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Dopo il grande incendio sull'Amariana, cosa ci lascia

August 22, 2026

TOLMEZZO. A pochi giorni dalla fase più acuta del devastante incendio che per settimane ha afflitto il monte Amariana, in Carnia si iniziano a raccogliere i cocci di quella che è stata un'emergenza rivelatasi fortemente impattante soprattutto per la popolazione locale.

Provare a tracciare un quadro che possa illustrare cosa rimane di questa esperienza soprattutto per gli abitanti delle valli, è un'operazione che si mostra fin da subito complessa, perché varia è stata la percezione individuale della situazione e del pericolo. Il grande incendio ha visto un dispiego di forze sul campo davvero ingente, corrispondente a centinaia di effettivi tra Protezione civile, Corpo forestale e vigili del fuoco che hanno eroicamente messo a repentaglio la propria incolumità per arginare le fiamme e mettere in sicurezza la collettività, ma che ha visto anche l'evacuazione di un centro abitato, quello di Pissebus, e la gestione complicata dello spostamento degli animali da fattoria, nonché l'apertura, lo scorso 20 agosto, di un centro per il sostegno emotivo e psicologico a Tolmezzo per i traumi conseguenti all'emergenza, già annunciato dall'assessore regionale alla sanità e alla Protezione civile Riccardo Riccardi, nei giorni precedenti.

Nel complesso, un senso di disagio e insicurezza è stato vissuto dai residenti del “capoluogo” carnico non solo a causa della presenza dell'incendio, ma anche sulla base di come dover affrontare la situazione. “Durante l'incendio sull'Amariana la sensazione delle persone è stata di una certa impreparazione generale – dichiara per il Dolomiti Laura Matelda Puppini, scrittrice e divulgatrice culturale nata a Udine ma residente a Tolmezzo da molti anni -, e anche di improvvisazione sul da farsi. C'era chi minimizzava e chi aveva paura. Io stessa, quando il 15 agosto la nube di fumo ha avvolto la montagna e incombeva sulle case, mi sono messa, di mia sponte, una mascherina riesumata dai tempi del Covid, e certe persone mi guardavano stupite pensando stessi male, ma la realtà era che non sapevamo in modo coordinato cosa si doveva fare, le disposizioni sulle mascherine e sulle altre pratiche di buon senso sono poi arrivate, ma solo il giorno dopo quando il fumo già diminuiva. In questo clima d'incertezza, molte persone si illudevano che non ci fosse tutta questa gravità, finché non è scoppiato l'infeerno e hanno saputo che le fiamme erano arrivate a cinquanta metri da alcune case”.

Una situazione di incertezza diffusa che lascia trasparire come forse parte della strategia comunicativa assunta delle autorità non sia stata pienamente esaustiva, passata attraverso la nota ufficiale dell'assessore Riccardi del 14 che parlava di “situazione complessa ma sotto controllo”, e culminata il giorno dopo con la fase più acuta e l'applicazione della già citata evacuazione a Pissebus. Il mantra, ripetuto a più riprese dalle varie parti, era sempre lo stesso: “Speriamo che piova”, finché, effettivamente, ha piovuto.

Ma a ben guardare, nonostante la situazione dei boschi, in costante avanzamento, anche sulle montagne, sia notevolmente mutata nel corso degli anni, un nuovo piano regionale sulla prevenzione incendi era stato esplicitamente richiesto in aula dal consigliere regionale di Open Fvg, e già rettore dell'Università di Udine Furio Honsell, che già lo scorso aprile, prima dell'inizio della “stagione” dei grandi incendi in regione, fu profeta in patria, richiedendo una revisione di tale piano, affinché potesse andare in sostituzione di quello vigente, e ottenendo risposte a suo dire poco incoraggianti.

Non mi risulta che un piano aggiornato di gestione incendi sia mai stato approvato – chiarisce Honsell, raggiunto da Il Dolomiti -. In queste situazioni la mia vicinanza va innanzitutto ai cittadini e agli operatori che sono intervenuti per spegnere il fuoco, anche perché un piano rinnovato per contrastare gli incendi andrebbe innanzitutto a vantaggio loro e delle categorie più esposte nella gestione del fuoco. Da quello che ho appreso la devastazione è stata enorme, eppure il dibattito che c'è stato in consiglio già in tempi non sospetti, sulla base delle mie interrogazioni, non ha portato a nulla di concreto”.

