Se Edoardo Gabbriellini a quindici anni non fosse stato su uno scoglio della sua Livorno questa intervista non esisterebbe. È stato allora, infatti, che la vita di Edoardo è cambiata: cercavano volti per Ovosodo, il terzo film scritto e diretto da Paolo Virzì, e lui, notato su quello scoglio da un reclutatore, non solo è stato preso a recitare nel film ma è stato anche scelto come protagonista. Da quel momento la sua vita è cambiata ma il cinema è sempre rimasto centrale nella sua vita, tant'è che nel corso degli anni ha scelto non solo di metterci la faccia, ma anche di imprimere il suo punto di vista nelle storie che racconta. Lo ha fatto anche ne La città dei vivi, il film liberamente ispirato al romanzo di Nicola Lagioia e presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia che ha diviso in maniera netta la critica. Da una parte ci sono quelli che pensano che il film doveva chiamarsi in un altro modo perché racconta qualcosa di diverso rispetto al romanzo. Dall'altra ci sono, invece, quelli che hanno lodato il coraggio di spostare l'attenzione dai carnefici Manuel Foffo e Marco Prato alla vittima Luca Varani, un ragazzo di appena 23 anni brutalmente assassinato il 4 marzo del 2016 senza una ragione apparente. Solo perché due ragazzi in balia della droga e dell'alcol volevano vedere cosa si provava a uccidere qualcuno.
Si aspettava che il film dividesse così tanto?
«Devo ammettere di sì, nell'accezione forse un po' presuntuosa di sapere che ci sarebbero stati gli affezionati del libro e, ancora di più, gli appassionati di quello che oggi si chiama true crime che, indiscutibilmente, andando a vedere un titolo del genere avrebbero cercato quello. Penso sempre, però, che l'esperienza del cinema sia bella quando vado con un certo tipo di aspettativa e poi, magari dopo uno spiazzamento iniziale, rimango sorpreso. Quindi sì, mi auguravo che ci fosse una parte di spettatori che, pur spiazzata, apprezzasse lo stesso la cosa. Avevamo messo in conto che sarebbe stato un film capace di spaccare le opinioni».
Il protagonista del film, infatti, è Luca Varani anche se, a onor di cronaca, anche Nicola Lagioia lo ha raccontato nel libro.
«Il resoconto di quel caso da parte di Nicola si concentra maggiormente sulle dinamiche del male e, quindi, su Marco Prato e a Manuel Foffo, in qualche modo demiurghi di tutta la vicenda».
Il film, secondo me, non mostra il male ma le conseguenze che lascia. In due scene in particolare - quella in cui Luca si sente male in bagno e quella in cui suo padre riconosce il suo corpo in obitorio - mi sembra che l'unica risposta a una violenza così grande sia una sorta di innocenza quasi bambinesca. È d'accordo?
«Aderisco molto alla sua lettura. Sia come figlio - mi sono sempre sentito molto vicino alla perdita di equilibrio e alle incertezze di Luca - sia nelle vesti di genitore, visto che sono padre di un ragazzo di 22 anni, mi è impossibile sostenere una cosa del genere senza pensare a una forma di regressione. Come se si tornasse bambini che, da che mondo è mondo, non hanno gli strumenti per razionalizzare l'irrazionale».

Suo figlio Arturo, attore come lei, ha la stessa età di Luca Varani: è stato difficile per Edoardo Gabbriellini affrontare questo progetto senza pensarci?
«Credo che quello che mi ha mosso, quasi visceralmente, a raccontare questa storia sia stato un sentimento di prossimità a Luca, questo sentirmi ancora vicino a quella stagione della vita così piena di rischi, anche belli, dove conta tanto la fortuna rispetto ai guizzi e agli struggimenti che hai, facendo e disfacendo quotidianamente tutto per capire chi sei e dove devi stare. Poi, sicuramente lavorando - anche grazie a Valerio (Mastandrea, ndr) e alla temperatura emotiva che ha portato nel personaggio - ho cominciato a sentire che quella era anche una forma di ricerca di esorcismo da padre. Per quanto tu abbia la smania di monitorare, di indicare e di dare le coordinate più giuste per tuo figlio, è impossibile avere il controllo assoluto di quello che gli accadrà. Devi solo incrociare le dita. Però vorrei dire un'altra cosa».
