«Sono contro l’aborto, dicevano, però contro l’aborto clandestino nessuno faceva assolutamente niente. Le donne continuavano ad abortire clandestinamente e non c’era problema».
Emma Bonino ha trascorso la vita dentro quel «non c’era problema». Dentro la zona in cui una società deposita ciò che conosce e riesce comunque a tollerare, perché il prezzo delle proprie convinzioni viene pagato altrove, nella vita di altri. L’aborto clandestino le aveva mostrato molto presto quanto possa essere profonda la distanza tra una morale dichiarata e la realtà che quella morale produce: il divieto restava visibile, rispettabile, pronunciabile; le sue conseguenze scivolavano nella parte privata dell’esistenza, dentro corpi femminili sui quali ricadevano il rischio, la paura, perfino la vergogna che la società aveva deciso di non assumere su di sé. Emma Bonino ha fatto di quella distanza un campo politico, portando alla luce ciò che consentiva alla coscienza pubblica di restare in pace con se stessa e, da allora, ha continuato a porre alla politica la stessa domanda:
chi paga, nella propria vita, il prezzo delle idee che gli altri possono permettersi di proclamare?
Forse è per questo che il corpo ha avuto tanta importanza nella sua idea della politica. Prima quello delle donne costrette alla clandestinità, poi il suo, esposto nella disobbedienza civile, consegnato agli scioperi della fame, usato come misura fisica dell’urgenza che chiedeva agli altri di riconoscere. Molti anni più tardi sarebbe stato anche il corpo attraversato dalla malattia, mostrato con la stessa insofferenza per ogni forma di occultamento. Il corpo è stato, per Emma Bonino, il luogo in cui la politica perdeva la possibilità di restare astratta, perché una legge, un divieto, un diritto acquistavano significato nel momento preciso in cui entravano nell’esistenza di qualcuno e ne modificavano la libertà. È questo, credo, che oggi vale la pena trattenere della sua lezione, oltre l’elenco delle battaglie vinte e perdute, oltre gli incarichi istituzionali che l’hanno portata dal Parlamento italiano a quello europeo, dalla Commissione europea al ministero degli Esteri.
Quel «non c’era problema» racconta qualcosa che va molto oltre l’aborto, perché riguarda la straordinaria capacità che abbiamo di abituarci a ciò che accade agli altri. L’aborto clandestino poteva continuare per anni proprio perché il suo prezzo veniva pagato lontano dagli occhi di chi stabiliva la legge e pronunciava il giudizio. Bonino ha passato la vita a ridurre questa distanza, andando a cercare le conseguenze delle decisioni pubbliche là dove diventavano esperienza privata, fino a renderle visibili e dunque comuni. È stato forse questo il gesto più costante della sua politica: avvicinare abbastanza la vita degli altri perché diventasse anche una nostra responsabilità.
Riguardando oggi le immagini di Emma Bonino giovane, il volto magro, i capelli corti, il corpo minuto dentro manifestazioni dominate quasi interamente dagli uomini, colpisce quanto quella fisicità sia diventata nel tempo una forma di linguaggio. La sua forza politica ha avuto raramente bisogno della monumentalità che il potere ama attribuire a sé stesso, ha piuttosto lavorato sulla presenza: esserci nel luogo in cui una questione diventava scomoda, e assumere personalmente una parte del rischio che chiedeva alla società di vedere. Anche per questo, con Emma Bonino scompare una forma rara di autorevolezza, costruita nella distanza minima che ha sempre mantenuto tra le parole e se stessa. Le sue idee hanno attraversato il suo corpo, lo hanno esposto, affamato, consegnato alla fragilità, facendo della presenza personale una parte dell’argomento politico. .
In questi giorni verranno ricordate le sue vittorie e anche le sue sconfitte, perché Bonino ha perso moltissime battaglie e ha continuato a combatterle abbastanza a lungo da vedere alcune di quelle sconfitte cambiare il senso comune del Paese. Il presidente Mattarella, ricordandola, ha scritto che ha «impresso un segno nella vita della Repubblica» e ha richiamato il suo impegno per lo Stato di diritto e per un’Europa più unita. Forse il segno più profondo viene prima dei risultati e sta nell’avere riconosciuto, molto presto, quanto a lungo una società possa tollerare un’ingiustizia quando a sostenerne il peso è soltanto una parte di essa.
Bonino ha fatto politica portando al centro persone e condizioni che potevano essere lasciate ai margini proprio perché avevano poca forza per uscirne da sole. «Le donne continuavano ad abortire clandestinamente e non c’era problema». Il problema c’era, naturalmente. Aveva semplicemente trovato il posto nel quale una società aveva imparato a sopportarlo: il corpo di qualcun altro. Emma Bonino ci lascia questa misura della politica: la capacità di percorrere la distanza che separa un principio dalle vite sulle quali produce i suoi effetti, fino al punto in cui ogni idea è costretta a rispondere della realtà che genera. Perché le convinzioni appartengono a chi le sostiene; le loro conseguenze entrano nell’esistenza di persone che possono non averle mai condivise e che pure saranno chiamate a viverle. È in quella distanza, tra la libertà delle nostre convinzioni e la vita che dovrà sostenerne le conseguenze, che Bonino ha cercato per tutta la vita la misura della responsabilità politica.