Cosa si nasconde davvero dietro la parola femminicidio? Come l’uccisione di una donna si distingue da altri tipi di omicidio? Esiste un percorso che porta alla violenza, in particolare alla violenza di genere? E soprattutto, ci sono segnali che possono essere riconosciuti prima che sia troppo tardi? Tag24 ne ha parlato con Antonella Elena Rossi, psicologa e criminologa.
Perché il femminicidio non è un semplice omicidio
A distinguere il femminicidio da un omicidio in senso generale, spiega Rossi, "sono le radici, le ragioni che portano al delitto". Non si tratta di un evento isolato o di una fatalità improvvisa: "Spesso è solo l'ultimo atto di una serie di violenze” che partono da lontano e che possono manifestarsi in modi diversi, stratificandosi nel tempo. Dalla violenza psicologica ed economica all’isolamento, fino al possesso e al controllo totale del partner.
"L'uomo che arriva al femminicidio non vuole che la donna sia libera, non lo accetta", prosegue l’esperta. Si configura così un “movente relazionale” che Rossi definisce “gravissimo” oltre che estremamente specifico, legato all'annientamento dell'autodeterminazione femminile. “Per questo non mi va giù - dichiara la criminologa - che, come accade in questi giorni, si chiami omicidio un femminicidio, come se fossero la stessa cosa”.
L'identità del maltrattante e i segnali da riconoscere
Rossi precisa che "non esiste un'unica identità del maltrattante. Se ci fosse un manuale, basterebbe guardare degli indicatori per riuscire a salvare tantissime donne". La realtà clinica mostra invece profili camaleontici: succede infatti che maltrattanti si mostrino inizialmente come "lupi travestiti da agnelli". "Ciò che li unisce è una spiccata capacità manipolatoria: l'abilità di annusare le ferite, le fragilità della persona che hanno davanti, facendole risuonare all'interno della relazione", per renderla dipendente.
Tra i segnali a cui prestare attenzione, Rossi evidenzia "la svalutazione” e “il controllo, talvolta mascherato da 'un'eccessiva forma di cura'". "Ti devi fidare solo di me” o “Tu hai bisogno di me", sono alcune delle frasi citate dall'esperta per descrivere condotte abusanti. Al centro, la relazione trasformata in una trappola. "La vittima viene inchiodata", privata gradualmente di punti di riferimento. A prescindere dal suo profilo sociale, economico o culturale.
La difficoltà di chiedere aiuto e di aiutare: i consigli
Rompere il silenzio è l'ostacolo più grande. Anche quando la vittima percepisce internamente che qualcosa non va, può avere difficoltà a riconoscere fino in fondo la situazione in cui si trova e a chiedere aiuto. Nell’intervista si fa riferimento, ad esempio, al caso di Martina Carbonaro, la 14enne uccisa dall’ex fidanzato ad Afragola. Nel corso del processo è emerso un dettaglio indicativo: la giovane si era rivolta all’intelligenza artificiale chiedendo come mai avesse paura di dare il proprio cellulare al ragazzo.
Timore che era spia di un controllo poi trasformatosi in tragedia. “Siamo in una società in cui l’aiuto non è sempre accessibile - riflette Rossi - Infatti ben vengano i social, sotto questo punto di vista: mi è capitato diverse volte che mi scrivessero donne bisognose di aiuto, che ho potuto indirizzare. Purtroppo Martina era probabilmente troppo giovane: nel suo caso ha fallito la comunità in generale”.
La prevenzione è un dovere collettivo. Fondamentale è riuscire a intercettare i segnali prima che sia troppo tardi. E a volte a farlo possono essere le persone vicine. “Se vedete un’amica cambiare, smettere di mangiare, chiudersi in sé stessa e notate dei problemi nella relazione, intervenite e accompagnatela in un percorso di ascolto, anche psicologico”, sostiene con fermezza Rossi. Rompere l'indifferenza è uno scudo. “Chiedere aiuto è la più grande forma di coraggio, non abbiate paura”, conclude.
L'intervista integrale alla criminologa Antonella Rossi è disponibile sul canale Youtube di Tag24.