Il cantautorato italiano perde uno dei suoi maestri. Il maestro per eccellenza. Anzi, «il Maestrone», così come lo chiamavano gli amici non solo per la sua corporatura massiccia, ma anche per il peso specifico che ha avuto nella cultura italiana nell'ultimo mezzo secolo. Francesco Guccini se ne è andato stanotte all'età di 86 anni, in seguito a un improvviso malore. Lascia un vuoto incolmabile nella musica italiana. Parlano per lui canzoni come Incontro, Eskimo, Farewell, Il vecchio e il bambino, L'avvelenata, Amerigo, che hanno trovato interlocutori in tutte le generazioni e attraversato i decenni, parlando prima ai suoi coetanei, poi ai figli e infine ai nipoti. E pensare che nel mondo della musica lui, che ricordava di essere «nato quattro giorni dopo l'entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale», ci entrò con atteggiamento riluttante: da autore, ancor prima che da cantautore, firmando brani per Caterina Caselli, gli Equipe 84 i Nomadi, che incisero le sue Auschwitz, Per fare un uomo, Noi non ci saremo e Dio è morto (censurata nel 1965 dalla Rai per il contenuto del testo, ritenuto blasfemo - eppure secondo una leggenda piaceva tantissimo a papà Paolo VI). Fu proprio l'ex casco d'oro della musica italiana a scoprirlo e lanciarlo.
L'esordio e il successo
Era il 1967 quando un giovane Guccini, quasi irriconoscibile senza barba, apparve per la prima volta in tv. Il programma era Diamoci del tu, condotto da Giorgio Gaber e la stessa Caterina Caselli. Durante quella puntata, Gaber presentò al pubblico il suo allievo Franco Battiato, mentre Caselli propone lo stesso Guccini, che si esibì sulle note di Auschwitz. Il cantautore emiliano aveva da poco esordito con Folk beat n.1, primo titolo di una discografia vastissima, che comprende sedici album di inediti, cinque raccolte, otto album dal vivo. Negli anni '70 diventò uno dei personaggi più amati e ascoltati della stagione del grande impegno, complici anche quei concerti che erano autentici accadendo in cui la musica e le canzoni si mescolavano con monologhi e siparietti da cabaret. La sua canzone più famosa, La Locomotiva, era un racconto di ribellione e resistenza e come altre da lui firmate diede voce a un certo senso di disillusione e di ricerca di un mondo migliore: «Ho sempre scritto canzoni esistenziali, mai politiche», ripeteva puntualmente lui. Nell'Avvelenata, datata 1976, lanciò un “dissing” ante litteram al critico Riccardo Bertoncelli, che l'anno precedente aveva stroncato sulle pagine della rivista Gong l'album Stanza di vita quotidiana: «Colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po' di milioni / voi che siete capaci fate bene ad aver le tasche piene e non solo i coglioni / che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete / un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate». Insignito nel 2004 del titolo di Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana su iniziativa del presidente Carlo Azeglio Ciampi, nel 2012 con l'uscita dell'album L'ultima Thule.
Il vuoto
Francesco Guccini annuncia il ritiro dalla discografia e cinque anni più tardi disse stop anche alle esibizioni dal vivo: «Sono stanco, non suono più neanche a casa», disse. Nel 2022 rivelò di essere affetto da una patologia degenerativa, la maculopatia bilaterale, che gli aveva colpito entrambi gli occhi e per colpa della quale non riuscivano più a vedere bene: «Riesco a camminare, ma fino a un certo punto». Eppure proprio quell'anno sorprende tutti pubblicando, a distanza di dieci anni dall'ultimo, un nuovo disco. Non di inediti, ma di cover: in Canzoni da intorto - seguito l'anno successivo da Canzoni da osteria - Guccini reinterpretò brani popolari che era solito cantare e suonare ai tempi delle esibizioni nelle osterie di Bologna, dove nelle notti infinite la musica faceva da colonna sonora a un universo composito e per sua natura mitopoietico. Dal 1989, con l'uscita del primo libro Cròniche epafàniche, all'attività da cantautore Guccini - che prima del successo aveva fatto l'insegnante di italiano ma anche il cronista alla Gazzetta di Modena e il pubblicitario - aveva affiancato quella di romanziere e scrittore, pubblicando una trentina di libri (otto dei quali scritti insieme a Loriano Machiavelli). L'ultimo, Vola golondrina, era uscito nel 2023.
Era uno dei pochi artisti a non avere mai partecipazione al Festival di Sanremo. Per la verità, ci provò due volte come autore, come confessò nel 2022 a Diego Bianchi, ospite di Propaganda Live: nel 1967 con Una storia d'amore, che avrebbero dovuto cantare Caterina Caselli e Gigliola Cinquetti ma che non passò le selezioni, e nel 2018 con Migranti, cantata da Enzo Iacchetti. Nella sua ultima intervista, concessa appena lo scorso dicembre ad Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera, non aveva mancato di dire la sua sulla politica e la società: «Tony Effe? Non lo so, ma la censura è sempre un disastro». Nel 2014 nel libro Nuovo dizionario delle cose perdute aveva scritto: «Quando morirò seppellitemi in una vigna, acciocché possa ridare alla terra tutto quello che ho bevuto nella mia vita».