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Enzo Bianchi, morto a 83 anni il monaco che riportò la Bibbia tra la gente e costruì ponti con l'Ortodossia

September 1, 2026

L'ultimo messaggio affidato a X era del 7 agosto e, riletto oggi, sembra quasi un congedo. «6 agosto. Trasfigurazione di Gesù Cristo. Questa è la sessantesima festa della Trasfigurazione che vivo da monaco: 55 anni a Bose, 2 in solitudine in esilio e 3 alla Madia. La promessa è la trasfigurazione delle nostre povere vite e dei nostri corpi di miseria in corpi di gloria». Enzo Bianchi è morto questa mattina all'ospedale Molinette di Torino. Aveva 83 anni. Le sue condizioni si erano aggravate negli ultimi giorni per uno scompenso renale che lo aveva portato al coma metabolico. Con lui scompare una delle figure più originali, influenti e anche controverse del cattolicesimo italiano degli ultimi cinquant'anni. Un monaco senza essere sacerdote, un predicatore capace di riempire chiese e teatri, un intellettuale letto anche da chi in chiesa non metteva piede, ma soprattutto un uomo che aveva trasformato l'ascolto della Parola in un metodo per leggere il presente.

Bianchi aveva intuito con largo anticipo che la grande crisi del cattolicesimo europeo non si sarebbe affrontata semplicemente difendendo strutture, appartenenze e consuetudini. Bisognava ricominciare dalla Bibbia. E soprattutto bisognava tornare a raccontarla in una lingua comprensibile. Fu questa probabilmente la sua rivoluzione più duratura. Per oltre mezzo secolo, attraverso predicazioni, conferenze e centinaia di libri, contribuì a portare la Scrittura fuori dalle biblioteche degli specialisti e a farne nuovamente materia quotidiana per i laici.

Vangelo, salmi, preghiera, silenzio, morte, amicizia, amore, tavola, perdono: la sua teologia passava spesso attraverso le parole elementari dell'esistenza.

Ha pubblicato oltre trecento libri, tradotti in numerose lingue, collaborato con quotidiani e riviste italiane e straniere, diretto per quindici anni Parola, Spirito e Vita e lavorato con la rivista internazionale di teologia Concilium. Benedetto XVI lo volle come esperto alle Assemblee del Sinodo dei vescovi del 2008, dedicata alla Parola di Dio, e del 2012, sulla nuova evangelizzazione. Ma Bianchi non è stato soltanto un divulgatore religioso di enorme successo. Bose fu soprattutto un esperimento ecclesiale, nato quando parlare concretamente di ecumenismo significava avventurarsi su un terreno ancora quasi inesplorato.

Nella comunità fondata a Magnano, nel Biellese, cattolici, protestanti e ortodossi potevano condividere preghiera, lavoro e vita comune. Non un ecumenismo affidato soltanto ai documenti delle commissioni teologiche, ma praticato nella quotidianità. Per questo Bose divenne negli anni un crocevia internazionale frequentato da patriarchi, metropoliti, teologi, biblisti, cardinali e uomini di cultura.

Particolarmente intenso fu il rapporto costruito con il mondo ortodosso, compresa la Chiesa russa. Bianchi ne conosceva la spiritualità, la liturgia e la tradizione monastica e aveva coltivato nel tempo rapporti personali con importanti esponenti dell'Ortodossia. Era convinto che il cristianesimo occidentale non potesse comprendere pienamente se stesso ignorando l'Oriente. Nel 2004 Giovanni Paolo II lo inserì nella delegazione inviata a Mosca per uno dei gesti ecumenici più delicati e simbolici di quel pontificato: la restituzione alla Chiesa ortodossa russa dell'icona della Madre di Dio di Kazan', veneratissima nella tradizione russa. Non fu una scelta casuale. Bianchi era ormai considerato uno degli uomini-ponte tra Roma e l'Ortodossia, capace di muoversi in un mondo nel quale storia, teologia e geopolitica si sono sempre intrecciate.

