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Ferri, lunga collaborazione: "Un poeta dell’acquerello. I suoi grafemi erano unici"

August 9, 2026

Marchetti

Ha lavorato con i grandi poeti e, per molti versi, era poeta egli stesso, poeta dell’acquerello, del tratto lieve, gentile e luminoso. "Di Giuliano ho sempre ammirato l’esultanza del colore", sorride con nostalgia Fausto Ferri che per quasi cinquant’anni è stato ‘anima’ della Galleria Civica di Modena (e prima ancora della Sala di Cultura), curando in ogni dettaglio allestimenti e presentazioni, e ancora oggi si dedica all’ideazione e realizzazione di eventi espositivi. "Ho avuto la possibilità di occuparmi di diverse mostre di Giuliano Della Casa, anche per la galleria di mia moglie Rossana – racconta –. Ricordo ancora con emozione la prima mostra dei suoi libri d’artista che credo siano stati fra le sue realizzazioni più importanti. ‘I Telai di Bernini’, con la loro unione di arte e poesia, rimangono fra le creazioni più belle che Modena abbia prodotto nel campo dei libri d’artista: non a caso sono stati anche acquisiti dal Paul Getty Museum". Era nel libro la ‘cifra’ di Giuliano Della Casa?

"Era la carta, il libro, era la poesia. Giuliano ha lavorato con grandi poeti, come Paul Vangelisti, Edoardo Sanguineti o Alfredo Giuliani, molti del Gruppo 63, e il rapporto con Adriano Spatola è stato fondamentale nella sua formazione, e mi ha sempre colpito ammirare come fosse capace di far diventare poesia la pittura: in fondo anche il suo tratteggiare lettere e parole nei suoi dipinti, con i grafemi di una strana calligrafia, era una forma di poesia. Lo rendeva unico, inconfondibile". All’inizio Della Casa seguì una strada concettuale...

"La sua presenza alla Biennale di Venezia, nel 1972, fu proprio con un libro d’artista concettuale che aveva realizzato con Carlo Cremaschi. Da questa arte minimale e concettuale, arrivò poi a ‘liberare’ l’acquerello. La svolta, a mio parere, fu proprio contrassegnata da una mostra che tenne alla Galleria Civica nel 1982: come dimenticare i bellissimi acquerelli blu con il Duomo?".

Nell’acquerello Giuliano Della Casa ha rispecchiato anche il suo tratto gaudente...

"E si coglie benissimo, per esempio, nelle opere con cui illustrò, sempre per i Millenni di Einaudi, il ‘Gargantua e Pantagruel’ di Rabelais, con tavole stupende, di un’esuberanza trascinante. C’era una felicità, una gioia, un senso di piacere che sapeva sottolineare la pagina scritta con la libertà del colore". Insomma, Giuliano e il piacere erano una cosa sola?

"Certo, e non ne faceva mistero. Amava sedersi a tavola, godere della buona cucina e della compagnia, e spesso cucinava per gli altri. Per questo, pur nel dolore di questo distacco, per la nostra lunga amicizia, mi piace immaginare che Giuliano possa aver fatto un bel pranzo, una bella bevuta e poi essersi addormentato per una pennichella infinita. Come forse avrebbe desiderato lui".