Sinestesia a Venezia. Torno a osservare di persona la Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia alla ricerca di una risposta: perché quest’arte visiva è così tormentata e – oscillante tra il piagnisteo autoreferenziale e la legittima protesta per il bisogno di considerazione – fatichi a scrollarsi di dosso il senso di afflizione, rimanendo complessata dall’idea di minorità. Eppure, anche leggendo questo numero di Esquire Italia, si dimostra quanto i film riescano a essere pervasivi nelle coscienze.
Esquire Italia N.51, Settembre 2026 - Le tre cover story con Brad Pitt, Roberto Bolle e Rodrigo Sorogoyen.
Scavalliamo l’ultimo dibattito sull’assenza di registe nelle sezioni della Mostra proponendovi tre sguardi: Susanna Nicchiarelli che difende il cinema come atto di disobbedienza disturbante; Shahrbanoo Sadat che è diventata regista per nascondersi e ha trovato la sua voce; Margherita Vicario che suona la sua musica interiore con orizzonte libero, senza curarsi dell’abbastanza.
Brad Pitt malinconico che affronta i flutti dolorosi delle sue questioni di famiglia, timoroso di un bicchiere di vino, ancora concentrato sulla sua carriera alla ricerca di guizzi per uscire dal cliché delle sue pose di successo. Rodrigo Sorogoyen e i suoi pensieri sulle irresponsabilità affettive degli uomini e il desiderio di esplorare i meccanismi psicologici dietro al femminicidio. Un cinematografico Roberto Bolle, incredulo della sua energia dopo i cinquant’anni, che ci ricorda come gli inciampi rivelino la caducità della vita. Ma se non vi basta vorrei condividere la personale esperienza di estasi cinematografica.
La casa dei miei nonni materni distava trecento metri dal modernista Palazzo del Cinema del Lido, che sta per compiere 90 anni. Quei pilastri a cuneo e la facciata con i denti di sega, la sua forma così aliena rispetto al Lido, mi facevano immaginare un’astronave bianca che apriva le sue porte per pochi giorni all’anno. Tra tanti ricordi, resta miliare quello della prima visione del 1989 quando, in Sala Grande, per 190 minuti venne proiettato Mahabharata di Peter Brook. Altro che Odyssey (a proposito leggete a chiosa della rivista la recensione magistrale di Alessandro Giammei). Trattasi del più grande poema epico della letteratura mondiale, originario dell’India. Un mattone infinito con ritmica bradipesca. La mia incredibile sfortuna fu nel dovermi sedere nel mezzo di due sorelle, figlie di conoscenti di famiglia, che già a 18 anni si professavano fini intellettuali, nell’emulazione del padre Senatore. Di mio, dopo la prima ora, avrei abbandonato. Ma sarei certamente stato denunciato al tribunale genitoriale.
È lì, in quella poltrona di velluto ocra, cinturato dall’imponderabile, che ebbi la mia prima sinestesia, come riflesso di resistenza passiva. Tutto si stava addormentando e iniziai a proiettarmi all’esterno: volevo sentire il profumo liquido della laguna, sentivo il ruvido verde delle edere nei giardini, assaporavo il morso soffice dei tramezzini che avevo lasciato in cucina. E questa accozzaglia di sfere sensoriali mi sospinse alla fine dello strazio. Ovviamente le sisters carceriere si erano addormentate. E io ebbi la mia vendetta l’indomani in spiaggia. Ma quel film, che molti anni dopo mi sono imposto di rivedere in dvd, a suo modo mi regalò un’esperienza stupefacente. A dimostrazione del potere trascendente del cinema, anche quando è noioso.
