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Ex miniere di Salafossa, scatta la chiusura totale. “Perché non far

August 21, 2026

SAN PIETRO DI CADORE. È “l’ultima miniera del Cadore” nel titolo docufilm in uscita tra pochi giorni e la Regione Veneto ha intimato di bloccarne gli accessi. Parliamo di Salafossa, che tra gli anni Sessanta e Ottanta era uno dei giacimenti di solfuro di zinco e piombo più importanti d’Italia.

A inizio agosto la Regione ha inviato alla Regola di Presenaio un’intimazione a chiudere tutti gli accessi ai sotterranei. Il Dolomiti ha contattato il presidente Luca De Zolt Lisabetta per capirne le motivazioni. “La richiesta - spiega - è di chiudere per non far entrare né gli speleologi né altra gente, perché secondo loro è pericoloso. Noi, visto che non c’era un'ordinanza, avevamo comunque dato la possibilità di farlo a gruppi di esperti, che mi riferiscono non esserci, secondo loro, problemi per la sicurezza all’interno per chi è attrezzato. Chiaramente se un domani diventasse un sito turistico qualche lavoro andrebbe fatto, ma ad oggi non c’è il via vai di turisti ipotizzato”.

La Regola, infatti, ha finora autorizzato gli accessi solo agli speleologi, che hanno fotografato e documentato i 15 chilometri di gallerie sotterranee rimaste accessibili dopo la frana del 1980, che portò la miniera alla definitiva chiusura nel 1986.

Oggi, come in molti siti di montagna, il controllo assoluto su chi decide comunque di aggirare i divieti non è possibile, ma De Zolt assicura che c’era già stata da parte loro un’iniziativa per chiudere gli ingressi. “Ci sono accessi - spiega - cui per noi è difficile arrivare con una saldatrice e un gruppo elettrogeno per chiudere bene le sbarre. Abbiamo però già bloccato quelli più bassi, con verifica anche da parte dei sindaci, ma fino a prima di questa comunicazione agli speleologi abbiamo dato il permesso di entrare. La mancanza forse è stata di non comunicare che certi lavori erano stati fatti”.

“Da parte nostra - prosegue - dopo aver chiuso gli accessi vedremo se questa comunicazione si potrà revocare. Non possono dirmi di chiudere senza motivazioni precise, se non generiche ragioni di sicurezza. Anche perché, se nemmeno gli esperti possono entrare, come possiamo verificare le condizioni interne? Se persone qualificate sostengono che non c’è pericolo, non vedo perché non possono fare accertamenti. Anziché porre veti, la Regione potrebbe piuttosto darci la possibilità di trovare fondi per realizzare un sito in sicurezza”.

Richiesta che sarà avanzata, pensando ad esempio a un sito come quello di Valle Imperina nell’Agordino. L’intenzione della Regola è infatti di valorizzare l’area e non lasciare che sia abbandonata. Tanto più ora, che sta per uscire il documentario diretto da Igor Francescato e prodotto da Treviso Sotterranea APS con la collaborazione del Gruppo Speleologico San Marco - E.V.R., Società speleologica italiana e Commissione cavità artificiali. Il film sarà proiettato il 5 settembre a Santo Stefano di Cadore, al cinema Piave, e ripercorre i 500 anni della miniera.

Si è detto che il sito non è in sicurezza e che vi entra chiunque - conclude - ma posso garantire che non è così, anche perché dalla strada si noterebbe. Inoltre gli speleologi ci vanno con le corde, non è un ingresso libero in cui si può cadere per sbaglio. Nel film sarà infatti mostrato come sono entrati e quello che hanno trovato dentro: ho visto alcune immagini e penso che per gli appassionati siano cose bellissime. È quindi un sito che merita di essere rilanciato e anche loro, che sono del mestiere, lo confermano. Certo, nel momento in cui si volesse portare i turisti, lo si dovrebbe fare in sicurezza”.