Giova ricordare in tal senso che la legge regionale n.17 sulla prevenzione e spegnimento incendi risale al 2019, che riporta come finalità la difesa del patrimonio boschivo e la sua salvaguardia, e al suo interno specifica che ad essa deve corrispondere un rinnovato piano operativo contro gli incendi. Su questo tema si è espresso pubblicamente, e a più riprese, Walter Zalukar, già direttore del Pronto Soccorso dell'ospedale di Cattinara a Trieste e consigliere regionale, oggi presidente dell'associazione attiva sul tema della sanità "Costituzione 32” che è stato interpellato dalla nostra redazione. 

“L'articolo 7, comma 3, della legge del 2019 enuncia - ha ribadito - che il piano deve essere predisposto entro 12 mesi dall'approvazione della legge stessa. Dopo l'emanazione di tale legge, tuttavia, dal punto di vista pratico non è successo assolutamente nulla. Dalla formulazione di un piano dipende tutto, a cominciare dalla definizione delle aree di rischio, anche perché finora tutto quello che concerne gli incendi boschivi a livello normativo si rifà ad una delibera del presidente della giunta del 1998. Nel 2024, dopo i devastanti incendi del '22 sul Carso, Stefano Zannier replicò alla richiesta di rivedere i piani affermando 'con assoluta certezza che l'attuale modello organizzativo si ritiene garantisca ora e in futuro una pronta ed efficace risposta alla problematica degli incendi', ma la storia recente appare ben diversa. Per quanto riguarda la situazione attuale di ufficiale fino a qui di ufficiale non abbiamo niente, nel Corpo forestale continuano a essere in pochi, con circa 250 operatori distribuiti su tutto il territorio regionale. Ecco perché nello stesso periodo, quando ero in consiglio avevo presentato una mozione, poi respinta, per aumentare le risorse della convenzione coi vigili del fuoco da trecentomila euro per quattro squadre antincendio boschive, adeguandola a due milioni, ma a fronte all'epoca di una finaziaria da cinquecento milioni, mi sembrava una spesa ragionevole”.

Le criticità sollevate sul piano di prevenzione sembrano dunque trovare un riflesso anche nel sentimento di coloro i quali abitano la Carnia e hanno vissuto l'emergenza in prima persona, come espresso, in conclusione, dalla testimonianza di Laura Matelda Puppini.

“L'incendio è stato chiaramente sottovalutato – aggiunge -, perché i primi focolai risalivano a diversi giorni prima. Penso che si debba tornare a canali ufficiali più solidi. Un sistema di informazione sulle emergenze affidato per buona parte ai social ritengo che sia un criterio troppo aleatorio, io ho visto il post su Facebook sulle raccomandazioni quasi per caso. Un altro segnale di completa improvvisazione è rappresentato dal fatto che, durante i fatti di Pissebus, è dovuta intervenire la gente della zona a bagnare l'area attorno alle stalle e spostare gli animali di corsa, il che denota una gestione inadeguata. In questi giorni hanno aperto un centro di sostegno psicologico alla popolazione, ma noi francamente avremmo preferito un'installazione per effettuare dei controlli straordinari ai polmoni, in seguito alla coltre di fumo che ha per vaso la zona e che potrebbe essere stata causa di inalazioni pericolose da parte delle persone, tra cui anche i bambini”.

Inoltre, l'esperienza dell'Amariana ha messo in evidenza, ancora una volta, come il contrasto ai grandi incendi non possa prescindere dalla corretta gestione dei boschi. Oggi, in Friuli Venezia Giulia, le aree boschive sono molto estese e in alcune zone la loro continuità e densità possono favorire, in presenza di un innesco, la propagazione del fuoco tra aree diverse. La speranza è che quanto accaduto non venga ora archiviato con la fine dell'emergenza, ma rappresenti un importante precedente che inviti ad una urgente riflessione volta a scongiurare dei fenomeni che, dato anche il progressivo cambiamento del clima, gli esperti prevedono possano essere sempre più frequenti.