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Franco Simone: «Iniziai a cantare grazie a mia sorella»

July 11, 2026

Nome: Franco. Cognome: Simone. Nato ad Acquarica del Capo (il 21 luglio taglia il traguardo dei 77 anni), sesto di nove figli. Professione: cantante, compositore, paroliere con la grazia (e il tocco) del poeta, docente di canto e un bilancio, naturalmente non definitivo, di una produzione discografica e artistica imponente, con una sequenza di brani famosi, spesso colonne sonore del grande cinema internazionale, numerosi album, composizioni sacre (“Missa Militum”) e tanto altro ancora. Una vita movimentata, come quella di ogni artista che si rispetti, trascorsa tra la terra d’origine con la quale ha sempre mantenuto un legame forte, Roma, Milano, Firenze e il resto del mondo, soprattutto l’America Latina, dove è stato ed è tuttora un mito, senza tempo, prima del definitivo ritorno nel Salento, la sua Itaca.

Come spiega l’abbraccio dell’America Latina?

«Beh, in Italia si preferisce guardare la cornice e non il quadro. Del resto il successo di Gabriella Ferri e Luigi Tenco negli anni Sessanta iniziò a Buenos Aires, dove c’è più attenzione per i valori della buona musica».

Dopo la maturità classica pensò di fare l’ingegnere, è così?

«È vero, mi iscrissi all’Università “La Sapienza” di Roma. Ma non durò molto».

Non amava studiare?

«No, anzi, lo studio mi coinvolgeva e tanto, ma ci fu qualcosa che dirottò i miei interessi verso l’attività artistica».

Qualcosa?

«Diciamo qualcuno, anzi qualcuna».

Qualcuna chi?

«Mia sorella Silvana, una voce stupenda, cantava ed era molto brava tanto da entrare nel grande giro della musica italiana. Silvana aveva conoscenze e amicizie importanti, persone che avevo potuto incontrare nella sua casa di Roma. A poco più di 20 anni, rimasi affascinato da quel mondo, mi chiesi se potevo provarci, anche perché avevo studiato al Conservatorio e le sette note mi erano familiari».

Quale risposta si diede?

«Che, volendo, potevo provarci».

Lei volle?

«Sì, perché mi piaceva cantare, ma in quel momento non ci provai nemmeno, perché ascoltando l’incantevole voce di mia sorella, mi sentivo inadeguato».

E allora?

«Canticchiavo, ma preferii iniziare con la composizione, mi sembrava una sfida meno ardita. Sino a quando ci furono tre fortunate coincidenze come prova decisiva per orientare le mie scelte».

Cioè?

«Una sera a casa di Silvana incontrai il direttore musicale di Canzonissima, Franco Migliardi. Aveva ascoltato un paio di brani che avevo cantato e volle scuotermi: ‘Non capisco perché non ci sei, con quella voce ti vedo benissimo nella mischia dei cantanti famosi’. Restai stupito, ma non diedi alcuna importanza».

Il secondo indizio?

«Lo stesso incoraggiamento mi arrivò da Silvano Chimenti, il chitarrista di Lucio Dalla, che sentendomi intonare qualche mio pezzo mi dette una sorta di benedizione, con parole semplici, ‘Puoi andare’, mi disse».

Terzo indizio?

«Mia sorella partecipava ad un Festival canoro a Vasto, vincendolo: io facevo parte del coro e durante le pause cantavo. Ebbe ad ascoltarmi Gigi Speroni, famoso e inflessibile critico musicale del Corriere della Sera. Le sue parole, mentre parlava con altri, mi colpirono: ‘Ehi ragazzi, questo è proprio bravo. Se va con una casa discografica diventa un nuovo Modugno’».

A quel punto?

«Niente, prendo le Pagine Gialle, trovo il numero di RCA e telefono. Siamo alla fine del 1971, mi chiamano per fare il provino. Finita l’esibizione mi dicono: ‘Ci interessi, forse proviamo a mandarti a Sanremo’. Ero contento, ma cercavo qualche garanzia in più».

Che fece?

