CESENA
di Elisabetta Grassi
Un silenzio commosso ha accolto l’arrivo dell’ultima tappa del viaggio terreno dell’allenatore più amato dai reggiani, Pippo Marchioro, scomparso nei giorni scorsi a 90 anni, a Cesena, città dove risiedeva da anni, dopo la scomparsa della moglie, insieme alla famiglia. Nella piccola chiesa della Madonna delle Rose – situata nel cuore della cittadina romagnola e a pochi passi dalla sua abitazione di via Fiume – in una calda mattina di un sabato agostano il sacerdote Pierluigi Tonelli ha ricordato lo straordinario percorso del mister nel mondo dello sport, e ha aggiunto: "Giuseppe ha dedicato la vita al contatto coi giovani. A loro ha trasmesso le tecniche calcistiche, certo, quelli che potremmo definire ‘i segreti del mestiere’. Va benissimo, ci mancherebbe. Ma c’è di più, qualcosa di straordinariamente importante, ha trasmesso loro quei valori che rendono la nostra vita un capolavoro. Giuseppe ha insegnato l’amicizia, la solidarietà, il farsi carico del più fragile, il rispetto. Ha lasciato un patrimonio umano per far sì che, chi lo ha conosciuto, potesse appropriarsene e, a sua volta, consegnarlo alle generazioni che verranno dopo. L’altro, quello che faceva in campo, era lavoro. Questo è il suo vero capolavoro. In carriera ha ricevuto tanti premi, ma questo, quello più importante, glielo ha consegnato Gesù".
Tra i banchi, oltre alle delegazioni dei tifosi e dei dirigenti delle squadre allenate da Marchioro, c’erano tanti volti noti del mondo del calcio di ieri e di oggi, tra cui gli ‘eroi granata’: il suo “figlioccio” Andrea Silenzi, Marco Pacione, Gegio Sgarbossa, il capitano Michele Zanutta, Paolo Sacchetti e, ancora, Totò De Falco e Walter De Vecchi, quest’ultimi due ex giocatori che hanno trascorsi ‘bipartisan’ tra Reggio e Cesena. E ancora Marino Vernocchi, Maurizio Moscatelli, Christian Lantignotti, Loris Bonesso, Piero Manuzzi e Antonio Genzano. Marchioro nella nostra città ha allenato per sei stagioni, dal 1988 al 1994, firmando l’epoca d’oro e più vincente del club granata: partì dalla serie C e arrivò alla prima storica serie A, aggiungendo poi l’epica salvezza l’anno successivo espugnando San Siro contro il Milan all’ultima giornata. In riva al Rubicone invece guidò, nella stagione 1975-76, i romagnoli alla conquista della Coppa Uefa, il miglior traguardo mai raggiunto dal Cavalluccio. In chiesa tanti simboli dei suoi trascorsi sportivi, dal gonfalone bianconero, ai mazzi di fiori inviati dalla due società, alle sciarpe dei diversi club e tifosi, fino ai dirigenti che hanno voluto rendergli omaggio. Tanti occhi lucidi e momenti di ricordo di traguardi sportivi raggiunti, ma anche di aneddoti legati alla vita fuori dal campo, tutti gelosamente custoditi da quelli che sono stati i suoi ragazzi e che, anche grazie a lui, hanno fatto carriera.
A stringere mani e a raccogliere abbracci la figlia Letizia, molto emozionata, che ha ringraziato tutti per la partecipazione, insieme al marito Alberto Babbi, noto imprenditore locale, e ai nipoti di Pippo, Federica e Lorenzo. La salma di Marchioro è stata quindi condotta al cimitero di Cesena in attesa della cremazione e della successiva tumulazione accanto alla moglie Liliana, scomparsa nel 2018.
Mentre a Reggio c’è chi propone di intitolargli lo stadio Mirabello, chi il centro sportivo di via Agosti. Una cosa è certa: molti dei cuori granata che battono nel petto dei reggiani hanno già un posto a lui dedicato: quello di allenatore più amato di tutta la storia. Dimostrazioni ne sono la grande ondata di affetto che ha travolto la famiglia subito dopo che la notizia della sua morta si era diffusa, le migliaia di messaggi di cordoglio comparsi sul web, il lungo applauso e il coro che la sua gente gli ha tributato nell’ultimo saluto. Fai buon viaggio, Pippo.