccio potrebbe ripetersi già al ritorno dalle vacanze. Infatti i toni che si potrebbero registrare a breve nell’agone politico - in entrambi gli schieramenti - rischieranno non solo di alzare il livello delle richieste. Drogheranno la spesa. E in queste situazioni si genera sempre un effetto pericolosissimo: la necessità di fare cassa per venire incontro ai piani di una parte del Parlamento per soddisfare i desiderata dei propri elettori finisce sempre per andare a “grattare” dove è meglio non avvicinarsi. Cioè si colpiscono le risorse per i settori produttivi.
In questa direzione gli esempi nel recente passato non sono mancati. Il più famoso è la stretta contro gli evasori, che spesso si risolve soltanto in aggravi (anche di natura burocratica) per i tartassati. E come non dimenticare il tentativo di tassare gli extraprofitti, indipendentemente che a guadagnarli siano state le banche, oppure le operazioni per ridurre i fondi per l’innovazione o per le grandi opere?
La stabilità dei conti è stata sempre il faro di questo governo. A memoria è il primo nella storia del Centrodestra moderno che ha puntato tutto sulla ricostruzione dell’avanzo primario. Ma trasmettere questo messaggio agli elettori non paga. Come ammettere che la guerra in Iran, con i primi e forti effetti sull’inflazione, ha spazzato via tutti i possibili tesoretti ipotizzati soltanto un anno fa.
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