Dica.
«Ho girato questo film anche per trasmettere un certo aspetto vitalistico: l'idea era raccontare Luca prima che lo incasellassero come notizia e come vittima. È stato terribile, nella grande speculazione e sciacallaggine dei media, leggere e ascoltare più volte una frase come “comunque ci è andato lui in quell'appartamento, un po' se l'è cercata”. Credo che sia una bestemmia. È per questo che, in questo film, abbiamo provato a porci le domande giuste e capire quale fosse la giusta distanza alla quale dovevamo metterci a guardare in quelle stanze e in quell'intimità dove non eravamo invitati a entrare».
Come sa, a un certo punto si è tanto parlato del ritiro della firma dei fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo dal progetto perché ritenevano che la sceneggiatura avesse subito delle modifiche che non riconoscevano. Le è dispiaciuto?
«Mi è dispiaciuto per più di un motivo, come probabilmente può immaginare. Però il film a Venezia ha avuto un'accoglienza e una partecipazione tali per cui credo che sia riuscito a parlare da solo, relegando questo episodio a questioni interne, al limite del gossip».
Ha avuto contatti con i D'Innocenzo, dopo?
«No».
Tornando al film e a quello che racconta, Edoardo Gabbriellini che rapporto ha con il dolore?
«Ho una grossa incapacità a gestirlo, a maneggiarlo e ad assimilarlo. È anche per questo che forse, a volte, il cinema aiuta chi ha un temperamento rigido e pregiudiziale come il mio».
Dal dolore è possibile scappare?
«Credo sia impossibile. Puoi illuderti per un po', ma alla fine scappi fino a un certo punto. Puoi metterlo per un po' sotto al tappeto, ma prima o poi quel tappeto si fa alto e ci sbatti contro. È impossibile non farci i conti, anche se ci ho provato un sacco di volte».
Lei, intanto, ha fatto i conti con il cinema, che le è piombato letteralmente addosso da un giorno all'altro.
«A metà degli anni Novanta vivevo ancora a Livorno - stavo cominciando l'università a Firenze - ed ero un forsennato spettatore di cinema. Il resto è successo tutto per caso: sono stato notato mentre mi stavo tuffando da uno scoglio e mi è stato detto che avevo "la faccia iraniana perfetta" per quel film».
Voleva essere visto dagli altri da adolescente?
«Devo ammettere, con un po' di impertinenza livornese e da figlio unico, che ero uno di quelli che voleva entrare in una stanza e farsi notare. Non perché fossi istrionico, ma perché desideravo essere notato pur permettendomi di rimanere nell'ombra».
Il suo rapporto con la solitudine?
«Credo di essere un grande animale sociale, anche nel lavoro. Allo stesso tempo, però, ho bisogno del mio spazio e del mio tempo: in gioventù faticavo di più a stare con me stesso. Adesso, in un sacco di occasioni, ci sto da Dio».
Ovosodo, di fatto, le ha cambiato la vita: qual è stato il «dopo» più sconvolgente rispetto al «prima»?
«Lo sconvolgimento più grande è stato che il cinema è affiorato sulla mia pelle, come un eczema: non è più stato possibile pensare a una vita senza far parte di quella cosa lì, con tutte le fatiche - perché il mio percorso è stato frastagliato in mille modi - del caso. Allo stesso tempo, c'è sempre la sensazione che sia una cosa che può finire da un momento all'altro».
Cosa ha reso il suo percorso frastagliato?
