Elephants

È stato lo zucchero (e non la carne) a renderci umani

September 6, 2026

Non è stata la carne a trasformare il cervello degli ominidi, rendendoci così come siamo. Lo rivela uno studio scientifico, che indaga la dieta di 4 milioni di anni: alla faccia della paleo diet.

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È stato lo zucchero (e non la carne) a renderci umani

Frutta e miele prima, cereali poi: sono stati questi, e non tanto la carne, gli alimenti che hanno permesso la crescita smisurata del cervello negli ominidi, e che quindi ci hanno reso umani. Lo afferma uno studio scientifico, che analizzando l’evoluzione durante 4 milioni di anni ribalta completamente convinzioni radicate, e fa ciao ciao alla cosiddetta paleo diet.

La leggenda dell’uomo carnivoro

uomo-mangia-carne

La narrazione dominante, anche all’interno della comunità scientifica, è quella che se siamo diventati quello che siamo è merito della carne. Poi certo questa narrazione ha varie declinazioni: a un estremo c’è quella più machista e sempliciotta dell’uomo cacciatore, che grazie all’ingestione di grandi quantità di carne, magari cruda, fa il salto evolutivo e diventa sempre più forte, sempre più intelligente fino a dominare il mondo.

Dall’altro lato, la lettura più realista e basata sui dati, che vede homo sapiens emergere dai lignaggi di scimmie antropomorfe e ominidi grazie alle proteine, variamente ottenute: all’inizio, dato che la nostra conformazione fisica non è proprio quella di un temibile predatore, principalmente nutrendosi di insetti e di carcasse, cioè degli avanzi della caccia effettuata da altri animali. Mangiatori di carogne suona già meno epico, neh? Ma anche questo mito è destinato a essere ridimensionato.

Cervello grande, grande cervello

alveare

Una cosa è certa: una delle caratteristiche della nostra specie è la dimensione del cervello, e la sua natura energivora. Se paragoniamo il nostro cervello di un chilo e mezzo a quello di un’australopitecina il cui peso arrivava a 300 grammi, il salto è evidente. Ma c’è un dato ancora più clamoroso: a fronte di un peso pari a solo il 2% del totale del corpo (in un adulto), il cervello consuma il 20% del metabolismo basale, cioè di tutta l’energia che ci serve, e addirittura il 66% nei bambini. Non sappiamo ancora bene come funziona questa cosa, ma sappiamo qual è la benzina per quest’organo così costoso da un punto di vista energetico: il glucosio.

È proprio partendo da questa considerazione che gli autori dello studio hanno messo a punto il loro metodo, molto originale. Già qualche anno fa infatti c’era stata una ricerca scientifica che aveva individuato negli amidi il motore principale della crescita del cervello nell’evoluzione: ma quello studio si basava sul ritrovamento, nei denti dei nostri antenati, di batteri dai quali si deduce la presenza di zuccheri. In questo caso invece si è fatto un ragionamento più raffinato, e contemporaneamente più ampio, perché si è presa in considerazione la dieta di scimmie antropomorfe e ominidi negli ultimi 4 milioni di anni.

Frutta e miele, pane e zuppa

pane azzimo

Lo studio considera vari tipi di alimentazione, assimilabili a quelle dei nostri antenati nei vari stadi dell’evoluzione: da quello di uno scimpanzé che prende la maggior parte del suo apporto calorico dai vegetali, a quello di un cacciatore-raccoglitore contemporaneo in cui il rapporto tra alimenti di origine animale e plant-based tende a essere pari. Dopodiché si è calcolato qual è il consumo obbligato di glucosio nelle varie specie, considerando poi come viene distribuito tra i vari organi. E infine è stato dedotto da quali cibi – considerando le conoscenze storiche delle varie epoche – potevano essere ricavati questi apporti.

La conclusione è che i primi ominini ottenevano più del 65% dell’energia dalla frutta e da altri alimenti dolci, come il miele (non di allevamento ovviamente!). In seguito, quando abbiamo iniziato a padroneggiare il fuoco, e a sviluppare le prime embrionali forme di uso della pietra, la cottura e la macinazione hanno iniziato a rendere disponibili gli zuccheri presenti negli amidi. E quindi siamo passati alle zuppe di cereali, alle prime grezzissime farine e tostissime forme di pane non lievitato.

Queste deduzioni sono confermate da una serie di indizi paralleli, come la forma dei denti e della mandibola, il funzionamento dell’intestino, le variazioni genetiche riguardanti il metabolismo del glucosio, e soprattutto i recettori del gusto dolce. Che come ognuno di noi sa, sono così sviluppati da portarci, oggi che gli zuccheri non si trovano più in cima agli alberi o in un pericoloso alveare ma comodamente raggiungibili sugli scaffali del supermercato, ad altri tipi di evoluzione.   

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