Si può essere aggrediti senza aver fatto nulla di male, senza aver cercato uno scontro, mentre si cammina per strada o si parla al telefono con un amico. Può bastare uno sguardo, una parola, perché il pregiudizio diventi violenza. Emiliano Reali, giornalista e autore, dopo due aggressioni omofobiche ha scelto di rompere il silenzio per raccontare anche tutto ciò che è venuto dopo: la paura, la solitudine, il bisogno di proteggere chi amava e la difficoltà di trovare una tutela. «La prima volta successe tanti anni fa», ci racconta. «Avevo ventitré anni e dopo aver trascorso una serata con il mio migliore amico eravamo andati a fare colazione in autogrill. Sono sceso in bagno e lì, solo per aver incrociato lo sguardo con un omofobo rabbioso, sono stato aggredito».
Quali sensazioni ha provato?
«Ai suoi insulti ho risposto e quando ha provato a colpirmi ho reagito a mia volta. Purtroppo però con un calcio è riuscito a farmi cadere e ha iniziato a colpirmi a ripetizione e non ho potuto far altro che incassare. Pian piano la paura è aumentata e mi sentivo impotente. Mi prendeva a calci e ripeteva: “Dì che sei spazzatura. Sei spazzatura, vero?”. Quando ho temuto davvero per la mia vita ho pronunciato le parole che voleva sentirmi dire e si è fermato».
Perché quell’uomo aveva bisogno non solo di farle del male, ma di umiliarla?
«Dietro a una aggressione possono esserci tanti fattori: ignoranza, odio, frustrazione, rabbia, omofobia, ma anche un’omosessualità non accettata che porta a scagliarsi contro chiunque mostri quella parte di sé che si rinnega. Credo che lui col suo atteggiamento fosse alla ricerca della conferma del suo essere maschio, potente. Purtroppo la forza fisica e la prevaricazione hanno ancora molti sostenitori, anche tra i nostri politici».
Nel bagno c’era anche un’altra persona, che ha assistito senza intervenire.
«Quando mi sono reso conto che c’era un ragazzo, rimasto lì, in silenzio, ero sconvolto. Davvero non capisco come si possa restare inermi di fronte alla violenza messa in atto a pochi metri da sé. Non dico che sarebbe dovuto per forza intervenire, ma avrebbe potuto gridare, chiamare aiuto. Io, al suo posto, non dormirei la notte».
Ha provato a denunciare, ma racconta che al commissariato non fu preso sul serio: le fu detto di tornare con una marca da bollo.
«Il poliziotto non aveva molta voglia di lavorare, era evidente, invece di accogliere un cittadino ferito ha risposto alla mia richiesta d’aiuto con freddezza e disinteresse».
Lei ha scelto comunque di raccontare l’accaduto a un giornale. Perché sentì il bisogno di farlo?
«Non volevo che il poliziotto restasse impunito. Così dopo che uscì un articolo sul Corriere della Sera ho provveduto a spedirne due copie: una al commissariato in questione e l’altra alla direzione della Polizia di Stato. Nel farlo ho pensato a tutti quei cittadini che ricevendo lo stesso trattamento non avevano voce per denunciare: l’ho fatto per loro oltre che per me».
La seconda aggressione è avvenuta anni dopo. Cosa ricorda di quella sera in cui stava tornando a casa e parlando al telefono con un amico?
«Ero sereno, scherzavo, mi apprestavo a concludere una bella giornata, quando quei pugni hanno aperto uno squarcio che mi ha inghiottito facendomi tornare in un incubo già vissuto. Lì ho capito che la violenza subita resta dentro, anche quando credi di averla superata, è come brace».
L’aggressore ha sentito una battuta che lei aveva fatto al suo amico e da lì è partita la violenza.
«Questo episodio racconta di quanto ancora ci sia da fare per proteggere tutti i cittadini e soprattutto le minoranze più fragili e ghettizzate, di come si debba lavorare su una corretta educazione e sull’informazione per destrutturare un linguaggio e una condotta violenti e discriminatori che restano in auge in tempi come i nostri, dove l’inclusione e il tendersi la mano sembrano eccezioni».
Dopo i pugni è riuscito a scappare in motorino. Poi cosa è successo?
«Sono rimasto a casa quattro giorni. Avevo paura anche ad uscire, temevo che quel tipo mi avesse seguito e sapesse dove vivevo».
Dopo quella seconda aggressione ha avuto la sensazione che la sua libertà fosse cambiata, che dovesse controllare luoghi, orari o comportamenti?