Il dialogo, per lui, non significava cancellare le differenze. Al contrario, nasceva dalla convinzione che l'identità cristiana potesse rafforzarsi proprio attraverso il confronto. Lo stesso metodo lo applicava nel rapporto con i non credenti. Bianchi non pretendeva necessariamente di portarli dentro la Chiesa: cercava un terreno sul quale fosse ancora possibile interrogarsi insieme.

Da qui nasceva anche il suo modo molto particolare di predicare. Poco incline al linguaggio clericale, allergico a una fede ridotta a sistema di divieti, insisteva sulla dimensione umana del cristianesimo. Parlava di desiderio, fragilità, corpo, affetti, solitudine, vecchiaia e morte. La Scrittura diventava una lente attraverso cui osservare la vita contemporanea.

Proprio questa impostazione gli attirò anche molte critiche. Una parte del mondo tradizionalista non lo ha mai amato, accusandolo di letture troppo aperte alla modernità e di un cristianesimo eccessivamente concentrato sulla dimensione umana. Bianchi, tuttavia, negli ultimi anni aveva anche messo in guardia contro una Chiesa incapace di fare spazio alle proprie differenze interne. Arrivò a chiedersi pubblicamente perché non dovesse esserci posto anche per i cattolici legati alla tradizione liturgica.

La sua biografia ecclesiale resta però segnata da una ferita impossibile da rimuovere: la traumatica separazione da Bose, la comunità che aveva fondato e guidato per oltre mezzo secolo. Nel 2017 aveva lasciato l'incarico di priore. Le tensioni interne continuarono però a crescere fino alla visita apostolica disposta nel dicembre 2019 dal cardinale Pietro Parolin dopo che alla Santa Sede erano arrivate «serie preoccupazioni» sull'esercizio dell'autorità, sul governo e sul clima fraterno della comunità.

Nel maggio 2020 arrivò il provvedimento vaticano che disponeva l'allontanamento di Bianchi e di altri membri. Seguì una fase dolorosissima, fatta di resistenze, comunicati, incomprensioni e nuovi interventi della Santa Sede. Nel febbraio 2021 gli venne intimato di lasciare definitivamente Bose. Bianchi contestò soprattutto l'impossibilità, a suo giudizio, di difendersi adeguatamente e visse quel passaggio come un esilio. Nel giugno successivo lasciò Bose e si trasferì a Torino, in un'abitazione messagli a disposizione da amici. Sembrava il tramonto definitivo di un'esperienza cominciata più di mezzo secolo prima. Non fu così.

Bianchi ricominciò ancora una volta. Nacque la Casa della Madia, sulle colline di Albiano d'Ivrea: una piccola fraternità dove tornò a fare ciò che aveva sempre fatto, accogliere, studiare, pregare, scrivere, incontrare persone. Nel 2023 Francesco lo ricevette in Vaticano e ascoltò il racconto del nuovo progetto.

Il rapporto con Papa Bergoglio era stato complesso. Francesco ne apprezzava la capacità di parlare alla contemporaneità e la sensibilità ecumenica, ma fu durante il suo pontificato che esplose e venne gestita la crisi più dolorosa della vita di Bianchi. Una contraddizione che non fu mai completamente sciolta. E forse proprio la contraddizione è una delle chiavi per leggere la sua storia. Bianchi non ha mai costruito la propria figura sulla certezza di avere raggiunto un punto d'arrivo. Ricercare era parte stessa della fede. Leggere, interrogare, confrontarsi con altre confessioni cristiane e con chi non credeva significava accettare che nessuno possedesse da solo tutte le risposte.

L'ultimo messaggio sulla Trasfigurazione contiene, quasi involontariamente, l'intera sua parabola: 55 anni a Bose, due vissuti nella solitudine che chiamava «esilio», tre alla Madia. Sessant'anni di vita monastica riassunti senza cancellare nemmeno la ferita più dolorosa. Alla fine era tornato ancora lì, alla Parola dalla quale era partito. Alla convinzione che anche le «povere vite» e i «corpi di miseria» potessero essere trasformati. In fondo, è stato questo il centro della sua predicazione per sessant'anni: la fede non come recinto nel quale ripararsi, ma come una ricerca che obbliga continuamente ad attraversare confini.

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