«Semplice, un altro provino con Fonit Cetra. Eravamo una trentina, tutti a casa, ‘eccetto Franco Simone’, disse il boss. Fu una grande spinta, decisi di andare a Castrocaro, Festival dei giovani cantanti emergenti, per un’audizione con l’organizzatore, il grande Gianni Ravera. Iniziai a cantare e a metà brano fui interrotto: ‘Mi basta questo, da 5 anni aspettavo uno come te. Farai Castrocaro, lo vincerai e dopo due mesi sarai in Mondovisione’. Davvero tanto, il mio futuro era tracciato. Nel 1972 partecipai e vinsi Castrocaro, tra le dodici canzoni finaliste, tre erano mie composizioni. Ravera, entusiasmato, diceva di me: ‘C’è un cantante bello come Alain Delon e bravo come Lucio Battisti’. Ormai avevo superato diversi ostacoli e godevo della piena fiducia del mio primo produttore, Enzo Leoni, quello che aveva lanciato Gabriella Ferri, Luigi Tenco, Nicola Di Bari e, soprattutto, aveva convinto Adriano Celentano a salire sul palco, lui che avrebbe voluto fare l’orologiaio».

E lei che voleva fare l’ingegnere?

«Beh, mi ritrovai catapultato nel mondo della musica. Nel 1973 Canzonissima, presentata da Pippo Baudo, l’anno dopo il Festival di Sanremo con il brano ‘Fiume Grande’ che non raggiunse la finale, ma ottenne un successo di vendite anche con le versioni in spagnolo e francese. Poi, partecipazioni a eventi musicali, prestigiosi riconoscimenti e tre primi album in sequenza: ‘Il poeta con la chitarra’ nel 1976, ‘Respiro’ (’77) e nel ’78 ‘Paesaggio’ (con i suoi vari videoclip ha superato i 350 milioni di visualizzazioni) che confermò il successo in Italia e restò per circa tre anni nelle classifiche del Sudamerica, con una presenza significativa negli Stati Uniti».

Ecco, l’America Latina, sua seconda casa artistica. O prima?

«È davvero una storia. Avevo inciso alcune canzoni in spagnolo accolte bene in quella parte del mondo, ma non lo sapevo. Arrivò ‘Tu e così sia’ e fu magia. Era il ’78, in Argentina si disputavano i Mondiali di calcio e in quei giorni tutte le radio trasmettevano le mie canzoni. Da non crederci, anche perché non sapevano neanche che faccia avessi. L’anno dopo mi recai a Buenos Aires, accolto come una star, la città tappezzata con le mie gigantografie. Stessa accoglienza in Cile e negli altri Paesi di quell’area. Un successo, ma soprattutto un rapporto di affetto da parte del pubblico che dura tuttora».

In Italia, invece?

«Il nostro è un Paese strano, sulla musica segue sempre l’onda dell’ultima moda, se è strillata e volgare ancora di più, e non si sofferma sui contenuti. Personalmente non ho nulla da rimpiangere, oggi lavoro con un entusiasmo e una capacità creativa che non ho mai avuto prima e seguo il mio percorso artistico che intende associare valori e qualità».

Alcuni anni fa, tra Acquarica e Presicce, che ancora non erano un solo Comune, ci fu una prima prova di “unione” con lei (paroliere, originario di Acquarica) e il maestro Guido Maria Ferilli (originario di Presicce, autore della musica): insieme scriveste un brano, rimasto chiuso nel cassetto. Come mai?

«Rispondo con piacere, anche perché è l’occasione per salutare con grande affetto Guido. La canzone, intitolata ‘Benedetto sentimento’ fu inizialmente opzionata da Caterina Caselli per la sua casa discografica, doveva inciderla Andrea Bocelli. Una serie di imprevisti determinarono ritardi, sino alla decisione di tenerla in stand-by in attesa di tempi migliori. Ora siamo al lavoro per lanciare finalmente quel brano che emoziona, coinvolge ed è considerato un autentico ‘capolavoro’ dai pochissimi che hanno avuto modo di ascoltarlo: ‘Benedetto sentimento’ potrebbe entrare, dando anche il titolo, nel mio prossimo album in preparazione. Sicuramente sarà una sorpresa per pubblico e critica».

Qual è il suo bilancio provvisorio della vita privata e artistica?

«Gli aspetti da considerare sarebbero tanti e tutti mi rendono orgoglioso del lavoro svolto, ma voglio sottolineare lo stupendo rapporto con mia figlia Sara, bravissima psicoterapeuta e sessuologa clinica, per me il primo riferimento, la sola persona da cui accetto consigli. Forse, ho il rammarico di non aver fatto cinema, occasioni non sono mancate, ma le ho sempre rifiutate e un po’ me ne pento. Magari un giorno Edoardo Winspeare vorrà offrirmi un ruolo di comparsa in un suo film».

Per tutto il resto?

«Sono sempre molto inquieto, mai contento di quello che faccio. È il mio modo d’essere. A tutto questo si aggiunge un aspetto da me considerato un enorme difetto: vivo solo e sempre il presente, i rimpianti del passato hanno un posto, ma solo nell’archivio della mia memoria».

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