Elephants

Ex Ilva, primi vertici per valutare la partecipazione dello Stato

August 8, 2026

Una prima riunione tra ministri per una sintesi dei tre giorni di incontri da martedì a giovedì al Mimit sull’ex Ilva c'è stata giovedì sera a Palazzo Chigi. L’ha presieduta il sottosegretario alla presidenza, Alfredo Mantovano. Si sarebbe parlato del ruolo che potrebbe avere lo Stato nella nuova operazione per l’acciaio e quindi l’eventuale partecipazione pubblica, ancora una volta con Invitalia, già partner di minoranza di ArcelorMittal e la messa a disposizione delle risorse dei contratti di sviluppo. Ma non è stata presa alcuna decisione.

È stata solo una riunione di approfondimento. Il Governo vuole anzitutto vedere se la cordata di acciaieri italiani per l’ex Ilva nasce o meno. E lunedì Federacciai ha convocato il suo consiglio per valutare il da farsi. Da quella riunione dovrebbe probabilmente uscire qualcosa. Mercoledì, davanti al ministro Adolfo Urso, i vertici di Confindustria, Federacciai e Federmeccanica hanno manifestato aperture. Hanno detto che si impegnano a studiare l’intervento che però, allo stato, è tutto da costruire. Inoltre, è da vedere cosa l’industria italiana intende prendere.

Il tutto, e quindi anche l’area a caldo, che comunque ad ottobre, per effetto del decreto della Corte d’Appello di Milano, dovrà fermarsi, oppure solo l’area a freddo. Gli italiani intenderanno allinearsi alla nuova offerta del gruppo siderurgico indiano Jindal, che ha detto ci prendiamo pure l’area a caldo insieme a quella a freddo in una soluzione unica e “valuteremo il riavvio dell’area a caldo a nostro rischio”, oppure lasceranno stare, concentrandosi solo sulla parte a freddo. Anche perché il provvedimento dei giudici ha già riperimetrato la fabbrica e quindi più che un nuovo bando di gara, potrebbe bastare un suo aggiornamento.

Negli ultimi due anni, con due bandi di gara per l’ex Ilva - luglio 2025 e agosto 2025 -, gli acciaieri italiani sono stati sostanzialmente alla finestra, tranne alcune candidature di rilievo come Marcegaglia fattosi avanti solo per l’impianto di Racconigi (Cuneo) che produce tubi. Ora si vedrà come potrebbe eventualmente cambiare lo scenario.

Intanto i sindacati attendono che Palazzo Chigi si faccia sentire. Secondo le sigle, nell’incontro tecnico che c'è stato martedì - Urso non c’era - i rappresentanti dei ministeri hanno detto che i sindacati sarebbero stati riconvocati a Chigi a stretto giro per un nuovo punto della situazione per poi tirare le somme nell’ulteriore riunione che dovrebbe farsi, sempre a Chigi, alla ripresa di settembre. Venendo al piano di decarbonizzazione che i commissari di Acciaierie d’Italia hanno presentato al ministero dell’Ambiente il 3 agosto, intende preservare la produzione autorizzata, pari a 6 milioni di tonnellate annue di acciaio, anche nella nuova prospettiva dei forni elettrici. Ma non è un piano vincolante per l’investitore che dovesse subentrare. Che può produrre, volendo, non più di 6 milioni.

E quindi sono stati previsti due forni elettrici da 3 milioni di tonnellate ciascuno, l’alternanza tra forni elettrici e altiforni, con questi ultimi in funzione nella fase di transizione, e il completamento del tutto entro il 30 giugno 2030, quando non ci sarebbero stati più altiforni attivi. Previsto anche il Dri, l’impianto del preridotto da caricare nei nuovi forni. Il piano di decarbonizzazione segue quanto si è convenuto lo scorso anno, quando fu rilasciata l’attuale Autorizzazione integrata ambientale e ne costituisce un riesame. Il piano, ha detto l’altro ieri l’azienda a Regione e Comune nell’incontro al Mimit, è frutto di quanto gli stessi enti locali hanno chiesto. Solo che ora, alla luce della decisione dei giudici, il piano, ovviamente predisposto prima della pronuncia della Corte, perde di praticabilità almeno per l’alternanza tra i due sistemi produttivi.

In ogni caso, il ministero dell’Ambiente convocherà ugualmente il gruppo istruttore dell’Aia e deciderà che fare. E venendo meno l’area a caldo, i cui gas alimentano la centrale elettrica del siderurgico, diventa problematico anche attuare quanto vorrebbero fare alcuni acciaieri italiani. I quali, difronte allo stop della produzione a Taranto, si sono detti disponibili ad acquistare le bramme d’acciaio all’estero, farle lavorare a Taranto e poi prendersi per le proprie aziende il semilavorato da trasformare.

Il punto però è: se manca l’energia dalla centrale, poiché non ha più l’alimentazione dei gas, come marcia l’area a freddo? Dovrebbe prendere l’elettricità dalla rete. Intanto, gli avvocati di AdI sono al lavoro per predisporre il ricorso straordinario alla Corte di Cassazione contro il decreto dei giudici di Milano.

Il tempo di scriverlo e dovrebbe essere pronto, anche se le chance di successo non sembrerebbero essere molte. La Cassazione però rischia di pronunciarsi dopo la fermata e il ricorso non blocca il decreto, mentre in fabbrica sono già cominciate le manovre preparatorie, con le persone al lavoro per la fase preliminare, per lo stop fra un’ottantina di giorni.