Gli investigatori hanno sempre dubitato che Donadio avesse i contatti e i fondi per darsi a una vera latitanza, immaginandolo invece mentre prendeva tempo, magari per raggiungere un penitenziario che sentisse più favorevole
domenica 11 ottobre 2026 di Giacomo Costa
Pochi passi ancora e avrebbe offerto lui stesso i polsi ai secondini del “San Pio X”. I poliziotti, invece, l’hanno intercettato subito prima, lungo la strada: Luciano Donadio è stato riconosciuto, fermato e accompagnato in questura a Vicenza, dove gli è stato finalmente notificato l’ordine di carcerazione che ha fatto seguito alla sentenza di martedì, quando la Cassazione, riconoscendolo come capo indiscusso di una costola veneta del clan camorristico dei Casalesi, ha confermato la sua condanna a trent’anni.
Quattro giorni, dalla pronuncia degli Ermellini all’arresto effettivo, perché il boss di Eraclea si era reso irreperibile poche ore prima del verdetto romano: aveva fatto perdere le sue tracce approfittando di un funerale organizzato proprio a casa sua; e così, mentre (quasi) tutti i suoi complici venivano bloccati o si costituivano di loro iniziativa, con un ultimo sgarro che ha stupito persino i suoi famigliari Donadio si è dato alla macchia. Ma è stata una fuga dal fiato cortissimo: ieri mattina ha deciso di capitolare, prendendosi però il lusso di scegliere dove farsi rinchiudere. Ha puntato il carcere di Vicenza, dove è trattenuto il figlio Adriano (per lui la Cassazione ha scelto di confermare una pena di sette anni e sei mesi, a differenza del fratello Claudio che è stato invece assolto in appello); ma la casa circondariale “Filippo Del Papa” - o “San Pio X”, a seconda del nome che si sceglie di usare - è un luogo conosciuto anche dallo stesso Luciano, che ha trascorso lì gli ultimi mesi della sua carcerazione durante il processo. Ne era uscito il 7 febbraio 2023, quando erano scaduti i termini e il giudice aveva respinto il ricorso della procura che lo voleva trattenere ancora in cella. Da quel momento sono iniziati tre anni di libertà relativa: limitato nei movimenti, sorvegliato a vista, Donadio nel giorno della sua scarcerazione era stato accolto a casa letteralmente con i fuochi d’artificio (episodio che suscitò non poche polemiche e che costò alla famiglia una multa), ma poi si era limitato a un’esistenza apparentemente dimessa, tanto che pochi giorni prima della sentenza lo si riconosceva al supermercato, una busta della spesa in una mano e nel parcheggio una Fiat Cinquecento non più nuova. Eppure, quando è arrivato il momento della verità, il boss ha scelto di sparire.
LE INDAGINI
Difficile, adesso, dire se quell’ultimo gioco di prestigio messo in scena tra gli invitati di un funerale fosse l’atto finale di un piano preparato da tempo o, come sostengono i parenti e gli amici più stretti, un attimo di debolezza finale, il mancamento all’idea di trovarsi ristretto in una cella per i prossimi tre decenni, o quasi. Gli investigatori e i pubblici ministeri che ne hanno ricostruito il profilo criminale dal 1999 ad oggi, però, hanno sempre dubitato che Donadio avesse i contatti e i fondi per darsi a una vera latitanza, immaginandolo invece mentre prendeva tempo, magari per raggiungere un penitenziario che sentisse più favorevole (in tanti, pare, sembrano preferire Orvieto) oppure per raccogliere le carte utili a dimostrare la sua incompatibilità con il regime carcerario. Alle ipotesi ad alta voce facevano comunque da contraltare le indagini della Mobile veneziana, che immediatamente ha messo in moto ogni mezzo possibile per rintracciare il boss irreperibile: mettendo a frutto mesi di sorveglianza - avviata ancora a giugno - gli agenti capitanati dal dirigente di Santa Chiara Eugenio Masino hanno intercettato le conversazioni di tutti i famigliari più stretti di Donadio, ma hanno anche chiesto il supporto dei colleghi di Caserta e del Servizio centrale operativo, che hanno potuto verificare eventuali movimenti rivelatori a Casal di Principe; la svolta però è arrivata da uno scambio telefonico in cui il 60enne spiegava di volersi costituire proprio a Vicenza, una pista confermata ieri pomeriggio quando il fuggitivo è stato infine bloccato nel rione San Pio X, senza documenti ma comunque più che riconoscibile. In questura, poi, l’arresto formale. Tecnicamente Donadio non era ancora latitante - mancava il decreto della procura generale - quindi la sua breve fuga non dovrebbe aggravare la sua situazione (ma ogni reato che avesse commesso nel frattempo sì). Ora, tra la trentina di condannati, all’appello manca solo un uomo: Renato Veizi, 56enne di origini albanesi, scomparso martedì, ma nel Casertano.
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