Richieste di informazioni dal Governo alla Regione sul percorso di approvazione della legge veneta sul fine vita. In questi giorni si sono intensificati i contatti fra gli uffici legislativi di Roma e di Venezia, nell’ambito dell’istruttoria condotta dal dipartimento per gli Affari regionali.
Fra due settimane scadrà il termine per l’eventuale impugnazione davanti alla Corte Costituzionale, ma dal tenore del confronto in corso non è escluso che il ricorso possa essere evitato, attraverso una riformulazione del passaggio ritenuto maggiormente scivoloso. Si tratta dell’inciso “ove richiesta”, a proposito dei compiti della Commissione medica multidisciplinare: “Esamina la documentazione prodotta ed effettua gli accertamenti che si rendono necessari assicurando, ove richiesta, l’interlocuzione personale e diretta con la persona malata”.
In sostanza lo Stato potrebbe ritenere che la non obbligatorietà della visita del paziente sia di ostacolo all’accertamento pieno della sua volontà.
«Mi auguro che Palazzo Chigi, alla faccia della tanto decantata autonomia, lasci andare avanti il Veneto su una norma di civiltà approvata su impulso del centrosinistra: i diritti delle persone non meritano di essere calpestati per le divisioni interne al centrodestra», dice la consigliera regionale Elena Ostanel (Alleanza Verdi Sinistra), paladina del testo fin dalla proposta di iniziativa popolare, alludendo alla diversità di vedute fra i ministri.
Perché è così sicura che la legge non sia incostituzionale?
«Abbiamo riscritto il testo originario, peraltro d’intesa con il comitato “Liberi subito”, attraverso una serie di emendamenti appositamente pensati in conformità con le sentenze della Corte. Il punto, più che giuridico, è politico: una richiesta di modifica, se non addirittura una delibera di impugnazione, vorrebbe dire che ancora una volta il Governo cerca di limitare la potestà delle Regioni, quando ad essere inadempiente è proprio lo Stato. Ricordo infatti che il Parlamento non ha ancora legiferato sulla materia, malgrado i ripetuti richiami della Consulta».
Sabato prossimo a Verona le associazioni Pro Vita e Family Day manifesteranno a favore del ricorso. Cosa pensa dell’iniziativa “Non mi uccidere”?
«La trovo strumentale e ideologica. Del resto anche durante il dibattito consiliare eravamo stati attaccati con epiteti violenti, venendo definiti ad esempio “il partito della morte”, semplicemente perché sostenevamo una legge che garantisse procedure certe e tempi ragionevoli al suicidio medicalmente assistito, oltretutto già ammesso dalla Corte Costituzionale. È un diritto, per chi chiede di esercitarlo all’interno dei paletti previsti, che non toglie niente a nessuno».
Ha avuto notizia di nuovi casi, dopo l’entrata in vigore?
«Nessuno. È la riprova che non si tratta di una norma destinata a scatenare una china senza controllo, come sostengono i detrattori. Del resto i numeri emersi dal nostro acceso agli atti erano stati eloquenti: dal 2022 al 2026 in tutto 31 richieste, con 3 pareri favorevoli e 4 decessi prima della conclusione dell’iter. Ma anche se poche, le persone che stanno male hanno il diritto di ricevere una risposta. Piuttosto ho avuto molti riscontri da parte di malati e familiari, dal padovano “Roberto” al fratello della trevigiana “Gloria”, che mi ringraziano per il supporto alla loro battaglia per la libertà di scelta. Non ho ricevuto tanta attenzione per nessun’altra legge, così come non mi è capitato molte altre volte di essere contattata da Regioni interessate a replicare il modello Veneto».
Quanto ha contato l’accordo con Alberto Stefani?
«Più che di un accordo, parlerei di un punto di incontro, con una manovra emendativa su cui siamo stati coerenti senza scendere a compromessi. Indubbiamente c’è stata una svolta di quando il presidente ha accolto il mio invito a incontrare Stefano Gheller».
Cosa manca adesso?
«Le ultime caselle del Comitato regionale di bioetica. Entro la scadenza di queste ore, invece, tutte e sette le Ulss hanno deliberato la costituzione delle Commissioni mediche multidisciplinari. Nomine cruciali, per evitare perdite di tempo di fronte alla sofferenza dei malati».