«Forse un carattere e un comportamento a volte un po' inopportuno rispetto al capire dove si è e come starci. Credo che fosse colpa soprattutto dell'inesperienza. Ho fatto un film molto giovane, a 22 anni, che ha riscosso il successo che sappiamo, ed è facile montarsi la testa, credere di poter fare qualsiasi cosa e, anzi, sentirsi legittimati a farlo. Da lì, rimettere i paletti giusti non è così immediato».
In cosa pensa di essersi montato la testa all'epoca?
«In tante cose diverse, piccole e grandi. Il mio rapporto con le ragazze, per esempio, ha preso subito un altro ritmo e un altro regime e questo mi ha portato a distorcere la realtà. Non perché pensavo che venissero con me per chissà cosa, m perché davo per scontate tutta una serie di cose pensando, forse, che me le le meritassi».
Cosa l'ha fatta tornare con i piedi per terra?
«Quasi immediatamente ho cominciato a sentire un disagio davanti alla macchina da presa. Sentivo qualcosa che non mi apparteneva del tutto e che non riuscivo a contenere per bene: quello ha fatto traballare un po' tutto e ha fatto sì che quel lavoro, anche come sussistenza, cominciasse a diventare incerto. Da lì ho provato a ricostruire quello che volevo davvero fare e ho realizzato che mi sarebbe piaciuto fare il regista».
Perché, secondo lei, improvvisamente non era più a suo agio davanti alla videocamera?
«Credo sia stato un modo diverso di incanalare l'ego. Da attore, a volte è una forma di insicurezza: c'è sempre un occhio che ti guarda e devi essere giusto per quel momento e quell'altro. Da regista, invece, il gioco è più sporco da un certo punto di vista. È chiaro che per qualsiasi lavoro artistico serve essere convinti di quello che si fa ma, davanti alla macchina da presa, sentivo di avere meno elementi per stare al sicuro. Infatti, poi ho rifatto l'attore in situazioni dove mi sentivo molto più protetto».
Nel suo primo film da regista era il protagonista.
«All'epoca c'era ancora il riverbero di Ovosodo: la mia faccia era ancora legata a quel successo ed è venuto automatico che il produttore mi proponesse di fare quel film anche come protagonista. All'epoca non fui capace di dire di no ma, col senno di poi, non avevo davvero le spalle, l'esperienza e la struttura per gestire entrambi i ruoli».

In tutto questo c'è la vita vissuta: è diventato padre a 29 anni.Lla paternità ha cambiato il suo approccio al lavoro?
«Sicuramente ha arricchito profondamente la mia vita e ha spostato il centro dell'universo da me agli altri».
Il fatto che suo figlio faccia l'attore è stata più una benedizione o una maledizione?
«In questo momento Arturo è molto giovane: più che credere in assoluto in questa sua decisione, mi fido di lui. La pressione che spesso la società ci mette addosso - per cui entro una certa età devi aver deciso inequivocabilmente chi sei - mi sembra una sciocchezza. Puoi prendere una direzione per un po' e poi, a un certo punto, prenderne un'altra completamente diversa: non credo che sia tutto così definitivo e assoluto».
Oggi che rapporto ha con l'ego?
«Buono, grazie (ride, ndr). Scherzi a parte esiste ancora ma, rispetto alla spigolosità di un tempo, adesso si è modellato. Credo di essere più capace di tenerlo sotto controllo».
I 50 hanno portato qualche crisi di mezza età?
«Per adesso no: sarà perché mi mantengo bene! Diciamo che ogni tanto quello che vorrei provare a fare, anche sul lavoro, è non aspettare tutto il tempo che di solito aspetto tra un film e l'altro».
Di cosa ha paura?
«Col passare del tempo la smania di legittimare chi sei viene meno. Però nascono altre paure, non ultima il fatto che l'orizzonte si è avvicinato: non è più tutto possibile, è come se sentissi che hai un tempo. Prima non l'ho mai sentito, un tempo. Adesso sì, ed è un po' fisiologico temo. E poi, naturalmente, le altre paure sono per Arturo».
Come si esorcizza questo accumulo di paure?
«Spesso con il cinema. Ed è una benedizione».