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Edoardo Bove: «Ho rinunciato a 7 milioni pur di tornare in campo. Giocare in Italia? Non mi arrendo»

October 19, 2026

Edoardo Bove è tornato a sorridere. L'arresto cardiaco in campo del 1° dicembre 2024 è diventato un film documentario dal titolo «In un battito» che racconta gli sforzi fatti del centrocampista per tornare a giocare a calcio. Un viaggio fatto di lacrime, sorrisi, paure e speranze, ma soprattutto di una straordinaria forza di volontà.

Il giorno che la Fiorentina ha affrontato la Roma è andato a salutare la Curva Sud e ha pianto a dirotto. Cosa le passava per la mente?

«Ero malinconico perché ho visto l'affetto dei tifosi e mi mancava tanto quello dei romanisti. Il percorso interiore che ho fatto è stato molto utile e averlo fatto con l'ondata di affetto che ho ricevuto da tutto il mondo mi ha aiutato davvero tanto ad arrivare dove sono oggi».

Nel docufilm viene dato molto risalto al lavoro con la mental coach, che ruolo ha assunto nel suo recupero?

«Era una cosa che già facevo prima dell'evento al cuore, credo sia fondamentale gestire le proprie emozioni in campo. È stato utile a trovare dei piccoli obiettivi quotidiani, a connettermi con me stesso e ad ascoltarmi. Mi sono trovato a gestire uno spazio vuoto e la traiettoria della mia vita ha preso una direzione differente».

Ha provato noia?

«Sì e sono dovuto stare con me stesso senza nessuno accanto. Proprio per questo, uno dei messaggi che spero arrivi è che per affrontare un determinato tipo di difficoltà a volte bisogna farsi aiutare. Questo ha fatto la differenza nel mio caso».

Nel docufilm dice di aver rinunciato a 7 milioni pur di tornare a giocare a calcio, è stata una scelta dettata dalla ribellione?

«È stata una decisione di passione, perché sono arrivato alla consapevolezza di quanto il calcio sia importante nella mia vita, di quanto mi piaccia. La verità è che dopo questo tipo di evento ho cominciato ad assumermi le mie responsabilità in maniera differente. Sono maturato e la scelta più importante che dovevo fare, ossia se tornare a giocare a calcio, l'ho presa io».

È stato complicato il ritorno in campo con il Watford?

«È stata un'altra emozione grandissima ma credo che, come emerge dal film, il ritorno in campo è stato difficile. È importante sottolinearlo perché ho cominciato ad allenarmi nuovamente, ci ho messo un po' di tempo e per questo non ho giocato subito».

Quando ha visto Eriksen cadere a terra per la seconda volta, che effetto le ha fatto?

«Sono stato contento perché il defibrillatore ha funzionato (ride, ndr). Il defibrillatore mi permette di stare più sereno, anche nel caso in cui il cuore dovesse farmi un altro scherzetto. Ora ci scherzo, ma inizialmente mi dava fastidio guardare le immagini di me a terra. Credo, però, che riuscire a ironizzare su quello che è successo significhi averlo affrontato nel modo giusto».

Cosa pensa di questa differenza di normative tra Italia e Inghilterra?

«La verità è che fa parte dalla burocrazia perché è una questione di responsabilità e io non mi sento di dire che sia meglio in Inghilterra o è sbagliato in Italia. Voglio sfatare una cosa del Regno Unito: loro le fanno fare le visite. Non è che sono andato a giocare lì perché ho firmato un foglio e non ho fatto nessun tipo di visita. Anzi, siamo andati più volte, abbiamo sentito esperti anche in America. La verità è che in Italia c'è una tutela dell'individuo incredibile, è una cosa che fa stare sicuri gli atleti».

Nel film parla spesso di felicità, oggi sente di esserlo?

«Non mi definirei felice, mi definisco sereno. Non credo si arrivi mai a uno stato finale di felicità».

Si è impegnato personalmente per la legge che porta il suo nome, con l'obiettivo di diffondere la cultura del primo soccorso nelle scuole. Come sta procedendo l'iter?

«A gennaio dovrebbe essere calendarizzata e qualora dovesse arrivare l'approvazione ci sono buonissime possibilità che passi. Sono davvero fiducioso e soddisfatto del lavoro che si sta facendo. È una legge che ha una trasversalità e tutti i partiti l'hanno accettata e promossa».

Sta seguendo la Roma di Gasperini?

«Assolutamente. È una Roma importante che è partita bene. Sono contento e penso si possa fare un bel percorso ma allo stesso tempo è ancora presto per parlare di obiettivi».

Quanto ha inciso la sua famiglia e soprattutto suo papà in questo percorso?

«Hanno inciso tutti, anche se papà nel film è più presente ma perché anche la sua più grande passione è il calcio. Mi ha sempre seguito ovunque. Anche Martina (la fidanzata, ndr) che compare di meno nel film, nella realtà è stata la persona più importante che mi ha aiutato ad andare avanti nei momenti più difficili. Anche mia madre, che si vede un po' meno. Voglio sottolineare il diritto di non esserci per scelta, ma ci sono state nella vita reale».

Il suo sogno è tornare in Italia?

«Con un cambiamento della legge, sì. La verità è che questo tipo di regolamentazioni è ancora in evoluzione. Io in questo momento sono davvero felice dove sono, non posso nasconderlo. Uno dei miei obiettivi era comunque quello di andare a giocare all'estero e mettermi alla prova in un contesto differente».

Segue la Serie A?

«Con un occhio, con un orecchio e un po' con tutto sono ancora qui in Italia».

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