«Con Francesco ci siamo conosciuti oltre trent’anni fa, nel 1995, quando Guccini, Valerio Massimo Manfredi e Giorgio Celli pubblicarono un libro, per il quale avevano scritto un racconto a testa. Era la strenna natalizia per una banca, fuori commercio. Alla fine decidemmo di pubblicarlo con Mondadori». A parlare è Antonio Franchini, editor storico di Guccini, già direttore editoriale di Giunti-Bompiani, oggi senior advisor per il Gruppo, nonché scrittore di successo - il romanzo Il fuoco che ti porti dentro si è classificato al secondo posto del Premio Campiello 2024.
È stato l’inizio di un lungo sodalizio.
«Ci rivedemmo non molto tempo dopo, perché avevo pubblicato un libro del giallista Loriano Macchiavelli, che fu presentato a Bologna da Francesco. Dopo la presentazione andammo a cena, loro erano molto amici. A tavola Guccini disse che aveva una storia molto bella, adatta per un giallo - perché lui è sempre stato anche lettore di gialli, oltre che di classici. Francesco ci raccontò la storia, specificando: “Ma io non la scrivo perché non scrivo gialli, la do a te Loriano, scrivila tu”. Macchiavelli rispose “Ma no, perché la devo scrivere io, è una storia tua, fallo tu”. Un gioco delle parti che continuò per un po’, finché io dissi: “Scusate, ma perché non la scrivete insieme?”»
E così diede il via a una lunga serie di romanzi di successo.
«Il primo romanzo scritto a quattro mani da Francesco e Loriano Macchiavelli fu Macaronì. Fu un grosso successo all'epoca perché era la storia di Aigues-Mortes, nel Sud della Francia, dove furono ammazzati dei lavoratori italiani a fine Ottocento. Ovviamente la storia aveva un passato ad Aigues-Mortes e un presente in Appennino, perché poi tutte le storie che loro hanno raccontato a quattro mani sono in qualche modo storie di Appennino».
Lei ha cambiato editori ma Francesco l’ha sempre seguita, vero?
«Con il passare del tempo il rapporto anche tra me e Francesco si è rafforzato sempre di più. Io ero in Mondadori all'epoca e a un certo punto Francesco passò con noi anche come autore da solo. Poi mi seguì in Giunti».
L’ultimo lavoro con lui?
«Abbiamo pubblicato l’ultimo libro l’anno scorso (Romeo e Giulietta 1949, ndr)».
Com’era confrontarsi con lui?
«La lavorazione dei libri di Loriano e Francesco era sempre l'occasione per ritrovarsi al ristorante per mangiare e bere».
Discutevate davanti a un bicchiere di vino rosso?
«Di vino rosso niente, perché il vino che piaceva a Francesco era il Gewürztraminer».
Come, un bianco? Niente Lambrusco?
«Da vent'anni Francesco beveva solo Traminer. Prima sì ovviamente, prima beveva vino rosso. Ma anche Traminer e Rum».
E cosa succedeva a tavola?
«Era un'occasione di convivialità. Poi erano anche serate molto divertenti, perché lui e Loriano cominciavano a litigare. Le dinamiche sono sempre le stesse, tra gli autori che scrivono in coppia. Di solito c’è uno che usa il materiale e scrive. In Fruttero & Lucentini era Fruttero. Tra Loriano e Francesco era Loriano. L'altro autore però non scompare affatto: rettifica, mette a posto, contesta, protesta, aggiunge. A quattro mani funziona così».
E come autore singolo com’era?
«Molto letterario. Francesco era un uomo di grandi curiosità. È stato uno dei primi a mettere insieme l'alto e il basso. La letteratura alta, la poesia, la tradizione letteraria italiana, ma non solo italiana. Mescolata con il giallo, con il romanzo di intrattenimento. Oggi è una cosa ovvia, ma anni fa non era scontatissimo».
Non era un autodidatta.
«Assolutamente no. È stato allievo di Ezio Raimondi a Bologna. Ha avuto un'impostazione fortemente filologica. È sempre stato un cultore in modo particolare della poesia, ma anche della lessicografia. È arrivato a scrivere un dizionario di italiano-pavanese. Ha tradotto una commedia di Plauto in pavanese (Pavana è il paese tra Emilia e Toscana dove viveva, ndr). Francesco ha sempre avuto curiosità filologiche elevate. Ha sempre messo insieme la cultura popolare e la cultura alta. Amava improvvisare. Faceva delle sfide di rime con Benigni, per esempio».
Strano che abbia abbandonato l’Università a pochi esami dalla laurea.
«Sì, ma ha ricevuto varie lauree honoris causa. Ha sempre tenuto alla sua formazione accademica».
E come scrittore è stato anche finalista al Campiello.
«Sì con Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto, che mescola italiano e dialetto di Pavana. Anche il titolo è una parola pavanese, vuol dire crepuscolo».
Cosa ci può anticipare del libro che uscirà postumo all’inizio di settembre, “Calde le pere”?
«È una storia ambientata negli anni Trenta, del tipo di quelle che piacevano a Francesco, cioè un po’ d’antan, legate al passato italiano».
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