«Sì, quando ho iniziato di nuovo a uscire e a riprendere la mia quotidianità e rientravo la sera, mi sono trovato più di una volta a voltarmi di scatto convinto che qualcuno mi stesse seguendo, se intravedevo una sagoma che mi ricordava quel ragazzo mi mancava il respiro per un attimo».
Non ha denunciato quello che è successo nemmeno sui social perché sua madre stava male e non voleva darle un ulteriore dolore. Quanto è stato difficile portare da solo questo peso?
«È stato terribile: avevo bisogno dell’abbraccio e della vicinanza di chi sapeva cosa stessi passando, di chi stava dalla mia parte, desideravo il calore - seppur virtuale - delle tante persone che fortunatamente sono rimaste umane. Ma ho dovuto rinunciare a tutto ciò e vivere di nascosto quel dolore, sentendomi solo, per proteggere chi più amavo».
Sua madre poi è mancata. Cosa avrebbe voluto raccontarle di quei momenti?
«Mamma mi ha sempre protetto, è sempre stata dalla mia parte, era lo scudo che si interponeva -quando possibile - tra me e la brutalità del mondo. Sapevo che le sue braccia erano lì solo per accogliermi senza mai giudicare. Mi manca».
A distanza di anni, pensa che il silenzio l’abbia protetta oppure l’abbia fatta sentire ancora più solo?
«Il mio silenzio ha protetto mia mamma, ma non ha fatto lo stesso con me. Ora che per la prima volta ne parlo pubblicamente sono nuovamente invaso da quelle sensazioni e da ricordi tanto dolorosi, ma in un certo qual modo riuscire ad aprirmi mi dà sollievo. Come a dire sono qui, sorrido ancora, vivo. La violenza non mi ha spento, anche se quelle cicatrici resteranno»
Che cosa pensa manchi ancora, in Italia, per contrastare episodi di questo tipo?
«A parte una legge che punisca i crimini d’odio come si proponeva di fare il ddl Zan, affossato con vergognosi fischi, e un governo che li condanni apertamente, manca sicuramente un programma di educazione sessuo-affettiva nelle scuole, che aiuti i futuri adulti a crescere e a maturare una consapevolezza etica volta al rispetto dell’alterità, dove vengano banditi prevaricazione, violenza, desiderio di possesso e si promuovano l’inclusione e l’accoglienza».
Parole come «f****o» vengono spesso banalizzate: perché invece possono diventare il primo passo verso la violenza?
«Le parole hanno una forza e un potere talvolta addirittura maggiori delle azioni. La violenza verbale è ancora più subdola di quella fisica. Ne ho parlato in un passo tratto dal mio romanzo Bambi. Storia di una metamorfosi (Avagliano editore): “Non posso più accettare di sentirmi dire “sono solo parole, mica li hanno ammazzati, non farne una questione”. Solo parole? Nessun male? Vorrei che chi pronuncia tali eresie entrasse per un attimo nel mio cuore e sentisse il battito convulso e disarmonico del mio petto, gonfio per tutto quello che ha dovuto sopportare negli anni e contro cui tenta di scagliarsi, sebbene a volte rimanga ancora bloccato dal terrore, per evitare ad altri e ancora a se stesso il similare supplizio. Le parole sono l’anticamera delle azioni: i quindicenni che oggi scherniscono i coetanei saranno i ventenni che li picchieranno. E proprio i nostri figli potrebbero essere quelle vittime molestate, violentate nel corpo e nell’anima. Siete pronti ad accettarlo? Io no! Non sopporto l’idea che il mio bambino torni a casa con gli occhi rigati”».
C’è qualcosa che avrebbe voluto sentirsi dire dopo quelle aggressioni e che invece nessuno le ha detto?
«Quando fui aggredito la prima volta avrei voluto sentirmi protetto e non rigettato dalle forze dell’ordine, avrei desiderato inoltre che quel codardo spettatore avesse fatto qualcosa. In quei frangenti più che le parole contano le azioni, gesti che non ti facciano sentire abbandonato nel momento in cui sei più vulnerabile. La seconda aggressione avvenne in un periodo già di per sé così doloroso che non saprei cosa rispondere. La priorità non era come stessi io, ma che mia madre soffrisse tanto. Io cercavo solo di starle vicino ricordandole ogni giorno quanto le volessi bene».
Che cosa direbbe oggi a una persona giovane che vive un’esperienza simile e ha paura di denunciare?
«Fatelo, non abbiate paura. Siamo una comunità, possiamo supportarci e aiutarci. Gli omofobi vanno denunciati in modo che vengano puniti per le loro azioni e che ci ripensino bene prima di reiterare simili dinamiche. Il peso una volta condiviso diventa più leggero, in più denunciando dimostriamo di non avere paura, che non sta in noi l’errore, ma nell’odio e nella violenza».